“Orgy of the Damned” – Slash ritrova il sound di Use Your Illusion (ma il talento compositivo è altrove)

“Orgia: riunione di più persone che si abbandonano a comportamenti sfrenati, senza inibizioni, in genere associata all’attività sessuale di gruppo”. Piazza questa parola su un disco di Slash, mettici una copertina altrettanto dissoluta, quasi in stile Guns, e ci si sente immediatamente rispediti indietro aquando il rock era ancora un gigantesco baraccone di eccessi, corpi, whisky, chitarre e pessime decisioni prese alle tre del mattino. A sessant’anni suonati però il concetto di orgia è inevitabilmente un po’ diverso.

L’ammucchiata di “Orgy of the Damned” chiama a raccolta la musica del Diavolo per eccellenza e dei suoi seguaci, quei maledetti artisti dalle vite scellerate e dissolute che hanno trasformato il blues in una specie di religione pagana. Si tratta di un grande raduno di dannati, quel gotha del rock’n’roll che Slash ha deciso di portarsi a casa, un po’ per divertimento, un po’ per sfizio e probabilmente anche per togliersi qualche sassolino dalla scarpa.

Le sue uscite non scaldano il cuore, ma non passano neppure inosservate. Parliamo pur sempre di uno dei volti più riconoscibili della storia del rock, di una maschera, di un chitarrista che, piaccia o meno, ha costruito attorno a sé un personaggio talmente ingombrante da essere ormai impossibile separare l’uomo dal cappello, dalla Marlboro e dal Jack Daniel’s (anche se oggi è rimasto solo il cappello).

Personalmente l’ho sempre ritenuto un chitarrista appena sopra la media, perfettamente funzionale ai Guns N’ Roses e dotato di gusto e senso della melodia, ma anche un musicista straordinariamente bravo a costruirsi addosso un’immagine che ha finito per sovraesporlo rispetto alle sue effettive capacità.

Ha fatto la storia con quei pezzi lì, questo è fuori discussione, e quando si mette al servizio di una buona canzone sa trovare il riff, il fraseggio giusto, quella manciata di note che fanno immediatamente pensare a lui, ma sul piano compositivo continuo a trovarlo parecchio arido. I vero talento di quea band, a mio avviso, era tutto made in Lafayette, Indiana, mentre Slash era il perfetto animale da palco capace di trasformare quelle canzoni in qualcosa di fisico, riconoscibile, iconico.

Il suo socio Axl, che non è esattamente una macchina da canzoni e che nella sua carriera ha sempre avuto bisogno di tempi geologici per tirare fuori qualcosa, ha comunque dimostrato di saper partorire, ogni tanto, materiale memorabile, e sì, lo ammetto senza particolari sensi di colpa: ci sono alcuni pezzi di “Chinese Democracy” che trovo sontuosi, perché quando Axl decide di mettere in campo tutta la sua megalomania musicale può anche venirne fuori qualcosa di gigantesco.

I dischi solisti di Slash, soprattutto quelli realizzati con Myles Kennedy, mi sono sempre sembrati invece abbastanza intercambiabili, piacevoli da ascoltare, ben suonati, pieni di mestiere e di quella chitarra che ormai riconosceresti anche se te la facessero sentire al citofono, ma raramente capaci di lasciare davvero qualcosa; “Orgy of the Damned” però è diverso, e lo capisci già dall’idea di partenza.

Dai titoli sembra di avere fra le mani il solito disco di cover blues ascrivibile alla categoria “bella copertina, grandi nomi, dieci pezzi che abbiamo già sentito ottocento volte”, e viene spontaneo chiedersi se nel 2024 il mondo avesse davvero bisogno dell’ennesima versione di “Hoochie Coochie Man”, “Crossroads* e “Key to the Highway”, visto che di queste canzoni esistono già abbastanza interpretazioni da riempire una biblioteca; la risposta, sorprendentemente, è sì, perché Slash riesce nell’impresa non semplice di carpire lo spirito di quei pezzi senza limitarsi a rifarli in modo scolastico, ma inserendoli dentro il proprio modo di suonare e soprattutto costruendo un disco che sembra meno interessato a dimostrare qualcosa che a divertirsi.

