Warrel Dane ha raccontato più volte che l’ispirazione per “Dreaming Neon Black” gli venne dalla scomparsa della sua ex fidanzata, una ragazza con cui aveva avuto una relazione importante. Dopo la fine della loro storia, lei si unì a una setta religiosa. Un giorno, semplicemente sparì senza lasciare tracce. Dane non ebbe più sue notizie, e non seppe mai con certezza se fosse viva o morta. Come ogni musicista che si rispetti, codificò l’addio definitivo in un disco, probabilmente il più importante della carriera della sua band.
Sono quasi dieci anni che è morto Warrel Dane. Da quando è successo, nessuno ha messo mai in discussione la questione: i Nevermore non ci saranno mai più, punto e basta. Anche se adesso sembrano convinti di essere tornati, e molto del pubblico è lì che li festeggia, si tratta di una manifestazione rievocativa di qualcosa che non potrà più ripetersi. Il cantante è molto bravo, ha pure una presenza scenica notevole, ma è un buon imitatore. Niente di più. Per me non c’è da discutere oltre.
Poco tempo prima di morire Warrel si spostava da solista in giro per il mondo, portando in tour l’intera scaletta di “Dead Heart in a Dead World”. Bisogna ammettere che dai video pubblicati dai fan su Youtube, non sembrava uno spettacolo molto dignitoso. Locali piccoli, prestazioni vocali a dir poco difficoltose e una band di supporto abbastanza anonima.
Sempre un po’ di tempo prima che il diavolo se lo prendesse, Dane era tornato nei Sanctuary, così come Jim Sheppard, suo compagno fin dai tempi in cui quel diamante power metal di fine anni ’80 prometteva qualcosa di importante, almeno fino a “Into The Mirror Black”. I Nevermore e i Sanctuary sono sempre stati legati, concettualmente. I primi erano la naturale evoluzione dei secondi. Quando si scaricava l’intera discografia dei Nevermore, nel file ci si trovavano immancabilmente anche i due album dei Sanctuary. Non è un segreto, anzi, che quando Dane e Sheppard coinvolsero il fenomenale chitarrista Jeff Loomis, il progetto era ancora teoricamente denominato Sanctuary e non Nevermore. Poi per vari motivi – tra cui probabilmente il bisogno di evitare dispute legali con gli ex compagni con cui i due si erano lasciati male durante una mega rissa a una festa causata da “divergenze artistiche”, vecchi dissapori e un bel po’di superalcolici – erano nati i Nevermore.
I Nevermore sono stati (oggi possiamo scriverlo e anzi vogliamo ribadirlo con tutta la forza possibile, dato che quasi nessuno parla più di loro se non in occasione di qualche uscita “confettosa” dei vecchi album) probabilmente l’ultima band in grado di tenere insieme l’intero genere heavy metal senza frammentarsi in uno dei tanti rivoli sotto-tipici in cui tutti gli altri gruppi e progetti attuali si sono poi dispersi.
Lo stile del gruppo era duro, pesantissimo, capace di dare del tu alle band death e thrash più violente, al punto che qualcuno si è pure arrischiato a inserirli in una sorta di versione evoluta del fenomeno Bay Area anni ’80, in coda alla recrudescenza groove di Machine Head e Pantera.
Loro però erano smaccatamente melodici. Massicci e lirici insieme, cruenti e tecnicamente ineccepibili, bravi e caotici, brutali e aulici. Nei loro dischi si potevano trovare delle ballate commoventi, riconvertibili senza forzature alla grammatica dell’heavy rotation di MTV, e allo stesso tempo in ogni lavoro c’era spazio per dei momenti più progressivi e molto ostici.
Dane e Loomis erano sempre pronti a seguire qualsiasi inattesa stradina si presentasse tra un ritornello e un arpeggio di chiusura, ma senza far pesare il fatto che vi fosse quell’irrequietezza randomica dei veri esploratori. Perché loro, più che esploratori erano “voyagers”, e lo erano con disinvoltura, senza farsene un cruccio, come ogni autentico irrequieto spinto in là, sempre in là dalla vita.
Cercavano di continuo qualcosa ed erano pronti a stupirsi e commuoversi per primi. Erano il mix perfetto che usava tutto l’armamentario espressivo del metal classico e delle evoluzioni spigolose degli anni ’90, includendo senza esitazione il grunge più acido e pesante degli Alice in Chains e l’esistenzialismo goth-doom di Pete Steele e Josh Silver dei Type O Negative.
Sapevano raccontare la realtà nelle sue più inquietanti sfaccettature: passavano dalla disintegrazione dell’Io all’ammaestramento delle masse, dall’ipnosi mediatica alla brutalità irrefrenabile e stupida del paese in cui vivevano.
Erano musicisti prodigiosi ma capaci di presentarsi sul palco in pessime condizioni, ubriachi e con la bava alla bocca. Oggi è praticamente impossibile trovare un gruppo in grado di essere così “totale” e “puro”. Canzoni come “Dreaming Neon Black”, “Believe in Nothing”, “Next in Line” o “Passenger” possono rappresentare tutta la categoria, coprire l’intera gamma di emozioni e di cattiveria che il metal riesce a raggiungere: dalle vette immaginifiche di una fantascienza oscura e minacciosa alle oasi di luce e grazia delle più dolci interlocuzioni emotive.
