Ogni volta che salta fuori un nuovo tool di intelligenza artificiale, un sequencer automatico o l’ennesimo ragazzino che fa milioni di stream assemblando due beat su GarageBand parlando di figa e sostanze, parte puntuale il funerale all’arte. Il coro dei puristi si alza all’unisono: “Non ci sono più i musicisti veri”, “Oggi è tutta spazzatura”, “Ai miei tempi si studiava il solfeggio”.
Facciamo un bel respiro e togliamoci subito il dente malato: la musica di merda c’è sempre stata. Sempre. È brutto da ammettere per chi ama mistificare il passato, ma al tempo stesso è incredibilmente rassicurante, perché dimostra che la musica popolare funziona esattamente come ha sempre funzionato: per accumulo di scorie, tentativi brutali e silos di letame da cui, ogni tanto, germoglia qualcosa di memorabile.
La favola secondo cui per fare qualcosa di significativo serva il bollino della teoria e del canone musicale è un’allucinazione reazionaria. Pensate davvero che i padri del blues rurale conoscessero la scala pentatonica o le regole dell’armonia funzionale? Accordavano le chitarre aperte semplicemente perché sapevano suonare poco e male e piegavano le corde col bending non per calcolo accademico, ma come gestualità imitative per evocare la voce umana. La codifica teorica è arrivata dopo, quando i giochi erano fatti, a opera di docenti che dovevano spiegare sui loro manuali un istinto primordiale che non avevano inventato loro.
Stessa identica cosa per il punk, il black metal dei primordi, l’hip-hop o la techno. Per dire, i Germs non hanno preso gli strumenti in mano per diventare virtuosi o per amore accademico della forma canzone: volevano solo sfasciare tutto, drogarsi e urlare al mondo il loro risentimento. Eppure hanno segnato la loro epoca, e il loro valore è stato storicizzato, codificato e cementificato solo decenni dopo.
Oggi ci facciamo le seghe a quattro mani parlando di pietre miliari del post-punk, dell’elettronica più ruvida o dell’underground estremo, dimenticandoci che la critica ufficiale del tempo bollava tutta sta roba come spazzatura inascoltabile, output sonoro privo di senso, non ascrivibile alla “Musica con la M maiuscola”.
Io ho studiato e insegnato chitarra per molti anni, ma rimango un coglione qualunque. Se un ragazzino oggi usa un campionatore e Suno, riempiendo i palazzetti o le cuffie di milioni di coetanei, buon per lui. La storia della musica la fa il pubblico con le sue pulsioni, non l’albo dei docenti del conservatorio.
Se mi mettessi a fare il custode dell’orto indignato da ogni innovazione tecnologica o da ogni trend internettiano, finirei come mia nonna, convinta che l’unica musica degna di esistere fossero i Pooh o Gino Paoli, mentre roba come G.B.H., Venom o Sargeist erano solo casino da degenerati privi di gusto.
Io dico: smettiamola di trattare l’espressione umana come una vertenza sindacale per addetti ai lavori. La merda c’era negli anni ’50, c’era negli anni ’70, c’era negli anni ’90 e c’è oggi. Chi ha qualcosa da dire troverà comunque un modo per manifestare il proprio talento o la proria attitudine, a prescindere dal fatto che usi una Les Paul scassata o un prompt su un software. Il resto finirà nel dimenticatoio, esattamente dove deve stare.

