Morgana Lefay Story – Vittime di un incantesimo

“Noi facciamo metal, punto e basta. Adoriamo l’heavy metal classico degli anni 80, è da lì che veniamo ed è quello che suoniamo” – Joakim Heder, 1996.

Definire il genere dei Morgana Lefay non è semplice, soprattutto dopo che i giornalisti e gli etichettisti compulsivi hanno seguitato a dargli la caccia con le proprie “pecette”. La storia della band è anche, per certi versi, la storia di come si sono evolute certe definizioni. Per dire, nei primi anni 90 chiunque scrivesse di questa band parlava senza esitazioni di power metal. Poi nel tempo si è scoperto che tra il 1990 e il 1995, la metamorfosi dei Pantera aveva provocato un gran pasticcio, poiché quando negli anni 90 ci si riferiva alla band texana con l’epiteto “power”, non si chiariva di quale parte della loro discografia si stesse parlando. Pochi sapevano che il gruppo era stato power e per certi versi pure glam, ma ben prima di “Cowboys From Hell”. Chi li sentiva accostare al power, aveva chiaro in testa solo gli urlacci di Anselmo, il suo cranio rasato e i fischi e riffoni post-thrash di Dimebag. E quello non era power, ovviamente. I Morgana Lefay non usavano la voce in scream, però i riffoni groovy e le ritmiche cadenzate sì. Definirli power fu quindi un bel guaio. Tanto più che loro stessi si presentarono così alla stampa fino alla fine del secolo ventesimo, quando un giorno chiarirono che: “il nostro non è proprio power, e nemmeno doom. Diciamo una via di mezzo tra questi due generi”. (Tony Eriksson, 1999)

Il doom sì, quello c’è sempre stato, intendendolo come sentimento e gusto per l’ineluttabilità, ma pure lì, se pensate di trovarvi di fronte a una versione più panterizzata dei Winter siete fuori di brutto. Tanto più che fin dall’inizio, i Morgana Lefay sono stati inseriti pure nel calderone progressive-metal, ma non subito: più o meno dal 1994.

Per strapparvi una risata finale e non uno sbadiglio, concludiamo questa pedante introduzione dicendovi che oramai, su youtube, sotto i clip dei loro dischi anni 90 c’è chi scrive “this is the very old school” e giù cornine.

I Morgana Lefay non suonano come i Running Wild e nemmeno come i Warlod, ma si portano dietro gli insegnamenti di Crimson Glory, Fates Warning, Savatage e Queensryche (soprattutto nel gusto interpretativo del loro singer, Charles Rytkönen) ripassati in padella nella fonduta del “Black Album” e di certe digressioni estreme alla Jeff Loomis (soprattutto negli ultimi anni). È un gruppo che ha avuto un proprio cammino evolutivo, una certa irrequietezza e parecchia sfiga, ma che oggi è considerato un punto fermo per l’ispirazione di gente come Eternal Champion, i quali reputano “Santified” tra i dischi più compiuti e rappresentativi del metallo pellegrino.

1988-1990 – UN DEMO DANNATAMENTE SINFONICO

“Non sono mai diventato un cantante serio” dice Charles lasciandosi scappare una grossa risata. “Ero a scuola e alcuni miei amici hanno detto che avrebbero iniziato a suonare in una band. Dicevano: io suonerò la chitarra, lui la batteria e lui il basso e lui la seconda chitarra e… non sappiamo chi canterà, però, allora io ho detto, okay, ci provo io, anche se ti posso garantire che non avevo idea di cosa dovessi fare. Ho solo iniziato a imitare le mie voci preferite al microfono: Midnight, John Oliva, James Hetfield… è un po’ imbarazzante ripensarci”, e giù a ridere.

Sappiamo che i Black Sabbath erano tutti di Birmingham e che si conoscevano praticamente dai tempi della scuola, questa cosa è stupefacente, considerato quanto fossero unici e indispensabili per definire quel suono decisivo. Con i Morgana dobbiamo fare un bel distinguo, ovviamente, ma è allo stesso tempo curioso che cinque pischelli del paesino di Bollnäs, piccola località svedese celebre giusto per… giusto per… va beh, insomma cinque ragazzi cresciuti insieme sono diventati una band potentissima e inseparabile, almeno fino a un certo punto.

