Ma dove cavolo avranno preso un nome così scemo i Baby Tuckoo? Erano una band interessante e capace di scrivere musica di qualità, peccato soffrissero una specie di perenne stato confusionale. Non sapevano bene dove volessero arrivare né come.
Inglesi, appartenenti alla seconda seconda ondata NWOBHM, sembrava che seguissero la scia dei Def Leppard: dalle birrerie dell’entroterra britannico fino alle fulgenti strade della California.
Il loro sound veleggiava indeciso tra gli Uriah Heep di “Abominog” e i primi “Van Halen”. Di sicuro un album come “Force Majeure”, uscito a metà anni 80 per la Music For Nations, pur godendo un discreto budget e buona pubblicità sulle riviste specializzate, non aveva speranze di imporsi su un mercato dominato da gente come Metallica, W.A.S.P. e Dokken.
Il loro problema infatti era non tanto di rimanere incerti tra momenti più accesi e di sicura presa come “Rock (Rock)” o la meravigliosa “Falling Star”, alternati ad altri giudicabili, dal punto di vista di un teen-ager affamato di roba heavy, come assolutamente “rammolliti”: vedi “Maybe” o “Over You”. Per la verità quel profluvio di tastiere e la ricerca di inni canterini, mal si confacevano alle tendenze di quegli anni. Il torto più grave che gli veniva riconosciuto era infatti che sembravano “vecchi”, di un’altra decade.
E se a partire dagli anni 90, il sapore vintage di certi nomi del rock ne ha determinato il successo, tra il 1984 e il 1986, che è più o meno il tempo in cui i Baby Tuckoo furono attivi, era un peccato imperdonabile.
Erano strani.
Come dicevo, prendete il nome. Mentre tutti gli altri gruppi del circuito dei pub, (Thank, Venom, Avenger) attaccavano il pubblico alla gola con monicker in grado di suggestionarne la fantasia ormonale, loro si erano rifatti a un romanzo di James Joyce, l’autore de “L’Ulisse” e “Gente di Dublino”. Il rimando è al vezzeggiativo con cui il papà chiamava il protagonista di “Dedalus” da bambino. Se lo traducessimo sarebbe una roba tipo: “cucciolino”, “topolino”, “pulcinotto”.
Chiaramente fu un errore che pagarono caro da subito, ma che non pensarono minimamente di correggere in corso d’opera.
Ebbero anche una discreta sfortuna, è chiaro. Anzi, direi una vera e propria iattura legata alle vicende di un’altra band, gli Accept.
Ne abbiamo scritto recentemente di tutta la storia di Udo che venne allontanato perché non in grado di realizzare gli intenti commerciali di Wolf Hoffman e Peter Baltes subito dopo “Russian Roulette”.
Beh, indovinate chi prese il suo posto, almeno all’inizio, negli Accept?
Rob Armitage, che era appunto il vocalist dei Baby Tuckoo. I tedeschi rimasero impressionati dalla potenza, la precisione del cantante. Aveva la capacità di mettere insieme il timbro caldo di Coverdale, l’eleganza di Michael Bolton e la forza trascinante di Sammy Hagar. Peccato che sul palco fosse uno stoccafisso e l’aplomb inglese non si sposasse assolutamente allo stile roccioso della band.
Fu cacciato poco prima di iniziare le registrazioni di “Eat The Heat”. Ci sono persino alcune foto di lui e gli altri degli Accept, in qualche forum. Sembrava cosa fatta e invece niente.
Beh, le perplessità c’erano da subito, ma fu quando Wolf Hoffman sentì la cassetta di un tizio che viveva in una baita in montagna e dipingeva pareti di vernice, che gli Accept ruppero ogni indugio e mandarono via Armitage chiamando l’altro.
Intanto i Baby Tuckoo non si erano mica arresi. Avevano ingaggiato un vocalist di indubbio valore. Non era un inglese come tutti loro, ma un cantante americano davvero in gamba che forse li avrebbe aiutati a percorrere fino in fondo l’esempio fortunato dei Def Leppard.
Si chiamava Dave Reece.
Già, molti avranno capito l’ironia. Era il tizio sentito dagli Accept nella cassetta demo e colui che avrebbe cantato su “Eat The Heat”.
I Baby Tuckoo cercavano da quasi un anno di ripartire con questo talentuoso cantante ma gli Accept non solo cacciarono Armitage, ma in perfetto cannibalismo industriale, scipparono ai Baby Tuckoo anche il sostituto.
Convinti di poter conquistare il mercato americano grazie a un vocalist poderoso e tecnicamente in gamba come il giovane statunitense, Baltes, Wolf Hoffman, e sua moglie, la manager del gruppo, Gaby Hauke, avrebbero preso la peggiore cantonata della propria vita.
Ma torniamo ai Baby Tuckoo.
Non perché ci sia molto da aggiungere. Si sciolsero e non tornarono mai più insieme. Due album discreti e nulla più. Per loro non c’è mai stata reunion di pancioni e pelati su un palco festivaliero d’Europa. Niente. Solo una piccola leggenda rimasta intonsa.
A parte Rob Armitage. Per lui non era ancora finita. Il poveretto infatti si illuse per un po’, che chiusa la porta degli Accept, potesse aprirsi il classico portone.
Trovò posto nella band Jagged Edge, gestita dal manager degli Iron Maiden, Rod Smallwood. Pareva una faccenda florida e destinata al successo. Grandi budget, possibilità promozionali enormi e lo stile giusto per il mercato.
Poco prima che il gruppo firmasse il contratto con una major, però Rob litigò col chitarrista e fu cacciato via.
Al suo posto arrivò Matt Alfonzetti e il resto è poca cosa, ma tant’è.
Per Armitage tutto finì. Sparì praticamente nell’anonimato, ma non prima di ritentare con un nuovo gruppo, i Passion, passati a miglior vita, come centinaia di altri progetti anni 80, sotto le rotaie del treno grunge.
Dei restanti Baby Tuckoo, escludendo il tastierista e chitarrista Andy Barrott, che si unì ai Chrome Molly, non si è più saputo nulla di nessuno.
Tutti chiusero il cassetto dei sogni di gloria e sprofondarono nell’anonimato della working class, tra pinte di birra nel dopo-lavoro e qualche momento di acuta nostalgia passato a guardare i vecchi vinili dei Baby Tuckoo ben quotati su Discogs.

