Dalla rabbia dei Motorhead al synth-metal di “Waiting For The Roar” – La folle parabola dei Fastway

Ho sempre avuto un debole per i Fastway e la ragione è Dave King. Per quel che mi riguarda la sua è la voce di Sammi Curr e ogni volta che lo ascolto provo un senso di tregenda ripensando al personaggio luciferino di “Morte a 33 giri”. So che non è un film impeccabile ma da metallaro l’avrò visto 80 volte e non me ne frega niente della tenuta drammatica o del fatto che la trama sembra scritta da una suora anti-rock. Da adolescente subii profonde suggestioni dall’immagine rettilea dell’attore Tony Fields e turbamento per quella voce a metà tra Vince Neil e Robert Plant di Dave King.


Fatemi poi dire un’altra cosa sui Fastway. “Waiting For The Roar”, disco di cui voglio parlare oggi nello specifico, non è “un sorprendente passo avanti nell’evoluzione della band”, come scrissero su HM al tempo. Era una sbracata sistematica al sistema commerciale. Un po’ troppo spudorata.

Io capisco chi non li prenda molto sul serio, questa band. In fondo sono partiti come progetto di Fast Eddie da poco uscito dai Motorhead e di Pete Way degli U.F.O. Quest’ultimo telò via prima di incidere l’album omonimo che portava anche il suo nome.

E quella matrice hard rock ruvida dei primi due dischi “Fastway” e “All Fired Up”, che piacque comunque a un discreto numero di persone, fu rasa al suolo dal sound Synth-metal di “Waiting For The Roar”, album concepito per la conquista del mercato americano che, non solo fallì commercialmente, ma deluse e perse gran parte dei vecchi fan della band.

Già da lì Fastway non era più la creatura di Clarke, ma una specie di proprietà che lui affidò alle cure di un sacco di gente, mantenendone solo il possesso legale e l’amministrazione sommaria, pur mettendoci la faccia sempre.

Basta pensare che lo stesso “Waiting For The Roar”, tutti i brani che ci sono dentro, non li scrisse Eddie. Nessuno, nemmeno una nota. E subito dopo il gruppo realizzò la colonna sonora di “Morte a 33 giri”, “Trick Or Treat”, altro passo discografico compiuto per rimanere a galla. Lo pubblicarono come come quarto album ma anche lì, non erano i “veri Fastway”, cioé: erano sempre loro ma in veste di “mestieranti” che offrivano alla produzione cinematografica che li pagava, l’ideale fondale musicale di una storia horror sul rock, una commistione di hard e easy metal commerciale anni 80 costruita incidendo un paio di tracce improvvisate all’occasione e rimestando negli avanzi dei primi album.

E questo generò ancora un cambio di stile: rock duro in stile Ozzy e Dokken dopo l’AOR di “Waiting For The Roar”.

A seguito di quell’ennesima piroetta stilistica, Dave King lasciò il posto e si dedicò a progetti più su misura per lui. Clarke si affidò completamente al vocalist e compositore Lea Heart, il quale usò i Fastway per i suoi due album solisti. “On Target” e “Bad, Bad, Bad Girls”. E ancora una volta, pure quei due lavori, nonostante la presenza e la firma di Fast Eddie, non sono canzoni sue.

Insomma, in questo continuo rimaneggiamento del progetto “Fastway”, è dura spiegare alla gente che quei dischi, uno dopo l’altro, sono comunque tutti molto fichi.

A me piacciono dal primo all’ultimo. Convengo che non si tratti dell’evoluzione creativa di una band e che non c’è alcuna coerenza, a parte il desiderio di fare soldi, ma che volete, io amo tutta la roba dei Fastway anni 80.

E “Waiting For The Roar” e smaccatamente un capolavoro. Realizzato con un gran budget messo a disposizione dalla CBS, l’album fu registrato agli Abbey Road Studios e prodotto da Terry Manning, l’arma segreta nascosta dietro al successo degli ZZ Top. Per me è un cazzo di discone hard rock tastieroso. Ci sono dei tappeti enormi, violini sintetizzati che sommergono la voce di King senza alcun indugio (il finale di “Change”) e melodie decisamente accattivanti. Sentitevi l’aperitiva “The World Waits For You” o “Tired Of Your Love” e ditemi se non vi si muovono i muscoli pelvici dopo qualche secondo. Io farei ore di aerobica senza fermarmi con questa roba nelle orecchie.

Capisco che non sono argomenti convincenti ma cosa volete? A pelle questa musica mi favorisce la circolazione del sangue. C’è qualcosa nella mistura di quei vecchi suoni elettronici che mi arrazza. E quelle cazzo di melodie che paiono slogan edonistici svuotati di qualsiasi senso, alla stregua delle scritte pubblicitarie filosofiche sui cartelloni che pubblicizzano la Sprite, io le canterei a petto nudo sul dorso di un bisonte della strada, possibilmente fermo.

E poi Fast Eddie si sente sempre, con quel suo nel piglio schiaccione, deciso e robusto: sono chitarre che sfrecciano come gommoni della Digos in mezzo al mare di Siracusa in direzione Miami Beach. Tutto ciò mi accende un senso di riscatto verso tutto e tutti. Affanculo, “The World Waits For Me, porca troia!”

Poi arriva il moralista che è in me e dice che questa è solo una bieca operazione commerciale finita male e che il sound dei Fastway è su “All Fired Up”, non qui. Beh però devo ammettere che a parte “The Stranger”, ballad riproposta nella colonna sonora di “Treak Or Treat”, non ci sono momenti così memorabili in quei due album e che le canzoni con le melodie più ispirate sono queste, che mi piaccia o no. E mi piace, gente. Ahimé, come mi piace.