“Come Morgana Lefay ci formammo ufficialmente nel 1989” ricorda Tony Eriksson, chitarrista e compositore unico della band, “dalle ceneri dei Damage, che a loro volta erano venuti fuori dai Superstition che a loro volta erano venuti fuori dai… ok, non mi ricordo più il nome di cosa veniva prima. Dei Damage facevamo parte io e Richard. Con noi si unirono Tommy Karpanen alla chitarra, Joakim Heder al basso e Jonas Soderling alla batteria. Sempre nell’89 registrammo un demo che però non interessò granché al mondo”.

Il demo in questione si intitola “Symphony Of The Damned” ed è davvero ingeneroso chiamarlo così. In realtà si tratta di un disco auto-prodotto e distribuito per vie indipendenti. A riascoltarlo oggi sono chiare certe influenze anni 80 e altrettanto lo è l’immaturità stilistica rispetto a ciò che seguirà, ma è un album notevole per i tempi, soprattutto la title-track, rimasta uno dei punti più alti del viaggio creativo della band.

“Lo registrammo nel 1990, in vinile. 537 copie, solo per vedere noi stessi su un vinile, chiaramente” ammette Charles. “Non avevamo un contratto in quel momento ma non ci importava granché, vivevamo alla giornata, suonavamo, creavamo musica e incidevamo il nostro disco. Ovviamente Symphony è stato prodotto male… nulla funzionava con quell’album, fu dimenticato subito. Col tempo però le cose sono cambiate in maniera interessante. Ci sono alcuni fan accaniti della band che hanno comprato il demo in Germania, anche se noi non l’abbiamo mai venduto in Germania, e loro sono arrivati a pagare 1000 corone svedesi (circa 120 euro) per averlo”.

Dato che la pubblicazione di “Symphony Of The Damned” non conduce a niente, la band si rimbocca le maniche e realizza un nuovo demo, inciso e suonato a livelli così professionali da spingere la Black Mark a fargli un contratto e licenziarlo come disco nei propri canali distributivi, così com’è. Si initola “Knowing Just As I”.

1993-1995 – DALLA PARTE DEL TEMPO

Il tempo è galantuomo, il tempo è buon consigliere, il tempo è il miglior medico. Quante ne avete sentite dire sul tempo? C’è da scommettere però che solo i Morgana Lefay siano arrivati alla conclusione che il tempo è Dio.
Nel 1993 escono ben due dischi della band, entrambi pubblicati dall’etichetta Black Mark. Del primo abbiamo già detto poco sopra, il secondo è “The Secret Doctrine”.

Le riviste iniziano a parlare con insistenza dei Morgana Lefay, prima dedicandogli un paio di pagine frettolose e poi tornando nel giro di pochi mesi a scrivere di loro. È comprensibile, il gruppo non solo ha inciso due album notevoli in pochi mesi ma pur muovendosi nell’ambito di certe dinamiche moderne, è rimasto fedele al metallo tradizionale, cosa che nel 1993 è abbastanza singolare. In molti recensori scommettono su di loro, raccogliendo conferme un paio di anni dopo, con l’uscita di quello che a oggi è considerato il primo dei due lavori più alti della band.

“Quando abbiamo fatto uscire “Santified” dice Tony Eriksson, “ricordo che abbiamo girato un video del brano “To Isengard” e che è subito diventato tra i più richiesti nelle TV svedesi. Da lì abbiamo iniziato un tour da headliner”.

