Denim, Leather e Fabbriche – Quando il Metal arrivò nella prigione materna della provincia

Sono cresciuto in una provincia sul confine svizzero, quella di Verbania, che prima era provincia di Novara, nel tempo di cui sto per raccontarvi. Quando parliamo di provincia lo facciamo per indicare un posto remoto, dimenticato. Lo facciamo con affetto, perché è il nostro posticino nel cuore dove ci siamo allenati alla vita, dove abbiamo visto le nostre famiglie lavorare, i nostri amici giocare e dove abbiamo talvolta lottato contro tutti e tutto per farci accettare, o semplicemente abbiamo perso la nostra battaglia. Avete presente no? Quando bisogna convenire che il consiglio “trovati qualcosa di serio da fare e smettila di inseguire le stronzate” inizia a suonarci ragionevole.

L’heavy metal arrivò dalle mie parti – un posto di fabbriche, montagne e laghi – quando i freak e le Due Cavalli erano ancora in giro. Ricordate le macchine e i furgoni tappezzati di adesivi degli Stones (la lingua rossa), o quello di Neil Young che cammina di spalle con la sua chitarra a tracolla, e Bob Marley che ride beato osservando l’uomo bianco che si agita tanto? Ecco, quella roba era ancora in giro e denotava un aspetto interessante del freak medio di cui sopra: ascoltava di tutto, o almeno tutto ciò che musicalmente si confacesse con lo sballo di un bel cannone.

Credo fortemente che il 99% delle persone che ascoltavano musica straniera non capisse una sola parola di quello che dicevano i vari cantanti, più o meno impegnati, ma il freak vero riusciva a captare qualcosa che lo riconducesse al desiderio personale di libertà.

La libertà del freak vero era solo andare la sera in un prato a fumare erba con la chitarra tra le gambe e quattro sgallettate sedute attorno. Come variante del sabato sera c’era la disco rock del Sandokan, dove si poteva ballare “Free Bird” degli Skynyrd. Lì ti sentivi libero, ma tutti i giorni dalle 8 alle 18 lavoravi in fabbrica come tutti, perché la benzina e le sigarette costavano allora come oggi e il fumo anche di più: con 10.000 lire ti facevi un paio di canne appena.

L’heavy metal era anche bere, sbronzarsi di brutto. Per molti poteva voler dire uno sballo pesantissimo, ma per i più la musica metallica era sinonimo di ebbrezza alcolica. Non bisognava nemmeno parlarne di cose come l’eroina. Quella merda dilagava anche da noi, in quegli anni. L’heavy era una cosa che ti dava forza e coraggio, non ti faceva perdere la voglia di vivere, ma un po’ ti isolava perché in quel marasma di ritmi e chitarre distorte c’era anche qualcosa di privato. Temo di non saperlo descrivere bene, ma già per il fatto che ti metti lì seduto ad ascoltare un disco, stai cercando un tuo spazio fuori dal mondo e dentro di te. Quelle vie che avevi percorso in bicicletta, dove ti eri menato per una pallonata in faccia, le stradine di una vita dove ti eri fatto crescere la tua scorza di verità.

L’heavy metal era una cosa per quelli di città, non era fatto per la natura. Non c’era niente di bucolico in quei dischi, non c’era amore e non c’era un cazzo che avesse a che fare con tutto ciò che ci circondava. I Black Sabbath si dicevano ispirati dalle fabbriche della loro città. Quelle fabbriche di merda, che oggi non ci sono più, non mi sembrava avessero molto da spartire con i Sabs. Ma boh, non lo so. Io so solo che se mettevo su un disco metal, tutto il mondo intorno a me spariva e c’era solo la musica.

L’heavy metal entrò nella piccola edicola-tabacchino con la rivista HM. Usciva una volta al mese e dovevo mettere via 3.000 lire per poter iniziare a sfogliare e sognare di Ronnie James Dio, Saxon, Iron Maiden, Metallica… cazzo, i Metallica. Poi, all’improvviso, una radio per un’ora alla settimana mandava un programma di musica. Accendevi e sentivi sta roba: il disco nuovo dei Metallica. Sentivi che il bassista era morto; che i Mötley Crüe facevano gli stronzi a tutto spiano ovunque. Però, quando vedevi le foto, allora sì che si accendeva un incendio in testa: erano foto che ti paralizzavano, che ti portavano da qualche parte dove non eri mai stato, che ti restavano negli occhi per sempre.

L’heavy metal arrivò nella nostra provincia ma non spazzò tutto quello che già c’era. Colpì al cuore prima gli adolescenti, perché in fondo erano stufi dei loro cugini aggrappati alla pace e all’amore, con quei vestiti di merda da indiano con le frangette, il foulard e i mocassini scamosciati. Erano stufi di sentire la puzza di incenso e di gente che girava su macchine del cazzo fatte di quattro lamiere, con degli stereo che suonavano come se la musica uscisse da una scatola del tonno Riomare. Erano stufi.