Per togliersi lo sfizio, naturalmente, Slash non ha badato certo a spese e ha piazzato le tende agli East West Studios di Los Angeles, proprio nel bel mezzo del Sunset Strip, un posto da cartolina della mitologia losangelina; d’altra parte, se devi dare il puntello a Brian Johnson e Steven Tyler, mica puoi invitarli a Chattanooga. Perché andare a bere al motel sulla statale quando puoi andare al Rainbow?

Più che un disco di Slash, “Orgy of the Damned” è quindi il disco dei suoi ospiti, e questa è probabilmente la ragione principale per cui ho tirato fuori i soldi per comprarlo, perché qui Slash sembra finalmente aver capito che il modo migliore per valorizzare se stesso è, paradossalmente, lasciare spazio agli altri e mettersi al centro di una situazione in cui ogni musicista può portare qualcosa di proprio.

Così come fanno Eric Clapton, Joe Bonamassa, tanto per scomodare nomi pesanti.

Un po’ come quando inviti gli amici a casa per una grigliata: io vi metto a disposizione il giardino, le poltrone, il vino e magari anche il barbecue, ma ciascuno si porta la carne, e alla fine quello che viene fuori è molto più vario e interessante di chili di ciccia del discount.

La scaletta, ve lo dico, è piena di sorprese. Ci sono i classici del Blues, ma anche della black music, “Papa Was a Rolling Stone”, una clamorosa “Living For The City” di Stevie Wonder, i primi Fleetwood Mac. E poi ci sono gli ospiti, Steven Tyler all’armonica e in coppia con Brian Johnson, Chris Robinson e Billy Gibbons, roba da foto di gruppo sul Sunset Strip.

Mi viene da pensare che Slash abbia avuto sì un pensiero per i suoi miti, ma anche per quegli artisti minori incontrati fra tour e collaborazioni, tutti quelli con cui negli anni ha sentito una particolare connessione e che, per un motivo o per l’altro, gli sono rimasti attaccati addosso, perché “Orgy of the Damned” ha qualcosa della rimpatriata fra vecchi compagni che si ritrovano in sala prove, aprono qualche bottiglia, attaccano gli amplificatori e decidono che per una sera non serve inventare niente, basta suonare le canzoni che hanno fatto innamorare tutti loro del rock e del blues. (Un po’ come avrebbe dovuto essere, per investimento di energie e di budget, il kolossal della cover “The Spaghetti Incident” N.D.P)

Qualche esempio? Gary Clark Jr. probabilmente il più interessante artista “black’n’blues” contemporaneo, che non a caso si è fatto un paio di tour di spalla ai Guns N’ Roses, trovandosi quindi già perfettamente inserito nella cricca del nostro caro Slash; a lui spetta il posto d’onore su “Crossroads”, uno di quei pezzi che rischiano sempre di diventare una gara a chi ce l’ha più lungo, ma che qui viene trattato con grande rispetto e inventiva.

Poi ci sono Beth Hart, Demi Lovato, Dorothy e Tash Neal, nomi sconosciuti ai più almeno dalle nostre parti ma emergenti o già affermati nei rispettivi generi, chi dal country, chi dal pop, chi dall’ R n’ B. Si tratta di una cosa molto americana, un po’ come i Metallica e Lady Gaga, musicisti di varia estrazione che si mischiano, suonano e si divertono senza tante menate, senza presunte ortodossie.

C’è anche uno strumentale inedito in chiusura di disco, “Metal Chestnut”, che c’entra come il cavolo a merenda anche perché è piuttosto bruttino, per la serie “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi” (non ce ne voglia Robert Johnson).

Insomma, date una chance a “Orgy Of The Damned”, (Luca ve lo dice sinceramente, non ha ricevuto il promo da nessuno, non è amico del cugino di Slash, non sta lisciando il culo a una label per avere i CD gratis, l’album se l’è comprato e l’ha ascoltato senza aspettarci niente di ché N.D.P.) anche perché in console c’è un certo Mike Clink, l’uomo di “Use Your Illusion”, e si sente. Erano anni che non ascoltavo un disco con questo sound. Il blues, il rock n’roll, l’artigianato, fanno ancora tutta la differenza del mondo.