“Sanctified” non è proprio il genere di album che oggi qualcuno definirebbe heavy metal classico, ma a metà anni 90 si viveva una fase molto difficile, spersonalizzante. Su Metal Shock e Metal Hammer Italia andavano in copertina i Faith No More e i Metallica con l’eyeliner e in quel tempo scrivere recensioni era davvero una cosa molto più difficile. Oggi abbiamo la rete e basta digitare un nome, cliccare un video e farsi un’idea dello stile e del gradimento personale rispetto a un gruppo, ma qui ricordiamo esaurimenti nervosi di gente che non sapeva come spiegare al pubblico “Promised Land” dei Queensryche o le cose dei Tool. Davanti al sound quadrato e possente, i rimandi a Tolkien, prima che divenisse monopolio espressivo dei Blind Guardian, i controcanti tradizionali e i ritornelli enfatici, gente come Ariatti non ha esitato a salutare i Lefay come metallari veri, per quanto fosse difficile ignorare l’approccio post-thrash del riffing di Tony Eriksson e il cantato discontinuo di Rytkönen.

Insomma, non erano certo loro gli Hammerfall e di sicuro avevano per la testa un sacco di idee oscure e filosoficamente tortuose, cosa già evidente nel simbolismo spiccato della clessidra, ricorrente in tutte le copertine.

“Fin dal primo disco” spiega Richard, “l’artista Kristian Wåhlin (noto anche come Necrolord, ndr) ha poi disegnato tutte le front cover dei nostri lavori e ha goduto da subito di un’assoluta libertà nel creare e dipingere ciò che sentiva rispetto alla nostra musica. Così sulla copertina del debutto “Knowing Just As I”, ha inserito di sua volontà questa clessidra e ha continuato a farlo in ogni nuovo album che gli proponevamo. È diventata una sorta di tradizione che non aveva nessun preciso significato all’inizio, ma che si è rivelata l’emblema, il marchio dei Morgana Lefay e ci ha ispirato diverse riflessioni e sul tempo, sulla sua indifferenza a ciò che accade, la potenza irrefrenabile che detta il cammino del gruppo e dell’intero universo. Il tempo, come dice uno dei nostri pezzi più riusciti, è dio”.

1996-2000 – L’INQUISIZIONE DEL MARCHIO NERO

“Maleficium” è il disco che il pubblico ha dimostrato di apprezzare maggiormente” ammette Charles, “il nostro punto più alto sia come musicisti che nel cammino verso il successo. Diventammo headliner in tutta Europa, non solo in patria. Paradossalmente il traguardo più appagante diventò anche l’inizio di una crisi che ci ha quasi fatto estinguere come band. Ma andiamo con ordine…”

Sì, Charles, permetti, andiamo piano. “Maleficium” è un concept album. Nel 1996 realizzare dischi a tema, con una trama divisa in canzoni, è diventata una specie di moda.

“Io non parlerei di moda” interviene Tony Eriksson, “ma di fase matura del metal. Dopo l’inizio degli anni 90 nessuno scriveva più canzonette di tre minuti, ci si interessava di più a temi introspettivi e tematiche sociali, in questo senso il concept album diventò una scelta obbligata, la musica e i testi potevano esplorare livelli più profondi e aiutare gli artisti e il pubblico a stimolare le rispettive immaginazioni”.

Sarà, ma diciamo che tutta questa introspezione e smania di concept appesantì non poco il genere. Uscirono dischi grandiosi ma anche parecchi mattoni insopportabili. “Maleficium” è senza dubbio un esemplare della prima categoria. La storia tratta di un sindaco, un uomo di potere che all’improvviso è accusato di essere uno stregone. Persino sua figlia non lo crede innocente, sebbene lui continui a sostenerlo fino alla morte tra le fiamme.

“Una storia vera, sai?” dice Tony, “o almeno fino a un certo punto. Nella realtà non tornò, come raccontiamo noi, dal regno dei morti per punire e dimostrare la propria purezza. Tanto più che nella realtà questo sindaco era una vittima dell’inquisizione, ok ma se la cercò. Praticava sul serio la magia nera”.

Il problema di una band non è come realizzare dischi sempre più eccitanti e irresistibili, ma avere alle spalle un’etichetta che la aiuti a passare al livello successivo. Se non ci riesce, l’etichetta dovrebbe quantomeno togliersi dai piedi e concedere al gruppo di andare in un contesto discografico più adeguato alle proprie aspirazioni e potenzialità commerciali.
Non sempre questo però avviene. È il caso della Black Mark.

