Abraxas – Un talento maledetto

C’è una parola che, prima ancora di diventare il moniker di un gruppo metal della provincia sveva, portava sulle spalle duemila anni di teologia arcana. Abraxas non è un’invenzione da copertina fantasy, di quelle che negli anni Ottanta fiorivano a grappoli su ogni album power metal insieme a draghi, spade e cavalieri di passaggio. È un termine che affonda nella gnosi alessandrina del secondo secolo, coniato o quantomeno divulgato dal teologo Basilide, sette lettere greche il cui valore numerico, calcolato secondo l’antica pratica dell’isopsefia, dà trecentosessantacinque: i giorni dell’anno, gli eoni che discendono dal pleroma divino, la totalità del tempo racchiusa in un solo vocabolo. Le sette con cui Basilide dialogava incidevano quella parola su gemme e amuleti destinati a proteggere il portatore, dando corpo a un essere composito con testa di gallo, busto umano e gambe fatte di serpenti: un dio ibrido che rifiutava la separazione netta tra luce e tenebra, sovrano di trecentosessantacinque cieli sovrapposti. Diciassette secoli più tardi sarebbe stato Carl Gustav Jung, nei suoi Septem Sermones ad Mortuos, a resuscitarlo come divinità che sta oltre il bene e il male cristiani, e da lì la parola sarebbe finita nelle mani di Hermann Hesse, che ne fece il simbolo segreto di Demian, romanzo di formazione del 1919 in cui il giovane protagonista impara che crescere significa accettare dentro di sé anche ciò che la morale convenzionale condanna. Fu proprio quel libro, riscoperto negli Stati Uniti insieme a “Siddhartha” durante la controcultura degli anni Sessanta, a rimettere in circolo il nome fino a farlo arrivare, nel 1970, sulla copertina dell’album più celebre di Carlos Santana. E in una cittadina del Baden-Württemberg che nessuna guida turistica avrebbe mai segnalato manco per sbaglio, un manipolo di adolescenti con le chitarre elettriche se ne appropriò, nel bene e nel male, senza probabilmente sapere fino in fondo quanto quel nome fosse un presagio.

Siamo nei dintorni di Tubinga, tra Mössingen e la vicina Nehren, terra di colline dolci e industria tessile in lento declino, l’ultimo posto al mondo in cui ci si aspetterebbe che qualcuno suonasse heavy metal invece di lavorare in filanda. Eppure è proprio qui, verso la fine del 1985, che il bassista Jan Müller e il batterista Heiko Burst mettono insieme le prime idee di quello che diventeranno gli Abraxas. Attorno a loro ruotano nei primi tempi il chitarrista Nicolai Mehl e il cantante Martin Gauger, una formazione acerba che suona nelle sale parrocchiali e nei centri giovanili della zona, cercando ancora la propria voce tra la NWOBHM che filtrava dalle radio libere e il thrash nazionale di Kreator, Destruction e Sodom, generi entrambi troppo lontani, in fondo, da ciò che quei ragazzi avevano davvero in testa.

Il vero salto di qualità arriva quando, dopo un continuo ricambio di volti, entrano in scena Joachim Hittinger alla voce e, soprattutto, un chitarrista che farà scuola per un motivo tanto semplice quanto disarmante: ha quindici anni. Oliver Mindner si presenta alle prove con uno strumento più grande di lui e una tecnica già sorprendentemente matura, il classico enfant prodige che si era formato ascoltando ore e ore di Michael Schenker e i primi Helloween sul giradischi sgangherato nella cameretta. Con questo nucleo la band incide, nel 1988, il primo vero documento della propria esistenza: il demo “Vampire”, un nastro ingenuo che circola di mano in mano nel circuito del tape trading, l’unico canale di distribuzione allora disponibile per chi non aveva ancora un contratto. Nastro che passò inosservato o quasi, comprato o scambiato da una manciata di fanatici disposti a scrivere lettere e ad aspettare settimane per un pacco.

Il 1989 porta con sé il primo vero episodio della sfortuna sistematica che accompagnerà gli Abraxas per tutta la sua esistenza. Il secondo demo, intitolato “Shattered by a Terrible Prediction”, colpisce a tal punto l’etichetta Multimedia Publishing da convincerla a trasformarlo in un mini LP ufficiale, stampato in edizione di mille copie nella primavera di quell’anno. Sulla carta sarebbe il classico trampolino di lancio verso il professionismo. Nella pratica, l’etichetta si dimostra incapace di far arrivare i dischi nei negozi, e la band si ritrova a dover vendere personalmente le copie ai propri concerti, un vinile alla volta, dal palco al banchetto del merchandising, a metallari alticci e incazzosi che a fine serata avrebbero comprato qualunque cosa. Il disco, va detto, se lo merita davvero quel pubblico più ampio che non arriverà mai a raggiungere.

