Non mi costringerebbe nessuno a scrivere qualcosa su “Master Of Puppets”. Tutto è stato già detto. O forse no, ma di certo io ora non è che abbia cose originali da aggiungere. Sapete già tutta la storia dei Metallica. Conoscete alla perfezione le dinamiche dell’incidente che uccise Cliff, avrete di certo già letto articoli su articoli in cui si rende conto persino del numero di birre che consumarono in studio durante le incisioni i Metallica. Quindi?
Beh, ci sono tante cose che si scoprono ancora, se uno va a scavare.
Per esempio non sapevo che (ma forse voi sì) durante l’assolo di Kirk, nella seconda parte di “Disposable Heroes”, il mi cantino gli sguillò fuori dal manico. Questo produsse un fischio che dopo la registrazione, il produttore Rasmussen decise di tenere, anche se non era voluto. Ho riascoltato a lungo quel solo ma non sono riuscito a identificarlo, però c’è una storia diffusa intorno a questo episodio. La sola cosa che mi colpisce è che Hammett ebbe paura di dover ripetere il solo a causa di quello sguillo strano. Che pappamolla.
Inoltre c’è una storia su Ulrich e il rullante. Lo stesso uomo che avallò il famigerato suono “sbidonante” da cui prende il nome questo blog, (quello di “St.Anger”) era ossessionato dal rullante di “Master Of Puppets”. Costrinse la produzione a spendere soldi con dei rimedi artigianali che garantissero alla pelle di emettere, in qualsiasi modo lui picchiasse, sempre la medesima espansione sonora.
Ma a chi interessano queste cose?
Molto più intrigante è la vicenda che per poco Ulrich non finì fuori dai Metallica. Poco prima di entrare in studio per registrare “Master…”, James, Cliff e Kirk valutarono se fosse il caso di mandarlo via, dato che era molto preso dagli aspetti materiali del business e davvero indolente e impreciso come batterista.
Poi se volete c’è la storia dei blocchi di cimento per non far muovere i piedi a James quando incideva, o il tatuaggio sempre di Hetfield con le note di un solo che Cliff rubò a Kirk…
Se vi state domandando cosa mangiavano i Metallica durante la lavorazione del disco, io so che Kirk andava matto per una crema spalmabile piccante e ne divorava interi barattoli.
Cazzo, basta.
Però vediamo. Erano tipo quindici anni che non ascoltavo “Master Of Puppets”. Quindici anni. L’ho ascoltato talmente tanto nel tempo della mia adolescenza, e via via poi in varie ulteriori sessioni intensive durante la prima maturità, che non ho avuto bisogno di ripassarci per quindici cazzo di anni.
E devo ammettere la frustrazione perché davanti a brani come “Battery” o “Master Of Puppets” il mio cervello e le mie corde vocali oggi si attivano e ricalcano ogni fraseggio, rullata di batteria, gridolino di Hetfield, mugugnio di basso e via così. Non lo ascolto, lo recito in contemporanea. Come fosse una preghiera.
Poi ogni tanto mi prendono delle piccole scosse di emozione perché mi accorgo che sugli accordi iniziali di “Welcome Home”, primo arpeggio che sia mai riuscito a riprodurre con una chitarra in vita mia, ci sono appese le speranze, le visioni e i triboli di me da ragazzo.
Ancora mi si aprono nella testa degli squarci di solitudine, di paura, di rabbia. Ci sono momenti di “Leper Messiah” che mi riportano quasi alla memoria l’odore pungente della prima mattina di tanti anni fa, quando ascoltavo i Metallica prima di entrare a scuola e odiavo ciò che mi attendeva, detestavo la mia classe e sognavo di uccidermi con un nodo scorsoio mentre lo stereo suonava “Orion”.
Già. “Orion” è sempre stata per me la colonna sonora ideale del mio suicidio. Immaginate la scena. Io adolescente brufoloso e con il cazzetto duro (pare che l’impiccagione produca questa e altre reazioni fisiche disdicevoli, tipo riempire le mutande), io e il mio cazzetto duro che oscilliamo sul nulla.