“Sicuramente i nostri rapporti con la Black Mark sono stupendi. Possiamo letteralmente fare quello che ci pare e non abbiamo nessuna sorta di pressione o condizionamento. Lavorare in questi termini è decisamente più facile visto che concentri i tuoi sforzi unicamente sul lavoro e non su attriti personali e discussioni snervanti. Certo, noi avremmo voglia di provare con una major ma fino a qui nessuno si è fatto avanti. Se capitasse potremmo pensarci”. Dichiarazione di Joakim Heder, bassista del gruppo, rilasciata nel 1997 a Metal Shock.

“Maleficium” è il disco più apprezzato dal pubblico, c’è grande richiesta di Morgana Lefay nel 1996, ma la Black Mark non sembra fare più del solito per curare questa febbre collettiva.

“La verità è che il disco andò benissimo nonostante il lavoro dell’etichetta” dice Tony. “Vedemmo crescere il numero dei fan senza che la Black Mark c’entrasse qualcosa. Era evidente che non poteva più funzionare con loro. Ma il problema non fu solo quello”.

“Non eravamo soddisfatti e ci sentimmo un po’ presi in giro” aggiunge Charles, “avevamo firmato un pessimo accordo dall’inizio con loro, ma ce ne rendemmo conto quando le cose iniziarono a girare davvero bene. Ai primi tempi non ne capivamo nulla, eravamo giovani, non sapevamo assolutamente niente di questo settore e firmammo senza leggere bene le clausole”

“Wow, abbiamo un contratto discografico qui!” ride amaro Tony ripensandoci. “Poteva esserci scritto che dovevamo correre in giro nudi per la città e l’avremmo firmato comunque”

“E dopo anni”, riprende Charles, “nonostante stessimo crescendo, non avevamo ancora visto un soldo, quindi eravamo davvero arrabbiati e delusi. Poi un ragazzo della Noise Records si avvicinò, dopo un concerto, e ci chiese se avessimo voluto andare con la loro, e noi dicemmo subito sì, a quel punto eravamo cotti a puntino: Sì, certo, non ci sono dubbi, i bagagli sono pronti! Beh, da quel momento iniziarono i momenti difficili”.

Curioso, la Noise Records, etichetta che mandò in vacca il futuro degli Helloween, quando la band tedesca tentò di salpare con la Emi, per le stesse ragioni di insofferenza, sfiducia dei Morgana Lefay con la Black Mark, adesso stava svolgendo il ruolo opposto.

“Non volevano mollarci” dice Charles. “Coinvolgemmo avvocati per nove mesi, alle prese con qualcosa, non so cosa – io volevo solo suonare, cazzo. All’inizio di quel casino poi, tre dei membri del gruppo pensarono bene di trasferirsi a Stoccolma e ottenere dei veri lavori in modo da poter guadagnare un po ‘di soldi almeno una volta nella vita. Per carità, noi li capivamo e ci andava pure bene, ma non intendevamo seguirli e ponemmo come condizione, di continuare a presentarsi a Bollnäs per le prove. Ovviamente non poterono farlo, quindi non li considerammo più parte della band”.

Ricapitolando: il mondo li anelava, la Noise gli stendeva un tappeto rosso ma la Black Mark non li lasciava partire e così tre membri del gruppo causarono quasi uno split. Un bel casino, davvero.

Ma tutto finì per risolversi. Solo che costò davvero tanto alla band. E non ci vuole un genio per capire che fu proprio qui che ogni cosa precipitò, la carriera del gruppo subì un contraccolpo definitivo e nulla, dopo “Maleficium” continuò a crescere, a parte lo stress nervoso dei membri superstiti Charles e Tony.