Warrel Dane era probabilmente fin troppo stiloso e del tipo “melodrammatico”. C’era chi non sopportava quel suo modo esageratamente teatrale di interpretare le canzoni. A volte – specie nella fase finale della sua vita – ha caricato parecchio di enfasi le strofe, forse per sopperire a una tenuta vocale sempre meno in forma.
Però nella sua voce di Dane si potevano rilevare fino all’ultimo la cupezza tonda e sfuggente del doom, l’invettiva rabbiosa e dolente dell’alternative più sincero e la solenne pienezza del power metal americano. C’è stato poi chi ancora, negli anni, ha provato a cavarsela sintetizzando l’intera proposta dei Nevermore appunto come “power” aggiungendo “modernista” per non correre il rischio di apparire troppo semplificatore, ma la verità è che i Nevermore sono stati heavy metal da cima a fondo, come solo i grandi del passato sapevano essere. Al punto che non si esagererebbe considerandoli i soli e ultimi eredi dei, come i Judas Priest.
Purtroppo ne stiamo parlando al passato, mentre ancora si avrebbe bisogno di loro, quelli veri, è chiaro. Il genere è ridotto in coriandoli, a compartimenti stagni. Non esiste gruppo che non si sia fatto fregare da questa o quella specialistica e confortante gabbietta creativa. O si è prog o si è stoner rock, o si è thrash classico o si batte pesante il groove. Di canzoni poi, è quasi desueto parlare. Si giudica la tenuta collosa di interi album, che (per limitare a queste ultime tre righe la tirata) cominciano in un modo e finiscono nel medesimo, senza cambiare mai tono, registro, sapore, marcia.
La lezione dei Nevermore è sempre lì, ma più che qualche strenuo e compiacente imitatore certosino della prima fase, magari sposata con la precedente piccola e sofferta epopea dei Sanctuary, non c’è. Si parla di riproduzioni su scala più piccola e non di una emulazione della sostanziosa attitudine comunicativa e compositiva di Dane, Loomis, Shepard e gli altri.
Andando nello specifico della loro opera, in questo articolo vorremmo concentrare la nostra attenzione su ciò che probabilmente è stato l’album che ha determinato la nascita definitiva della creatura Nevermore, già clamorosamente accolta dalla critica all’uscita del primo, omonimo disco, ma sottoposta, con “The Politics of Ecstasy”, a un esame di riconferma severo e, per molti “esperti”, intriso di scetticismo.
Potevano essere solo uno dei tanti super-gruppi, nati da una fascinazione tra ego e spirito di conservazione, bruciati nell’arco di un paio di lavori. L’uscita di “Dreaming Neon Black” avrebbe detto “NO” a tutte queste insinuazioni, smentendo le illazioni pessimistiche: i Nevermore erano tornati ancora una volta e rimanevano essenzialmente gli stessi. Era ora di contare in modo deciso su di loro per il futuro del genere, ormai in piena crisi d’identità dopo anni di sperimentazioni, illuminazioni sulla via di Seattle o di Manchester e ripudio forsennato della parola “metal” da parte di troppi esponenti delle nuove generazioni infernali che ne avrebbero dovuto sfoggiare con veemenza il vessillo.
Alla Century Media va riconosciuto il pregio di aver scommesso sulla band in un periodo non facile per il metal sul piano commerciale. Il pubblico europeo (che poi è sempre stato il solo mercato possibile per un gruppo come i Nevermore) era diviso tra i nostalgici esultanti per il successo commerciale di HammerFall e Stratovarius e quelli pronti a seguire fino alla morte i Korn, i Soulfly o i Cradle of Filth.
I Nevermore avrebbero dimostrato non solo che si poteva essere “freschi” e “nuovi” senza ricusare le proprie origini classiche. Si potevano usare i consueti espedienti (come il virtuosismo chitarristico, la furia di certe ritmiche forsennate di batteria su riff minimali e ribassati di tono) e cantarci su dei ritornelli fulgidi da intonare tutti in coro come ai vecchi tempi.
Furono la prova che nel metal c’era ancora qualcosa da inventare, qualcosa da recuperare, sfruttando persino i vecchi cliché fuori moda e snaturandoli senza paura nella foresta ispida della tecnologia e della contaminazione.
Dopo una trasposizione musicale delle visioni allucinate di Timothy Leary in “The Politics of Ecstasy” e tre anni di silenzio, la band realizza il disco più sprofondato dentro il cuore nero di Warrel Dane, ormai diventato in toto l’Amleto degli inferi: istrione dannato che però sceglie di non lasciarsi inghiottire dalle luci nere della disperazione e realizza un concept sul progressivo deperimento fisico e mentale di un uomo ossessionato dalla perdita della donna amata – versione decadente e nichilista di un amor cortese e ritratto veridico di una vicenda accaduta sul serio al cantante, il quale fu costretto a dire addio alla propria ragazza, svanita nel nulla e presumibilmente morta, senza averne la certezza.
