Riceviamo un sacco di complimenti per i nostri articoli approfonditi, pieni di curiosità insolite su questa o quella band. Passiamo per degli esperti ma vorrei fosse chiara una cosa, almeno nel mio caso: io se scrivo di qualcosa non è detto che ne sappia più di voi. Vi rendo partecipi delle mie ricerche e scoperte, ma non voglio nascondermi dietro una foglia di fico né fare il Mastermind. Ne so quanto se non meno di molti di voi che ci leggete e seguite hard rock, metal, progressive, synth wave e qualsiasi altra diavoleria oscura vi faccia battere il cuore da 30/40 anni.
Per esempio ho quasi sempre tenuto a distanza una figura come Wendy O Williams.
So che se la fece con Lemmy, con Gene Simmons, il quale produsse un suo disco (il che potrebbe non essere un bene per quel che mi riguarda). So che prima suonava con un gruppo punk chiamato Plasmatics e so che era matta scatenata, sopra, sotto il palco e so che fece una gran brutta fine. Una delle tante stelle cadenti del firmamento dannato del rock and roll e bla bla bla.
Beh, come vedete, ne so ben poco.
Mi è bastato ascoltare un suo disco a caso: “Kommander Of Kaos”, uscito nel 1986, per rendermi conto che non fa per me. Non mi piacciono quelle canzoni. Se gli altri album di Wendy sono così, io passo. A sentire le tracce di quello che è il suo secondo album da solista, roba tipo “Hoy Hey (Live To Rock”) o “Pedal To The Metal” (titolo irresistibile) ho avuto l’impressione che sia un misto tra i primi Motorhead, il punk più estremo e qualche rigurgito della NWOBHM qui e là. Produzione frettolosa e modesta per circa una trentacinquina di minuti di feroce nullità.
Però poi ho studiato un po’ il personaggio e ho capito alcune cose che vorrei condividere, nel caso voi faceste lo stesso errore che ho commesso io giudicando Wendy nel modo sbagliato.
Intanto non era una “fattona”, una “fracicona” manipolata dal sistema discografico e lanciata ai massimi giri finché non si è sfracellata sul palco riducendosi a una poltiglia incresciosa di puré demoni, droghe e pus demenziale. Wendy O. Williams non si drogava e non aveva momenti “tossici”. Lei era l’esatto opposto di una tossica.
Come disse Lemmy che è sempre stato da par suo un drogato, suo grande amico e anche amante (a quanto sembra dalle chiacchiere messe in giro in primis da lui) “fuori dal letto era come andare in giro con un professore di educazione fisica tra il nazi e la new age, ma quando lei ti saltava addosso, tu rimanevi… saltato”.
In fissa con il fitness quando questa pratica era ancora agli albori dell’home video targato Jane Fonda, Wendy seguiva un regime alimentare incentrato sulla famigerata dieta macrobiotica, di cui ancora non mi sento di fare alcun approfondimento.
In pratica quel suo personaggio scatenato, sbavante, al limite delle performance auto-lesive, era una salutista e una culturista estrema. Non prendeva schifezze per pomparsi le braccia: come potete notare dalle foto ha sempre mantenuto evidente la propria femminilità sia nei tratti del viso, sia nella “prorompensa” delle forme.
La sua inflessibile routine ginnica era la spiegazione per la tenuta fisica incredibile che Wendy aveva sul palco, affrontando prove faticose impugnando motoseghe o lanciandosi, senza l’aiuto di uno stunt, da un pulmino in fiamme.
Dava tutta se stessa dal vivo. Era così spericolata che la polizia seguiva passo passo i suoi tour, sempre pronta a incarcerarla con qualche accusa di vilipendio.
A Cleveland, la polizia per esempio salì sul palco e la arrestò brutalmente con l’accusa di oscenità per aver simulato atti sessuali con un martello demolitore e per il suo iconico costume fatto solo di nastro adesivo sui capezzoli.
Non c’erano trucchi scenici. Wendy distruggeva letteralmente televisori, chitarre e intere scenografie sul palco, rischiando ogni sera che le schegge colpissero le prime file. Più di una volta i locali hanno tentato di staccare la corrente a metà show per paura che facesse crollare il palco o che appiccasse il fuoco (visto il suo vizio di far saltare in aria auto nei video e nei live).
Spesso anche i suoi musicisti finivano in cella con lei. Per questo non era semplice tirar su una line-up capace di gestire tutta questa tensione. Il suo braccio destro era il chitarrista Wes Beech, uno che se c’era da spingere sul punk becero non si faceva problemi e se si finiva una notte in cella non frignava. Era però un musicista di talento e considerato nel giro che conta, visto che suonò alcuni brani di “Creatures Of The Night” dei Kiss.
L’universo di Wendy O Williams in quel periodo era così connesso con quello di Gene e Paul che un brano scritto inizialmente per lei, “Party”, se lo pupparono loro, reintitolandolo “Love’s A Deadly Weapon”, brano firmato da Wes Beech e Rod Swenson.