Brani come “The Chosen One”, “Taken by the Past” e “Key of Destiny” mostrano una band giovanissima ma già capace di scrivere melodie potenti, ancorate saldamente nella tradizione dello speed metal teutonico, quello dei primi Helloween, dei Mania, Attack, Vectom e degli Heaven’s Gate. Le voci acute, i riff intricati che rubano strutture melodiche alla musica classica, cori graffianti, assoli armonizzati a due chitarre: è la grammatica embrionale di ciò che di lì a poco sarebbe diventato il power metal europeo, scritta da ragazzi che non avevano ancora un produttore vero ma già un’idea chiarissima di dove volevano arrivare.

Tra la fine del 1989 e l’inizio del 1990 la formazione si allarga e cambia pelle. Arriva Stephan Rohner come seconda chitarra, e con lui approda un nuovo tastierista, Andreas Hittinger, fratello dello stesso Joachim: per una manciata di mesi, tra le prove e i concerti nei centri sociali della zona, gli Abraxas sono anche una faccenda di famiglia, due fratelli sul palco a dividersi microfono e tastiera. Quella parentesi si chiude presto e in modo doloroso. Joachim Hittinger comincia ad accusare problemi vocali sempre più seri, al punto che i medici gli consigliano di smettere di cantare per non compromettere definitivamente le corde vocali: si può solo immaginare cosa abbia significato, per un cantante appena ventenne, sentirsi dire una cosa del genere mentre il fratello resta in formazione e la band va avanti senza di lui.

È una diagnosi che spezza in due la storia del gruppo: c’è un album già in lavorazione, fermo a metà, e un vocalist che non può più portarlo a termine. La soluzione arriva da Amburgo, distante centinaia di chilometri dalla Svevia, nella persona di Chris Klauke, cantante della band speed/power metal Mania, altro gruppo di culto della scena tedesca destinato a rimanere ingiustamente ai margini della storia ufficiale del genere, di cui parlerò in futuro specificatamente.

Klauke si unisce agli Abraxas nel giugno 1990 e ne diventa, da quel momento fino allo scioglimento, la voce riconoscibile: un registro più squillante e teatrale rispetto a quello del predecessore, capace di reggere tanto i ritornelli melodici quanto le architetture più prog che la band comincia a esplorare proprio grazie a lui. Con la nuova line up gli Abraxas producono nel dicembre 1990 il demo “Gates to Eden”, seguito esattamente un anno dopo, sempre nel mese di dicembre, quasi fosse un rito stagionale, dal nastro “Signs”. A parer mio è qui che trovo un’evoluzione paragonabile a quella che, negli stessi anni, stava vivendo Kai Hansen nel passaggio dagli Helloween ai Gamma Ray: stessa scuola melodica di partenza, ma arrangiamenti più articolati, strutture meno lineari, un uso della tastiera non decorativo ma portante.

In ”Signs” ritrovo con chiarezza anche altre parentele, quella con i Queensrÿche e i Crimson Glory, evidente nell’uso di armonie vocali sospese e in certi passaggi quasi cinematografici, mentre nei ritornelli più immediati resiste ancora lo speed melodico tedesco, in puro stile Scanner. Sono le registrazioni con cui il gruppo comincia finalmente a farsi notare da chi conta: nel dicembre 1992 gli Abraxas conquistano il terzo posto al Rockfabrik di Ludwigsburg, il più grande festival per band emergenti di tutta la Germania, e appena tre mesi dopo, nel marzo 1993, si aggiudicano addirittura il primo posto al Festival junger Künstler di Reutlingen. Il circuito live tedesco del primo scorcio degli anni Novanta porta gli Abraxas a condividere il palco con nomi di tutto rispetto: U.D.O., gli Zed Yago guidati dalla voce di Jutta Weinhold, e i Sinner di Mat Sinner, altro pilastro della scena tedesca.

