Tra le VHS che ho visto di recente c’è “City Of Angels”. Ho un’edizione cartonata di Panorama che uscì praticamente un anno dopo che il film era stato nei cinema, ottenendo successo tra il pubblico ma lasciando la critica piuttosto freddina. La rivista berlusconiana offriva alle famiglie l’antitesi delle collane pop ma battagliere e ideologiche da cineforum de L’Espresso e L’Unità. Film di cassetta, sentimentali, talvolta titoli un po’ scandalosi, da dibattito pomeridiano in TV.
La trasposizione in chiave pop del cruciale capolavoro di Wenders, “Il cielo sopra Berlino” ha creato un corto-circuito interessante, come direbbe l’A.I. se la interpellassi a riguardo. Il regista tedesco è sempre stato grandemente innamorato del cinema americano. Ogni suo film, per quanto “vestito” in abiti pesanti e umidi della visione artistica intransigente di un giovane europeo, proveniva per ispirazione da opere USA molto popolari.
Chiaramente la base di “Il cielo sopra Berlino” e i suoi angeli, è Frank Capra e “La vita è meravigliosa”. Ecco quindi che Win, dopo aver estratto da quel classico natalizio di pregevole fattura il proprio dolente ed espressionistico sodalizio amoroso tra un angelo e una donna, se lo vede rimasticare dall’industria americana che lo rigurgita in una versione di nuovo “natalizia”.
Non sto dicendo che “City Of Angels” sia un film di Natale. Dico solo che starebbe molto bene in un palinsesto natalizio tra il pranzo e la cena. I due protagonisti, Meg Ryan e Nicolas Cage si incontrano nell’America degli anni 90, fatta di colori scuri, scenografie asettiche e cascate di orchestrazioni elettroniche, alle soglie della fine del mondo. Si tratta di una spiritualità pop levigata e fuori da ogni cornice cristiana, come anche “Ghost” o “Meet Joe Black”.
Gli Angeli sono tutti in mezzo a noi, tranne quando si riuniscono sulla spiaggia e ascoltano qualcosa che arriva dall’alto.
Sebbene Nicolas Cage fosse immortale o fuori dal tempo, biologicamente durante la lavorazione del film aveva 33 anni e Meg Ryan 35. Tra i due scoppia l’amore. L’angelo è costretto a rinunciare all’eternità e via così.
Ci sono anche un paio di scene toste e il film non sembra volerci raccontare una fiaba disneyana, ma rivedendolo dopo quasi trent’anni, sembra essersi consumato parecchio. Non ha guadagnato la statura progressiva del cult movie. Forse lo è per qualcuno, ma non riesco a immaginare decine di nerd che si riuniscono in un sottoscala per vederlo la notte di San Valentino.
Non ho neanche la percezione che sia rimasto incagliato nella nostra cultura. Solo la canzone dei Goo Goo Dolls, è sopravvissuta e ancora oggi mantiene un certo potere evocativo.
Meg Ryan è ai minimi storici del suo appeal sensuale da Mulino Bianco; inizia ad apparire un po’ avvizzita, come una mela che non si è ancora mangiata e sta lì in attesa, nel vassoio della frutta. Nonostante allora fosse considerata ancora “la fidanzatina d’America”, si fatica a pensare che qualcuno possa desiderarla al punto di sfidare il padreterno e schiantarsi al suolo da centinaia di metri, vedendo se è utile a finire nel suo letto.
Nicolas Cage è il solito mistero. Funziona sempre, anche se non sembra mai questo granché.