Wendy “aveva più palle di tanti frontman del rock and roll, così in gamba a fingere di avere un pene enorme ma codardi e tutti fottuti dalle droghe”, disse Lemmy, che non smise mai di ammirarla e parlarne bene.
Le sue esibizioni erano lucidissime. La sua capacità di rompere ogni schema istituzionalizzato del cosiddetto rock and roll, era genuina e vissuta senza perdersi neanche un secondo di quegli olocausti consumati sul sacrificio del palco e tutto quello che c’era sopra.
Peccato che questo, le performance dal vivo, l’audacia shock rock, non traspaiono granché dalla musica che ho sentito. Si sente che lei ha quintali di energia e di intransigenza punk, ma i pezzi che canta in “Kommander…” sembrano comunque robetta.
So che l’album con Gene Simmons, grande estimatore dei Plasmatics e di lei in particolare, “WOW” (1984) risultò un po’ troppo commerciale e che lei, con “Kommander Of Kaos” ci tenne proprio a fare le cose sdrucite e buttate via, così da smentire le sontuose vesti dell’0ltraggio che Gene le aveva cucito intorno. Alcuni dei brani sono tra le punte assolute in fatto di offensività dell’intero repertorio.
Mi riferisco in particolare alla conclusiva e in un certo modo, quella sì piuttosto trascinante, “Fuck That Booty (Work That Muscle)”, un pezzo giudicato per il testo, troppo estremo, da qualsiasi emittente radio-televisiva. Spinse i programmatori a non inserire in nessuna occasione l’album di Wendy O, per paura che venisse fuori quella canzone.
Visto che stiamo sfatando una serie di false impressioni personali, direi che pure la morte della cantante, che io ho immaginato brutta e patetica nel cuore degli anni 80, magari tra le braccia di Gene Simmons, con il sangue dal naso e il vomito secco sul petto e le labbra, non è mai avvenuta.
Wendy sopravvisse a quella decade e si ritirò dalla scena a testa alta, decisa a fare una vita più appartata e dedicata agli animali, uscendo completamente dai radar pubblici e dal personaggio distruttivo che il pubblico aveva amato e i moralisti temuto.
Purtroppo il suo nemico storico la stava aspettando a passetto.
Ha sempre sofferto di depressione. All’altro lato di quella irruenza, di quell’energia portentosa che le permetteva di non sgarrare mai con l’alimentazione, neanche nei peggiori locali durante i tour, e di allenarsi diverse ore ogni giorno, c’era una fragilità e una stanchezza profonde.
Jim Carrey a proposito di depressione, ha detto un paio di cose interessanti durante un’intervista che gira su Instagram. La prima è che capita quando il nostro corpo si stanca del personaggio che noi vogliamo continuare a interpretare nel mondo reale. C’è una specie di scissione tra quello che sei e quello che vuoi e se il divario si allarga sempre di più, finirai per sprofondare in un lago ghiacciato circondato da una nebbia nera. Questa immagine negativa, minacciosa della depressione, sempre secondo Jim Carrey, dovremmo cominciare a contestarla.
Depressione potrebbe stare per deep-rest, dice l’attore, vale a dire “riposo-profondo”. Quando il nostro fisico ci comunica che non ne può più di farci essere ciò che vorremmo essere, che è stufo, perché per lui non c’è mai un momento di vitalità genuina, ma solo apparenza, quel corpo necessita di “riposare profondamente”.
Ecco, la depressione è il riposo di cui abbiamo bisogno prima di tornare a prendere tutti per il culo, in primis noi stessi interpretando una parte probabilmente al limite delle nostre possibilità.
Diciamo che Wendy non era quello che si vedeva negli anni 80 e probabilmente nemmeno quello che voleva ricreare di se stessa nella decade successiva (la dottoressa Dolittle del punk). La pagò carissima. Tentò di ammazzarsi un paio di volte: una nel 1993, “martellandosi un coltello nel petto” (avete letto bene, come una specie di suicidio-vampirico, anche se il coltello rimase conficcato nello sterno e colpì l’osso, salvandola). Nel 1997 ci riprovò la seconda volta con un’overdose di farmaci.
Alla fine, essendo tenace e determinata da sempre, riuscì nel suo intento di chiuderla lì. Il 6 aprile 1998 (all’età di 52 anni) nei boschi vicino alla sua casa a Storrs, nel Connecticut, si sparò un colpo di pistola.
Così se ne andò, molti anni dopo quelle performance eccessive in stile GG Allin e quasi dimenticata.
Io me la immagino come un personaggio tragico ma fiero, non era una puttanella sputata nelle fauci del tritacarne dello show business. Era una che dava calci nelle palle a tutti e si teneva molto in forma per riuscirci. Non la prendevi per il culo perché in un ambiente dove la metà era gente strafatta e l’altra metà era gente pronta ad approfittarsi della gente strafatta, lei era vigile, scatenata, pericolosa. Avrei solo voluto che le scrivessero musica migliore.