C’è però un concerto che secondo me merita una menzione a parte per il suo sapore quasi geopolitico: tra le band con cui gli Abraxas si esibiscono compaiono anche i Kruiz, una delle prime formazioni heavy metal sovietiche ad attraversare la cortina di ferro ormai sgretolata dalla glasnost per suonare in Germania Ovest, un manipolo di ragazzi della Svevia che condivide il backstage con musicisti arrivati da Mosca proprio negli anni della caduta del Muro. Le riviste specializzate cominciano ad accorgersi della band: Metal Hammer, Rock Hard e Break Out dedicano spazio agli Abraxas, e alcune etichette discografiche iniziano a farsi vive.

Forti di quei riconoscimenti, tra gennaio e maggio 1993 gli Abraxas entrano ai Marquee Studios di Reutlingen per registrare, sotto la produzione di Hardy Heinlin, quello che sarà il loro unico vero album in studio da band attiva: “The Liaison”. Ed è qui che il destino, fedele al proprio nome gnostico fatto di luce e ombra insieme, gioca il suo scherzo più crudele. La casa discografica che avrebbe dovuto occuparsi della distribuzione europea viene coinvolta in un passaggio societario disastroso e finisce per sparire dai radar prima ancora che il disco veda la luce sul mercato tedesco. L’unico sbocco commerciale concreto arriva paradossalmente dall’altra parte del mondo: nel settembre 1993 l’album esce esclusivamente in Giappone.

L’ironia più amara è che proprio quella tiratura giapponese, mai ristampata dopo l’esaurimento della prima edizione, diventerà nel giro di pochi anni un oggetto di culto ricercatissimo dai collezionisti di tutto il mondo. Io stesso ne posseggo una copia, con tanto di obi di cartoncino e libretto lucido come li stampavano solo là, forse persa tra scatoloni di cd impolverati che possiedo, e ogni tanto mi capita di chiedermi che fine abbia fatto. Ascoltato oggi, “The Liaison” racconta con grande chiarezza cosa fosse in grado di fare questa band quando aveva tempo e mezzi a disposizione, cosa rara per una formazione ancora priva di un vero contratto internazionale. Cito a casaccio alcuni brani, non prima di segnalare una curiosità archivistica che pochi conoscono: alcuni database ufficiali del settore accreditano tra gli autori di “Explorers”, accanto al bassista Jan Müller, il nome del compositore americano David Arkenstone, noto soprattutto per colonne sonore new age e fantasy, senza che nessuna fonte disponibile chiarisca la natura reale di quella collaborazione. Resta uno dei tanti piccoli misteri che accompagnano ogni band semisconosciuta.

Torniamo a noi: “Gates to Eden”, che apre la scaletta, è un brano lungo oltre sette minuti che funziona quasi da manifesto: cambi di tempo repentini, un lungo interludio quasi recitato, un assolo di chitarra tra i più ispirati dell’intero repertorio, e un impianto narrativo che segue le ultime ore di un condannato in attesa dell’esecuzione, sospeso tra colpa, visione premonitrice e redenzione, un tema tanto lugubre quanto trattato con classe, senza mai scivolare nel patetico. “Crusaders’ Prayer” e “Place Without Mirrors” introducono suggestioni mediorientali nelle scale melodiche, un tocco esotico raro nel power metal tedesco dell’epoca, più abituato a guardare verso i castelli incantati che verso il deserto.

“Dream Dealer” costruisce la propria forza su un crescendo classico, strofe compresse che esplodono in un ritornello ampio e cantabile, mentre “Cry of the Nature”, un mix tra gli Helloween e gli Scanner, si scatena con grande efficacia. “Signs” rivela un lato quasi scandinavo nella scrittura melodica, non lontano dai coetanei Europe; “Euphoria”, il secondo brano oltre i sette minuti, mostra tutta l’ambizione compositiva del gruppo pur risolvendosi in un finale un po’ troppo brusco, come se mancasse il fiato per chiudere in bellezza ciò che era iniziato con tanta ambizione. La title track “The Liaison” chiude il lotto con un’anima più progressiva, quasi un ponte verso sonorità che la band non svilupperà mai, e “Tomorrow’s World,” brano che darà poi il titolo alla ristampa, richiama da vicino i toni solari del periodo Kiske degli Helloween, senza scadere mai nell’imitazione pedissequa.

L’album, prigioniero di una distribuzione nipponica chiusa in sé stessa, floppa, consegnando agli Abraxas soltanto l’oblio e il fallimento commerciale. Passano cinque anni prima che il pubblico europeo possa finalmente mettere le mani su questa musica, ma ormai tutto puzza di stantio. Nel 1998 l’etichetta Limb Music Products rileva i diritti e ripubblica il disco con un nuovo titolo, “Tomorrow’s World”, una scaletta leggermente riordinata e tre bonus track pescate dai vecchi demo. Il lavoro di rimasterizzazione, curato ad Amburgo già nel 1996, resta per altri due anni chiuso in un cassetto prima di trovare finalmente una via d’uscita commerciale, l’ennesima prova di quanto tempo, in questa storia, sia sempre stato il nemico peggiore, bruciando ogni possibilità di carriera.