Per esorcizzare qualsiasi dubbio, il gruppo scelse di mettere in copertina il corpo di una giovane che galleggia nelle acque gelide di un fiume, presumibilmente dopo essere stata stuprata e uccisa da qualche psicopatico. Warrel raccontò che dopo aver perso ogni traccia di lei, la sognava che stava annegando e gridava il suo nome. Il sogno si ripeteva spesso di notte, al punto che per lui l’idea che fosse morta era quasi una certezza.
“Dreaming Neon Black” è la più struggente lettera d’addio che sia mai stata scritta a quella donna. Questo è un mondo che divora i propri figli, sembra dirci Dane, mentre un Creatore distratto e svogliato non risponde alle loro invocazioni d’aiuto.
Passano gli anni ma “Dreaming Neon Black” continua a trasudare il veleno e la pece di un’esistenza vissuta malissimo, scandendo un racconto sulla lenta asfissia di ogni speranza esistenziale. Dall’amore, i sogni di un futuro insieme, al progressivo smantellamento di una dimensione mentale ormai invivibile.
La combinazione di thrash e groove nei riff di Loomis raggiungono misture esplosive da manuale del piccolo chimico attentatore: “Deconstruction”, “Poison Godmachine” e “Beyond Within” violentano l’ascoltatore mentre “The Lotus Eaters” e la title track, autentica cattedrale del dolore, lo sospingono in stanze grigie di necro-romanticismo.
Urlando agli dei tutto il proprio dolore. Urlando agli dei tutto il proprio dolore.
La lenta deriva di “Forever”, dove Warrel urla l’ultimo implorante richiamo alla ragazza perduta, è tra le più struggenti suppliche amorose che siano mai state intonate in un disco.
Prodotto dall’inseparabile Neil Kernon, navigato sound-maker degli anni ’80, Dreaming Neon Black può essere considerato come l’esempio di maggior purezza dei Nevermore, ancora lontani dalle dispute interne degli ultimi tempi, tra album sempre di alto livello, ma in cui è via via più palese una lacerazione ideologica tra Warrel e gli altri.
Non è un caso che il discontinuo “The Obsidian Conspiracy”, ultimo tassello discografico della band, si trovi in mezzo tra il primo disco solista di Dane, il discreto “Praises to the War Machine” del 2008 e il ritorno sorprendente, ma che lascerà perplesse molte persone, dei vecchi Sanctuary con il bellissimo “The Year the Sun Died” del 2014 – praticamente un disco dei Nevermore senza Loomis.
Altra cosa rispetto a quello di cui stiamo parlando. La differenza principale? Molto semplicemente, al tempo di “Dreaming Neon Black” la band era ancora dannatamente coesa e determinata a non offrire consolazione al proprio pubblico. Proprio come alcuna consolazione non trovavano loro stessi nel freddo abbraccio della vita.
Ma cosa c’era dietro il mistero della scomparsa di quella ragazza? Oggi si sa chi fosse: La ragazza si chiamava Patricia Candace Walsh. E la realtà pare che sia stata più agghiacciante degli incubi di Dane.
Vero, si lasciarono dopo una travagliata storia d’amore. Si rifece una vita, sposando un tizio di nome Douglas Zyskowski. I due stavano andando a un seminario religioso in Georgia, nel gennaio del 1990. Si spostarono in auto-stop. Durante il viaggio la coppia accettò il passaggio di un certo Robert Ben Rhoades, un camionista che aveva trasformato il cassone del suo camion una vera e propria camera delle torture. L’uomo uccise quasi subito il marito di Patricia e poi si divertì per giorni con lei, facendole di tutto dietro quel cassone. Alla fine si sbarazzò del corpo nello Utah. Alcuni cacciatori rinvennero il corpo nel 2003 e grazie ai registri dentali si risalì alla vera identità. Il camionista, serial killer noto alle cronache come “The Truck Stop Killer” fu arrestato sempre nel 1990. Ufficialmente è stato condannato per tre omicidi ma si sospetta che ne avesse sul groppone più di 50. Warrel Dane nel 1999 ancora non poteva immaginare nulla. Scrisse i testi dell’album e come disse, “strappai il cuore e lo misi su un cazzo di CD”. Fu terapeutico o almeno artisticamente resta risolutivo per chi ascolta l’addio di Dane alla ragazza in “Forever”, ma quando la polizia lo contattò nel 2003 per dirgli del ritrovamento di Patricia, lo schock per Warren fu enorme e non credo che “Dreaming Neon Black” sia bastato a impedirgli di naufragare.
I problemi di alcolismo e di salute mentale condirono un declino psico-fisico progressivo dal giorno della telefonata. Non smise di scrivere di lei e nelle interviste ne parlava come di una presenza viva accanto a lui. Dichiarò di essere stato guidato dal suo spirito, quando scrisse “Dreaming Neon Black”.