“Prendemmo tre dei membri dei Fantasmagoria” racconta Eriksson, “non domandammo il permesso, li sequestrammo in pratica, anche se erano liberi di suonare pure con la loro band d’origine. Poi dovemmo cambiare il nome in Lefay a causa di qualche stupido… beh, non so perché esattamente, ma uscimmo dalla Black Mark con metà nome. A complicare le cose ci pensarono i tre di Stoccolma, che accettarono di realizzare un disco con la Black Mark, usando il nome intero Morgana Lefay”.

1999-2005 – SDOPPIAMENTO E RICONGIUNGIMENTO

Nel 1999 escono “The Seventh Seal” dei Lefay, per la Noise Records, e “Morgana Lefay” dei… non si sa bene chi, per la Black Mark.

“Sì” dice Tony, “il vecchio contratto prevedeva la consegna di un altro album. Ma all’epoca non lo volevamo. Gli ex membri della band ne pubblicarono uno con il nome di Morgana Lefay ma fu una schifezza, perché quel lavoro non aveva niente a che fare con i Morgana Lefay”

Ovviamente Eriksson ha ragione, il vero gruppo sono lui e Charles, se non altro perché la musica e le liriche sono sempre stati farina del sacco loro, ma col senno di poi, nonostante il disco omonimo sia ripudiato persino da chi lo incise, è opinione diffusa che Söderlind, Heder e i fratelli Persson, non fossero solo dei gregari e per quanto il loro contributo creativo si riducesse alla fase di arrangiamento, rappresentavano elementi indispensabili nella chimica di un gruppo che di fatto non fu più la stessa.

“The Seventh Seal” e “SOS” (con la parentale riedizione di “Symphony Of The Damned”) rappresentano un momento calante nel cammino dei gruppo. Non si tratta di brutti lavori, anzi. Il primo in particolare vanta pezzi degni della fase più florida, ormai alle spalle. L’atmosfera dark e maestosa di “The Boon He Gives”, il riff spaccatruzzi di “I Am”, l’epopea sulfurea di “Hårga”, provano che il gruppo ha ancora qualcosa da dire, ma il sound, il tiro, non sono esattamente gli stessi di “Sanctified” e “Maleficium”.

“SOS” poi a dirla tutta non è un lavoro indimenticabile.

Inoltre cambiare nome, per quanto nel caso dei Morgana Lefay si sia trattato di conservarne solo una parte, ha sempre causato problemi. Basta pensare ai lanciatissimi Caught In The Act, class metal band che all’inizio degli anni 90 stava ottenendo risultati incredibili in un momento di crisi nera per il genere e che una volta costretti a ribattezzarsi Guild Of Ages, finirono quasi per farsi dimenticare, nonostante la qualità dei dischi non fosse inferiore.
Charles e Tony ne convengono: “non avremmo mai dovuto rinunciare al nome Morgana Lefay. Eravamo sempre noi ma non eravamo più noi”.

“All’inizio pensammo addirittura di cambiare completamente nome” dice Eriksson “ma quei nomi erano davvero stupidi, roba come “No Name” e “Fuck Black Mark” e roba così, non potevano certo funzionare, ti pare?”.

“Volevamo riavere il nostro cazzo di nome” rincara Charles, “voglio dire, era una mia invenzione! Era il mio nome, dannazione. Ma finimmo, proprio noi che avevamo realizzato tutto quanto, per divenire noi sotto mentite spoglie. Non ti viene da ridere? A me ormai sì!”

E nonostante tutte le beghe e i litigi, alla fine Charles e Tony, con i tre Fantasmagoria, fanno ritorno alla Black Mark.

“Dopo essere passati a un’altra etichetta” ammette Charles con un sospiro, “ci siamo resi conto che la Black Mark non era poi così male. Già, per noi almeno andava bene, dopotutto. Parliamo la stessa lingua, abbiamo un contatto diretto con il capo e ora ci hanno fatto un buon contratto”.

Soprattutto il gruppo può tornare a usare il proprio nome.

