Y&T 1985 – Tra il cardinale represso, Milly D’Abbraccio e il capolavoro commerciale “Down For The Count”

Sono cose di un altro tempo e io non posso calarmi nella mentalità di un gruppo hard rock degli anni 80, fiero e duro, ma ho scoperto che fino a “Down For The Count”, gli Y&T ne facevano un punto d’orgoglio di non aver mai registrato una cover in un loro album. Cavolo, e allora? Evidentemente aveva un senso in quegli anni in cui i gruppi, come iniziavano a farsi strada nel mondo discografico dovevano lottare per esprimere se stessi e non cedere alle strategie di marketing delle etichette. Meniketti e i suoi tennero duro fino a metà anni 80.

Sul finire del 1985 cedettero alle pressioni dell’etichetta e ne registrarono ben due di cover. “Your Mama Don’t Dance”, classico di Loggins & Messina (che i Poison avrebbero reso in una hit mondiale pochi anni dopo e “All American Boys”, scritta da Van Stephenson e Dave Robbins e già incisa da Stan Bush.

Meniketti ammise in seguito che fu una decisione guidata dai discografici, ma sembra che la band fece molte altre concessioni alla A&M Records, al solo scopo di vendere un sacco di copie.

Il paradosso fu che “In Rock We Trust”, creato non per scalare le classifiche e con un nerbo assai genuino, vendette più di “Down For The Count”. Ma queste cose succedono quasi sempre. Nonostante ciò le label continuano a crogiolarsi nell’illusione di avere le ricette giuste per far esplodere un nuovo fenomeno.

Per darsi una ripulita e passare al gradino successivo della gloria, gli Y&T ingaggiarono ben tre tastieristi, tra cui Claude Schnell (Dio) e si lasciarono plasmare da un produttore raffinato come Kevin Beamish (REO Speedwagon); una combinazione di menti e cuori che farà sgroppare il cavallo dei pantaloni a Giovanni Loria ma che sulla carta al tempo non prometteva niente di buono per i fan della prima ora del gruppo.

Accettarono di ripubblicare “Summertime Girls”, pezzo scritto solo come riempitivo in coda al live “Open Fire” uscito pochi mesi prima e risultato imprevedibilmente la hit più clamorosa della loro carriera. Anche queste sono cose che nello showbiz capitano più spesso di quanto si creda.

Il pezzo rilanciato nel nuovo album, continuò ad andare molto bene “singolarmente”, in radio e in televisione, fu molto amato dal pubblico di MTV. Finì anche nel film “Scuola di geni” con Val Kilmer, ma non fu sufficiente a trascinare in alto “Down For The Count”.

Probabilmente la situazione per il gruppo risultò estremamente stressante. Forse è un caso oppure no, ma la formazione storica saltò poco dopo l’uscita di questo album.

Fu il fabbroferraio Leonard Haze a lasciare vacante il posto alla batteria, stremato dalle costanti richieste di snaturare il proprio stile potentissimo per costruire un sound più accessibile, quadrato e radiofonico. Al suo posto sarebbe arrivato Jimmy DeGrasso.

Nonostante questo però, “Down For The Count” è sì un album più commerciale e accessibile dei precedenti ma a risentirlo oggi esprime comunque una “possenza” che gruppi come Dokken non erano in grado di esprimere.

La voce roboante di Meniketti sa riempire qualsiasi anfratto; quell’uomo ha un cazzo enorme, forse troppo grande, vistoso e ingombrante, per la commedia sexy a cui decise di prendere parte.

La copertina che ho davanti, con Dracula di Lugosi che si avventa sul collo del robot di Metropolis è una ficata. I brani sono decisamente tagliati per un potenziale pubblico di adolescenti innamorati del surf, delle belle pupe e delle feste. Uno spaccato che probabilmente è esistito solo al cinema e nella mente dei produttori discografici.
Un target a cui oggi, comunque sento un gran bisogno di dar fuoco.

Canzoni come “…Anytime At All”, con quel riff incalzante ma così sfruttato e le melodie fottute alla Journey, per quanto siano il frutto di studi millimetrici di artigianato anni 80, mi suscitano un fascino e mi trasmettono una carica a cui devo cedere, come un cardinale represso che è conquistato dalle carezze esperte di una Milly D’Abbraccio in grande forma.
Il mio pezzo preferito è “Hands Of Time”, con quell’arpeggio da slasher movie malato. Tutto il seguito melodioso e accorato, per certi versi anticipa le cose che poi avrebbero fatto i Winger. Insomma, secondo me questo è cazzo di disco. Non un disco del cazzo.