La mia ombra che come un corvo maestoso volava sugli scaffali pieni di libri di Lovecraft e Ramsey Campbell, VHS di Sly Stallone e i dischi degli Iron Maiden. “Orion” tartassava i vecchi vetri sottili delle mie finestre al massimo volume che le mie casse Sony potessero sparare. Booom. Mia madre che entrava e urlava senza riuscire a sovrastare la musica, alla vista del mio corpo ormai privo di vita.
Che volete, ero così a quindici anni. Fantasie di morte, di sesso, sesso e morte ed heavy metal.
I Metallica sono ancora intrisi di questo. Sono come la vecchia coperta imbottita su cui feci cose inenarrabili nei primi anni delle grandi pulsioni ormonali, quando tutto divenne idraulico, sgocciolante, incontrollabile, peccaminosissimo.
Quel disco è come la coperta della mia coscienza sporca e dolente di ragazzino. Ancora su quelle impalcature maestose di chitarre sovraincise non so quante volte, ci sono gli schizzi purulenti della mia libidine disperata.
Ci sono zone di “Master Of Puppets” che, con mia sorpresa, non mi suonano tanto famigliari. Mi riferisco a un paio di brani che durante gli anni di ascolti ossessivi, non conquistarono mai fino in fondo il mio interesse e il mio gusto. Parlo di due brani: “Disposable Heroes” e “Damage Inc.”. Che volete, sono due pezzi che non ho mai avuto la forza di amare, devo essere sincero. Mi piacciono. Qualsiasi scorreggia di quell’album è imprescindibile per me, però devo riconoscere che proprio quelle due tracce che non mi colpivano così tanto, oggi paradossalmente sono le sole che hanno ancora qualcosa da offrirmi.
Le risento e noto cose, non ne brontolo in contemporanea ogni frammento. In un certo senso me le godo, solo ora che non mi è rimasto altro di quel disco da succhiare.
Il resto è praticamente stato polverizzato e fagocitato dai miei stessi geni. Se mi vedete camminare quando ascolto i Metallica, il mio stesso corpo ha un passo tutto strano.
E l’incommensurabile grandezza cattedratica di pezzi come “The Thing That Should Not Be”, incombe su di me con la stessa mestizia colpevolizzante di un vecchio convento, rinfacciandomi dei vestiti che rubavo a mia madre e nascondevo nel fondo della vecchia cantina.
Da adolescente ho combinato un sacco di schifezze di cui mi vergogno, come per esempio travestirmi da donna. Vi confesso che l’infanzia di alcuni serial killer mi ricorda cose della mia e questo l’ho trovato inquietante per molti anni. Ora sono più scanzonato e ne rido.
No, niente animali torturati, tranne qualche lucertola, ma ho fatto cose strane. Davvero strane.
La mia sessualità si esprimeva in modi distorti. Non c’era nulla di animato a parte me in quelle occasioni, è chiaro, però che cazzo…
Va beh. Avevo questi abiti di mia madre nella cantina e andavo lì. A volte me li mettevo e mi masturbavo eccitato dal sentirmeli addosso. Una roba alla Ed Gein, vero?
Altre volte mi ci strofinavo addosso a quei vestiti dopo essermi spogliato.
Un giorno però entrando in quella specie di piccola grotta ho avuto l’impressione che quegli abiti fossero pieni di qualcosa, forse erano topi, non so. La mia mente però era suggestionabile e influenzata dal senso di colpa vi giuro che credetti di vedere “la cosa che non dovrebbe essere” vestita con quegli abiti sporchi di sborra. La avvertii staccarsi dal muro e inseguirmi sulle scale di pietra battuta mentre fuggivo con la gola chiusa e le lacrime agli occhi.
Non ci entrai più in cantina e lasciai gli abiti ai topi… o la cosa. Mio padre poi riempì il buco di pietre e murò tutto, per costruirci davanti una specie di grande tinello.
Riempì la cantina e la murò con i miei segreti alla Edgar Allan Poe.
Pensare che in quel tinello poi ci ho suonato con il mio gruppo un sacco di volte. Tra le altre cose facevamo anche “The Thing That Should Not Be”. E io guardavo in direzione di dove c’era una volta l’ingresso ad arco che dava sulla vecchia cantina. Ecco a che livelli di profondità organica sono invischiato in questo cazzo di disco. E voi?

