Quante volte vi è stato detto o avete sentito dire “oggi c’è molta musica buona, va solo cercata”, e avete provato un senso di inadeguatezza, di arretratezza e chiusura mentale? Così per rimediare siete giunti a un incrocio indecifrabile e alienante come quegli immensi snodi stradali statunitensi, a metà fra un quadrifoglio e un frattale. Solita storia: si tratta delle rete. Partendo dal non alienarsi con Spoticoso e magari impegnandosi anche se avete un lavoro e una famiglia, riuscite a frequentare diversi siti, tipo Scaruffi, BNR Metal, Metal archives, Rym, Discogs, DeBaser, Heavy Harmonies? Forse, ma c’è anche il resto ed è troppo, con chi scrive e parla spesso male, confonde produzione e registrazione, arte con parte. Il mondo dei siti è dispersivo, tranne Sdangher, composto da persone umili e geniali, come il sottoscritto.
Eppure quella frase, quel pensiero, merita d’essere compreso. Ogni anno da un lustro attraverso, nel periodo di Natale, le vie dell’essere alla ricerca di segni di dischi degni, ma quella frase mi perplime. Primo: che s’intende per “oggi”? Quanto dura OGGI? Secondo: la musica è “molta”, certo, ed è senz’altro “musica” o almeno si spera, ma “buona” invero se ne trova poca.
Infine “va cercata”: qui serve chi ti accompagna nella ricerca e t’insegna implicitamente a costruire la tua visione. Quanto sono magici quei libri come la guida sul rock progressivo di Cesare Rizzi o la celeberrima enciclopedia di Marzorati, prodigiosi per scrittura, opinioni, accostamenti rivelatori allusivi che van colti per associazione!
Ma è quell’editoria a mancare, quella non cialtrona e raschiabarile come la società contemporanea, quindi o si trova una guida del tipo “i 100 dischi x” che valga la pena fra le mille sciape o, per la musica del nuovo secolo, la ricerca è dura. La famosa frase sul tempio di Delfi attribuita a Chilone di Sparta o al Dio Apollo, “Conosci te stesso”, viene completata da Talete con ”Sappi che è difficile conoscere sé stessi”; quindi oggi possiamo dire “cerca buona musica, sappi che è difficile trovarla”.
Perchè è qui il punto: se negli anni d’oro era difficile cercare oltre i nomi grossi, ora l’impresa è più ardua, dopo decenni di produzioni e il decuplicarsi delle uscite: tutti sono underground. E negli anni, immerso in questi pensieri e con la voglia di comunicarveli, ho trovato una serie di dischi. Ve li proporrò (che gli autori sopracitati mi perdonino) nello stile che ho costruito imparando da loro, ma estremizzando la sintesi, così vi tolgo parte della fatica e forse vi stupirò con gli effetti speciali di parole ispirate dalla musica.
Exmortus “Slave to the Sword”, 2014. Si è parlato molto fra gl’intenditori di questo disco. Perfezione formale, buona produzione, Thrash Death neoclassico, Death melodico barocco. Forse è tutto vero, comunque è ipnotico, fluido nella sua adesione a una visione che si ricollega a Sadus e “Individual Thought Patterns”.
The Darkness “Last of Our Kind”, 2015. Nel momento in cui il loro circo mediatico-musicale s’è fatto più musicale e meno mediatico, si son spenti i riflettori su un gruppo che è diventato parte della schiera di “quelli che non ci son riusciti”. E questo proprio quando han cercato di essere veramente artistici cercando d’insufflare Cult e Black Crowes nella loro variante dell’hard tradizionale, cercando anche un’amalgama miracoloso fra questi elementi. Notevole, compresa la voce finalmente più sensata.
Psudoku “Deep space Pusdokument”, 2017. Vi faccio volteggiare la testa: cybergrind jazzistico suonato da un’unica persona. Originale? Si. Caotico? Certo. Metodico? Anche. Piacevolmente fastidioso, seriamente divertente, occasionalmente astraente.
Pallbearer “Heartless”, 2017. Doom progressivo malinconico, riflessivo, cupo, a modo suo epico. Forse lo Stoner meglio registrato e pulito di sempre che surclassa (le polemiche… quanto mi piacciono?) di spanne Josh Homme su un punto decisivo: fare melodia vuol dire fare i ruffiani sembrando alternativi? La risposta dei Pallbearer, con le loro scelte compositive, è no.
Chapel of Disease “…and as we have seen the storm, we embrace the eye”, 2018. Titolo lungo per brani lunghi. I Death di Symbolic che incontrano i migliori Wishbone ash. Meraviglioso, che altro?
Kings Kaleidoscope “Zeal”, 2019. Progressive math r’n’b cristiano e post alternativo. Capolavoro dei giorni nostri. Come dovrebbe essere il Pop, dopo 70 anni di Wall of sound e invece non è; o meglio è, con Zeal.
Robert Hart “Pure”, 2020. Un disco che a molti suona generico invece è un pregevole ponte fra AOR, Blues e una sana voglia di sperimentare. Cresce negli ascolti, per chi ha voglia di scoprire passaggi fra territori che han bisogno di comunicare.
Traveler, “Termination shock”, 2020. Power ottantiano fatto da canadesi, indizio cruciale per chi sa che vuol dire. Nella pratica, un approccio al terreno fra Vicious Rumours ed Helstar col ricordo di Maiden e Judas solo che sono introiettati e divenuti bagaglio personale. Qui non si trascende, si conferma senza plagi. Tutto ricorda ma nulla disgusta, molto riecheggia del passato, ma senza muffa. Rispettoso ed efficace.
Dvne, “Etemen Ænka”, 2021. I migliori discepoli dei Mastodon? Forse, sicuramente quelli che navigano fra tutti i mari attraversati dai maestri e li padroneggiano bene. Un tocco inglese ad uno stile che i britannici non han mai amato particolarmente.
Talvolta il basso sembra una voce e le voci sono raschianti come chitarre.
Eccentrico? Efficace.
Dorothy “Gift from the holy ghost, 2022”. L’unica candidata contemporanea a regina del rock duro, ma nella sua accezione attuale. Una bella voce, canzoni efficaci e melodiche senza essere ruffiane. Shcusa s’è poc’.
Bella rassegna, vero? Beh, c’è un piccolo neo: il resto delle discografie di questi gruppi non è all’altezza dei dischi segnalati. Per me sono il meglio, curiosamente quasi sempre posto in mezzo alle loro uscite. Sarà idiosincrasia di chi scrive o c’è qualcosa che può spiegare queste parabole?

