Confesso di non aver mai letto il Clive Barker fantasy fino a qui. In parte è perché diffido dai romanzi voluminosi, specie di chi è così bravo nelle cose brevi. In parte è perché non amo gli aspetti magici, fatati e avventurosi delle storie, per quanto possano essere aggiunte alla minestra spezie forti e piccanti. Ho appena finito di leggere, non senza fatica, “Apocalypse, il grande spettacolo segreto”. Si tratta del primo volume di una trilogia mai conclusa da Barker. Il secondo è “Everville”, che dovrei avere in edizione tascabile da qualche parte. Credo di averlo acquistato in edicola una cosa come 26 anni fa. Mai aperto. Sapevo che l’ultimo film di Barker come regista, il fallimentare e travagliatissimo “Lord Of Illusions” si basava in parte su l’ultimo racconto del sesto libro di sangue, “L’ultima illusione” sia su “Everville”, ma considerando che quest’ultimo è solo un segmento della grande storia sulla battaglia per “l’arte”, immagino che il film fosse collegabile anche al libro che ho letto. Il detective Henry D’Amour, interpretato nel film da Scott Bakula, noto al tempo per la serie “Quantum Leap”, compare anche nel romanzo “Apocalypse”, per quanto come personaggio limitrofo e semi-deus ex machina sia quasi ininfluente lì. Forse dovreste sapere anche un’altra cosa. Tra tutti gli stereotipi narrativi che imperversano nella cultura contemporanea, quello delle forze del bene e del male che si contendono, attraverso un meticcio della luce e delle tenebre, la vittoria sul mondo, è probabilmente il più odioso per me. Ne sono piene le serie anime di Netflix e anche molte di quelle fantastiche create in U.S.A. Io non lo reggo. Quindi la prospettiva di dover affrontare cinquecento pagine di una storia sostanzialmente così, nonostante fosse raccontata da Barker, mi ha piombato nello sconforto quasi subito.
Ricordo che quando si parlò di “Apocalypse” nel “Primo almanacco della Paura” di Dylan Dog, qualcuno, forse Masiero, scrisse che per quanto la trama fosse scontata, Barker si confermava “narratore di razza capace di reinventarla inserendo ingredienti e trovate molto personali”. Qualcosa del genere.
In effetti nel libro si sente la mano del caro Clive. Le quattro vergini che si fanno scopare come pazze; la bettola con la donna che si esibisce in un rapporto sessuale con un grosso cane; le disgustose trasformazioni corporali dei protagonisti, buoni e cattivi, il sesso spinto e ossessivo nella testa di quasi tutti i personaggi, i rimandi al mondo hollywoodiano corrotto e grottesco, lo gnosticismo, il mercato pornografico, la violenza estrema di alcune scene, la capacità di rendere rituali e magie molti più scatologici e divertenti di quello che ci si aspetterebbe, tutte queste cosine mi hanno aiutato ad attraversare la lunga storia di “Apocalypse” senza rompermi troppo i coglioni, ma se devo dirvi quanto mi sia piaciuto il libro, beh, ammetto la delusione.
Intanto la parte Barkeriana della vicenda appare abbastanza scaduta. Ha perso la freschezza dei primi anni 90, quando sembrava un genio lanciato verso il traguardo del millennio e a cui si perdonava tutto. Credo che ancora i racconti tengano botta al passare del tempo, ma diciamo che tutta la parte violenta, provocatoria e orrorifica di “Apocalypse” sembra ammuffita come un film anni 90 di Brian Yuzna con gli effetti speciali in lattice di Screaming Mad George.
Anche i protagonisti sono realizzati in modo piuttosto superficiale e pigro. Tesla, il giornalista Grillo, lo scienziato lisergico Fletcher, gli insopportabili giovani innamorati ma contesi tra oscurità e luce, io non parteggio mai per loro. Sicuramente Jaffe, il cattivone di turno, e Kissoon, il vecchio decrepito custode della spira, risultano più interessanti, ma non so, io quando ho chiuso il libro ho smesso di pensare a ognuno di loro e mi sono sentito sollevato di non dover continuare a leggerne le peripezie.
Amo Barker e non mi sento di liquidare il resto della sua produzione fantasy: “Imagica”, considerato il suo capolavoro, il fiabesco e più originale “Il mondo in un tappeto”, sono malloppi alti così che ho in casa da decenni. Mi guardano e mi pesano sullo scaffale e sul cuore. Prima o poi li leggerò, è chiaro.
Di certo questo primo assaggio non mi ha fatto scoprire e reinnamorare di un altro Barker. Lui stesso di recente, in occasione della pubblicazione di una serie di nuove raccolte di racconti, ha ammesso di non essersi mai trovato proprio bene con le cose lunghe, che comunque ha scritto.
C’è stato infatti un tempo, tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, che Clive faceva davvero a gara con Stephen King a chi intasasse di più il mercato dell’horror letterario. A differenza dell’autore americano però Barker, dopo aver cercato di portare avanti su un’infinità di fronti la propria visione creativa (regista, direttore di una compagnia teatrale, illustratore, pittore, scrittore di romanzi enormi) ha collassato. La scusa ufficiale è stato il fallimento a Hollywood, ma dopo aver rinunciato a fare film, limitandosi a un’attività di supervisione e produzione associata delle sue opere letterarie, ha praticamente smesso di scrivere per quasi vent’anni. O almeno di pubblicare. Adesso si è riattivato. Buon per lui, ma per molti anni è sembrato l’artista rinascimentale della multimedialità moderna, succhiato e risputato dal sistema consumistico che gestisce l’arte e la creatività oggi.
“Apocalypse” è ricco di digressioni filosofiche e riconosco anche una certa poeticità, soprattutto intorno al personaggio scimmiesco Raul, ma la necessità di costruire un’azione commestibile ha finito per ridurre il romanzo nell’ennesimo polpettone dark/horror tipico dei primi anni 90. Ho l’impressione che certe beghe sentimentali dei protagonisti e le loro difficoltà non fossero nemmeno così a cuore al narratore, ma le avesse inserite per necessità drammatiche e per rendere la vicenda accessibile a tutti. Come lo so? Non lo so. Ma lo sento.