E quando sei stufo, non capisci che cazzo vuoi. Poi nella tua cittadina vedi uno con il giubbotto di cuoio nero, il gilet di jeans sopra con le maniche tagliate, i pantaloni stretti, le toppe e le spille con dei nomi e dei disegni che di pacifico non hanno un cazzo. Quando lo vedi per la prima volta hai due opzioni: ti giri, fai finta di niente e speri di mettere via i soldi per comprarti il Moncler perché sai che ti porterà almeno un po’ di figa; oppure ti innamori di quel mistero e fai di tutto per indagarlo. Capisci che volevi un’alternativa e che la via che cercavi è proprio dietro a quel tizio in denim and leather che si sta allontanando. Vedi come lui, nella direzione opposta, allontanarsi pure la figa per chilometri, via via sempre più lontana fino ad alzarsi nel cielo e divenire fantascienza. Ma non ti importa.

Alle ragazze del mio paese il metal non piaceva. Non piaceva niente di quel mondo. Andavi il venerdì nell’unica disco rock e c’erano poche tipe. E quando verso fine serata partiva finalmente un pezzo heavy, quelle quattro squinzie se ne erano già andate. Ti potevi scordare che la ragazza carina che volevi tanto baciare si sarebbe mai avvicinata a te vestito così. Io ero un cazzo di mostro di merda, e più mi davano del mostro, più io mi sentivo mostro. Quindi mi isolavo ancora e ancora, fino al punto che con le ragazze smettevo pure di parlarci.

Ho vissuto un’adolescenza da emarginato perché il metal si prese tutto di me. Emarginato alle feste di compleanno (salvo sporadici inviti). Sempre preso per il culo da tutti per via della musica e per i vestiti. I freak erano amici, ma i paninari medio-borghesi e anche i figli degli operai che volevano i vestiti firmati mi ghettizzavano, mi sfottevano in continuazione. Un giorno camminavo sulla statale e passò il bus che noi allora chiamavamo “corriera”. Era pieno di ragazzini del liceo. Mi videro da lontano e qualcuno pensò bene di sputarmi dal finestrino. Mi ritrovai uno scatarro così in testa, tra i capelli lunghi. Cazzo, io non avevo mai fatto una cosa del genere a qualcuno.

I paninari del mio paese erano tutti miei amici e, anche se eravamo diversi, io non li deridevo. Loro lo facevano con me, però. L’heavy metal ti metteva da parte e ti faceva anche questo, ma era bello avere quella musica quasi solo per te, senza nessuno che ti capisse. Era bello perché mentre loro vivevano per farsi vedere con gli abiti firmati e ci tenevano che io li notassi per quello, a me e a quelli come me non importava d’altro che della musica. Le emozioni che suscitava erano ciò che contava davvero. Loro non avevano un cazzo, solo il consenso dei genitori e delle ragazzine che sbavavano dietro a un morto di fame a cui mamma e papà, dopo mesi di pane e cipolla, compravano le Timberland. Ridicoli, parecchio anche, ma erano solo dei ragazzi come lo ero io. Un giorno sarebbero stati quelli che oggi sui social scrivono le peggiori cose, quelli che alimentano le destre malvage, quelli che picchiano i professori che danno voti bassi ai loro figli. Maleducati come loro, poco aperti al diverso e a farsi un briciolo di cultura.

L’heavy metal per chi l’ha vissuto da provinciale è stato come una rivincita, una rivalsa, una vendetta, una liberazione, una cazzo di rivoluzione. Verso cosa e chi, non lo saprei dire. Perché in fondo nessuno ci impediva di comprare i dischi, andare ai concerti e fare in definitiva il cazzo che ci pareva nel vestirci e nell’atteggiarci; non eravamo in una dittatura. Liberammo però da dentro una rabbia diversa. Senza capirlo, lo sapevamo già che avremmo fatto i meccanici, i muratori, gli operai per tutta la vita, e non potevamo pretendere altro. Quel suono e quelle immagini ti colpivano così tanto da essere come un orgasmo.

L’orgasmo è la sola sbirciata all’eterna beatitudine concessa agli umani. Il metal era un orgasmo anche collettivo, perché lo vivevi con altri del tuo stesso sesso e lo vivevi da solo a casa, ai concerti, in macchina. Te lo portavi dietro ovunque, ma poi finiva. E rimaneva la provincia: pesante, materna prigione.

L’heavy metal era una religione quando arrivò. Era roba settaria. Eravamo pochi, pochissimi, e man mano che il tempo scorreva scoprivamo che a dieci chilometri da casa nostra c’erano altri sei stronzi con la toppa dei Maiden e forse anche degli Slayer.

Slayer, porca la puttana, no dico, ma sapete cosa vuol dire che il tuo vicino di casa ascoltava Janis Joplin e tu eri riuscito ad avere duplicato da vinile il nuovo disco degli Slayer? E sparavi fuori dalla finestra a tutto volume “Angel Of Death”? Lo mettevi nello stereo che ti eri comprato dopo tanti sacrifici. Lo facevi partire a circa 70 watt, forse un 120 dB di volume. Quella roba invadeva l’aria come la peste. Il mondo si faceva nero e la pace del freak veniva spazzata via; il tuo mondo non sarebbe mai più stato lo stesso.