L’ironia finale, quella più amara di tutte, è che l’uscita ufficiale europea coincide proprio con lo scioglimento della band. Gli Abraxas smettono di esistere nello stesso anno in cui, per la prima volta, il pubblico del proprio paese può finalmente ascoltare il disco che avrebbe potuto lanciarli cinque anni prima. Un dio bifronte, verrebbe da dire tornando all’etimologia del nome: benedice e maledice nello stesso istante, la nascita ufficiale e la morte definitiva. Dopo il 1998 le tracce dei membri degli Abraxas si disperdono nel modo tipico di tante band della scena underground tedesca, tra progetti minori mai emersi con chiarezza e ritorni alla vita privata. Anche il chitarrista aggiunto in extremis nel 1993, Siggi Maier, scompare dai radar senza lasciare altro segno oltre a qualche concerto suonato dal vivo. Il nome resta vivo solo nella memoria dei collezionisti, in quel sottobosco di forum e fanzine che per decenni tiene in vita la fiamma delle band dimenticate meglio di qualsiasi ufficio stampa, insieme a un’altra piccola curiosità mai davvero chiarita: nei crediti delle sessioni del 1993 compaiono anche due voci femminili di supporto, Elke Epple e Andrea Schellmann, senza che nessuna fonte specifichi su quale brano o in quale ruolo esatto siano intervenute, un altro tassello mancante di un puzzle cormai disintegrato.

Nell’agosto 2022 arriva una notizia che chiude simbolicamente un cerchio aperto trentasette anni prima: Oliver Mindner, il chitarrista che era entrato in formazione a quindici anni, muore all’età di quarantotto anni. Se n’è andato il ragazzino prodigio che aveva firmato alcuni dei riff più incisivi dell’intero repertorio, quello che aveva dato voce, insieme ai compagni, a un suono capace di reggere il confronto con band molto più celebrate. Destino cinico e baro. Come spesso accade nel mondo del metal underground, è un’etichetta specializzata nella riscoperta del passato a riaccendere i riflettori su di loro. Nel marzo 2025 la Golden Core Records pubblica una ristampa di “Shattered by a Terrible Prediction” che unisce, per la prima volta su vinile e su compact disc, il mini LP originale del 1989 e il demo “Signs” del 1991, completando il quadro con un paio di rarità aggiuntive in coda. Il restauro del nastro analogico originale, affidato a Patrick W. Engel del Temple of Disharmony, riesce a conservare intatto quel calore sonoro che le produzioni contemporanee, spesso schiacciate da una compressione eccessiva, non restituiscono più. La band, o quel che ne resta, dedica la pubblicazione alla memoria di Oliver Mindner.

Chi oggi si avvicina per la prima volta agli Abraxas, spinto magari proprio dalla ristampa del 2025, si trova davanti a un caso studio di come il tempismo possa condizionare la sorte di una band tanto quanto, se non più, del talento. Il livello medio delle recensioni raccolte negli anni dai pochi appassionati che hanno saputo scavare testimonia una qualità che raramente trova riscontro in una popolarità altrettanto ampia, con giudizi entusiasti arrivati sempre troppo tardi. Gli Abraxas hanno avuto la sfortuna di muoversi negli stessi anni in cui i big Helloween, Gamma Ray e Blind Guardian stavano già consolidando un pubblico internazionale solido, restando sempre un mezzo passo indietro rispetto ai tempi giusti: troppo tardi per cavalcare l’onda del primo boom del power metal teutonico a metà anni Ottanta, troppo presto per beneficiare della seconda ondata di interesse verso il genere che sarebbe esplosa a fine decennio. Il dio bifronte che dà il nome alla band, quello capace di contenere in sé il giorno e la notte, l’inizio e la fine, sembra aver vegliato su questa storia con la sua doppia natura fino all’ultimo, regalando loro una benedizione e una maledizione, entrambe potentissime: un talento fuori scala e, insieme, la sorte beffarda di restarne quasi sempre all’oscuro. Forse è proprio per questo che vale la pena riascoltarli oggi, con calma, senza fretta: per restituire tardi, come sempre è successo con loro, quello che meritavano da subito.