“Eravamo così tristi di non poter più usare il nome” ammette Charles. “Non l’avevamo perso perché ci eravamo bevuti il cervello e messi a fare un tipo di musica completamente diverso. C’erano ragioni che non avevano niente a che fare con la musica. Si trattava di questioni legali e io mi trovai quasi sull’orlo di un esaurimento nervoso. In fondo bastava dargli un altro disco e ci saremmo liberati riprendendo i diritti sul nome. Ma per me e Tony allora era impensabile dargli ancora un’altra nota, altro che disco. Oggi mi pento di aver agito così, ma ormai è andata”

RITORNO A CAMELOT 2005-2019

I dischi del rientro alla Black Mark mostrano una ripresa sensibile. “Grand Materia” in particolare riporta la band ai livelli creativi di “Seventh Seal”, restituendo abrasività a un sound che soprattutto con “SOS” risultava leggermente appannato. “Aberration Of The Mind”, uscito invece nel 2007 segue un po’ troppo l’esempio dei Nevermore.

“Io di certo non sono molto contento di “Aberrations of the Mind”, dice Charles, “non lo vedo come un tipico album di Morgana Lefay”.
In realtà è un buon disco ma non mostra chissà quali sviluppi per il futuro e forse non è un caso, poiché la band non ha dimostrato in seguito tutta questa smania di continuare”.
“Era più come se stessimo andando in salita da troppo tempo” dice Charles. “E non è che a un certo punto dicemmo ok, basta, fermiamoci. Non provammo per un po’, e poi non provammo per un altro po’ e ci ritrovammo di nuovo assieme non prima di cinque anni!”

Nel 2012 il gruppo ha accettato l’offerta di suonare allo Sweden Rock Cruise. Da quello sono arrivate le chiamate ad altri festival, finché i Morgana Lefay, senza fare grandi programmi, si sono ritrovati ancora una volta in sella.
C

harles lo ammette: “è sempre divertente suonare con questa band. La lunga vacanza che abbiamo avuto è stata qualcosa che evidentemente serviva”.
Ormai, dopo più di trent’anni è naturale fare più dei bilanci che programmi”.
“Oggi le cose sono così diverse ma non la vediamo negativamente, come molte band del nostro tempo” dice Tony. “Il problema con l’industria musicale è che hanno cercato di combattere la rete per diversi anni, ma non puoi combattere Internet”.

“Una cosa che mi mancherà sono le grandi produzioni costose” dice Charles, “Quando abbiamo registrato “Grand Materia” e “Aberrations Of The Mind”, siamo stati in studio per circa tre mesi. Questa cosa sarebbe impossibile adesso. Forse la cosa migliore sarebbe avere un’etichetta, ma preferirei fare tutto da solo e prendere tutti i soldi”.

“Un altro segno dei tempi” aggiunge Tony, “è che le persone tendono ad ascoltare singole tracce, non hanno abbastanza tempo e abbastanza pazienza per ascoltare interi dischi. I Morgana Lefay hanno pubblicato un bel po ‘di concept album e per capirli veramente le persone devono ascoltarli dall’inizio alla fine. Però io penso una cosa sai, ogni volta che c’è un’azione, c’è una reazione. Quindi credo che prima o poi le persone torneranno a certe cose più complesse. Alla gente piacciono ancora i vinili”

Ma come mai i Morgana Lefay non sono diventati più grandi? Solo colpa della cattiva Black Mark o magari le responsabilità vanno cercate anche altrove?
“Ero arrivato a un punto” dice Tony, “di guadagnarmi da vivere con la mia musica. Cinque o sei anni sono andato avanti così, suonando circa 500 spettacoli. A un certo punto ho avuto la sensazione che fosse abbastanza. Ma davvero non so perché la band non è mai diventata più grande…”.

“Lo sentiamo ovunque” dice Charles indispettito, “tutti dicono “oh, dovresti suonare sul palco più grande” ai festival e così via. Certo, se avessimo avuto una buona gestione a metà degli anni ’90 avremmo potuto decollare. Forse. Dico forse perché alla fine, non dipende solo da quanto sei bravo o da quanto ti spinge un’etichetta. Hai pure bisogno di fortuna. Devi essere nel posto giusto al momento giusto, come si suol dire. E penso che Morgana Lefay in fondo non lo siano mai stati davvero”