Ma era un’illusione di pochi minuti. Nella realtà stavo vivendo, e avrei continuato a vivere, in provincia. Sarei ancora andato a giocare a calcetto all’oratorio, a bere la birra al circolo operaio e a camminare nelle vie del paese dove le comari e gli altri mi avrebbero visto cambiato solo perché adesso portavo “la stella di Satana” sul giubbotto con la scritta Venom. Per loro non voleva dire un cazzo, ma per me era come gridare “Dio porco” durante la messa.

E in definitiva dobbiamo anche mettere in conto che l’heavy metal cambiò. Diventò thrash e altre mille etichette: si sparse a macchia d’olio e dove non te l’aspettavi, c’era. Ma in quei giorni iniziali, l’arrivo dei Vanadium alla discoteca Sandokan, per dire, era un evento unico, irripetibile. Poi vennero anche i Negazione, che erano lontani anni luce dall’iconografia del metal. Ci fecero visita i Napalm Death e man mano noi scoprivamo cose diverse: perché il metal era fatto di super produzioni major, ma era fatto anche da gente che non aveva un cazzo di soldi, faceva cagare epperò ci provava ad avvicinarsi a quel mondo lassù in alto.

L’heavy metal trasformò la mia vita, le nostre vite, in qualcosa da cui non si poteva più uscire. Avevamo bisogno di figa e ci provavamo, a volte, a venirne fuori. Tagliavamo i capelli, tentavamo di ballare i Duran Duran. Andava sempre male. Passavo la serata in un locale di provincia con il bicchiere di birra in mano a vedere il mio amico “panozzo” che limonava con una tipa. Io ero vestito come lui, ripulito, ma non credibile, chissà perché. Non sei credibile perché, pur senza la tua “divisa”, sei comunque in abiti normali, e nell’epoca dei dress code è dura essere il nulla in mezzo a tutto ciò. Tornavo a casa incazzato nero, mettevo su gli Slayer a cannone e dicevo a me stesso: “Vaffanculo, ho buttato nel cesso 7.000 lire di ingresso per un cazzo di niente. Con quei soldi mi compravo due cassette vergini e mi facevo duplicare i dischi dei Bathory!”.

Poi vennero gli anni ’90 e tutto si mischiò con tutto. I Metallica andarono in classifica. I Guns diventarono grandi come i Led Zeppelin e io che facevo? Ascoltavo i Soundgarden. Ascoltavo di tutto e scoprivo un sacco di roba. Nel frattempo, finalmente, scopavo. E quando scopi tutto diventa più bello. Di ritorno a casa, però, guardando quelle cassette duplicate con le scritte stilizzate a biro delle band, mi ricordavo sempre chi ero, da dove venivo e anche che quella roba da dentro di me non se ne sarebbe mai andata. Continuavo a voler spazzar via il mondo con una canzone. “Wild Child” degli W.A.S.P. mi faceva sempre venire i brividi; “Welcome Home (Sanitarium)” dei Metallica avrei voluto non finisse mai. Continuavo a riconoscermi parente di quello stronzo adolescente che aveva creduto sul serio che quelle canzoni fossero suonate da degli dei. Sapevo, ora, che erano esseri viventi come tanti altri, attaccati al denaro, al proprio ego, che piangevano e cagavano proprio come me e a cui di me non era mai fregato un cazzo, a parte che continuassi a comprargli i dischi.

L’heavy metal arrivò in provincia ma in fondo non successe un cazzo, l’avevo solo immaginato, sognato. La provincia ormai è cambiata perché le cose cambiano sempre e comunque, ma il metal che arrivò, per me, fu il mio miglior amico. C’era sempre. Ricordo che io e mio fratello ci addormentavamo con lo stereo acceso con su i Maiden di Somewhere In Time.

Oggi ripenso a quei giorni e ovviamente ho nostalgia, perché quei dischi non li sa fare più nessuno, nemmeno quelli che li hanno scritti e suonati. Quindi è possibile che la musica metal sia ormai morta. Ha cambiato faccia tante volte, ma se guardi le foto dei primi Maiden sono talmente fighi che non riesci a spiegarti come mai siano oggi diventati dei vecchi pure loro. Vaffanculo, non lo so.

L’heavy metal quando arrivò qui da noi, era circa tra il 1984 e l’85, e noi ragazzi eravamo talmente spensierati che si prese tutti gli spazi liberi che avevamo nelle nostre menti. Ci ha preso tutto e in cambio ci ha dato una infinita nostalgia di un tempo che forse non abbiamo nemmeno vissuto fino in fondo, così presi a pensare che la vita fosse brutta, difficile e ingiusta con noi inaccettabili metallari. Il metal ci aiutò a combattere una battaglia contro qualcosa che in fondo oggi ci manca tanto quanto il metal di quegli anni.