Lordian Guard – I paladini della luce

Il senso del mistero, le ombre e le luci, le gesta epiche e gloriose dei Warlord hanno nutrito la fantasia di chiunque, negli anni Ottanta, sulla scorta di informazioni frammentarie e mai complete, abbia eletto quella band a summa epocale dell’epic metal. Pseudonimi come Thunderchild, Destroyer o Sentinel hanno edificato, nell’effluvio immaginifico dell’indeterminatezza, un culto che una definizione più nitida avrebbe con ogni probabilità ridimensionato a fenomeno minore. Poi, dopo qualche EP, un live simulato e le raccolte postume, i Signori Della Guerra si sono ritirati nei loro palazzi, lasciando sgomenti e orfani migliaia di ammiratori, che di quella eredità esigua non furono mai abbastanza sazi. William J. Tsamis è stato un personaggio geniale, profondo, sensibile, e per nulla facile o costante, capace di fiammate estemporanee, ritorni improvvisi, repentine scomparse nell’oblio.

Chiusa l’avventura dei Warlord tra il 1985 e il 1986, con grande disillusione e molto cinismo verso l’industria discografica, richiama a sé Rick Anderson e Dave Watry, rispettivamente Damien King III e Archangel, e mette in piedi i Lordian Winds, dove la musica classica e rinascimentale, impastata ad atmosfere epiche, solenni, cinematiche, doveva fungere da colonna sonora per documentari e opere teatrali. Le buone intenzioni si infrangono però contro il disinteresse delle etichette, e in pochissimo tempo tutto si risolve in un nulla di fatto. Resta soltanto un demo tape di quattro brani, omonimo, datato 1986. Da lì in poi cala un sipario nero lungo quasi un decennio, durante il quale dello Tsamis musicista e compositore si perdono le tracce.

Nel pieno di quel silenzio, fra il 1993 e il 1994, William scrive “Sea Of Tranquillity”, lavoro interamente strumentale di musica ambient, fatto di pads sintetici e orchestrazioni, che comincerà a circolare soltanto nel 1996, dapprima in cassetta duplicata a mano, con copertina fotocopiata e autografata, e più tardi in download gratuito per la fanzine Forgotten Scroll. Il disco ha l’aria di un abbozzo, un quaderno di idee più che un’opera compiuta. Nel frattempo, tra una carriera accademica e l’insegnamento, Tsamis cova e coltiva la voglia di tornare a imbracciare la chitarra elettrica.

Accade nel 1994, quando riprende in mano antiche canzoni rimaste inedite e, con il desiderio di riproporle insieme a materiale nuovo, infonde vita ai Lordian Guard, mistica creatura che riannoda il discorso interrotto malamente con i Warlord dieci anni prima. Il nome deriva da un termine impiegato da John Milton nel “Paradiso Perduto” e genera un’assonanza voluta con la parola “Warlord”, a sancire una continuità di stile e di tematiche liriche, fortemente positive e di ispirazione cristiana, credo in cui Tsamis si immergerà profondamente, anche nella vita privata. Il suono dei Lordian Guard è molto debitore al padre spirituale Warlord, di cui accentua la componente medievale e rinascimentale e amplifica ulteriormente la grandeur, mutuata dalle strutture delle colonne sonore.

Il disegno è quello di costruire più che mai una sorta di quadro sonoro sofisticato, sacrificando potenza e pesantezza metallica. Ritiene utile poi recuperare alcune melodie da “Sea Of Tranquillity”, arrangiandole in chiave metal. Alla voce, più narrata che cantata, dalla timbrica nasale e drammatica, c’è la moglie, Vidonne Sayre Riemenschneider, nota ad Hollywood come attrice, specie in serie televisive quali “Simon & Simon” e “Hardcastle & McCormick”; alla batteria il misterioso Michael Cerularius, che in realtà è il nome fittizio dato alla drum machine campionata sul computer.

Mark Zonder, stabilmente titolare nei Fates Warning, non venne convocato, poiché all’epoca i rapporti con Tsamis si erano assai deteriorati. Quindi tutto in famiglia, come si dice, attingendo a materiale sonoro precedente, anche dei Lordian Winds, e agli archivi di inediti dei Warlord. Jürgen Hegewald, boss della Hellion Records, riceve qualche demo da Tsamis, sollecitato a sua volta dall’antico sodale John Kornarens, e senza indugio gli propone la pubblicazione di un album. Con la promessa della carta bianca, William assembla, su un Tascam a otto tracce casalingo, sei pezzi, alcuni molto lunghi, che formano quello che nel 1995 esce come disco omonimo della band.

Dai primissimi demo dei Warlord vengono ripescate “Winds Of Thor” e “War In Heaven”, remake sotto altro nome di “Achilles Revenge”, mentre da Lordian Winds arriva “My Name Is Man”. “Revelation XIX” è la versione metallica di un brano rinascimentale che i coniugi eseguivano in un trio acustico, anni addietro. Per le foto promozionali e per l’artwork Michael Cerularius viene inscenato da un amico di famiglia e diventa persona in carne e ossa, seppure per finta. Tsamis aveva scelto quel nome ispirandosi al vero Cerulario, Patriarca di Costantinopoli dal 1043 fino alla morte, protagonista insieme a Papa Leone IX del Grande Scisma d’Oriente.

La copertina, un’antica incisione anonima a tema cristiano, rende alla perfezione il manifesto d’intenti del redivivo William, che riconquista subito e prepotentemente l’attenzione e il sostegno dell’audience europea, con Germania, Italia e Grecia in testa. Le recensioni sono tutte entusiastiche, e si riaccoglie con gioia e letizia il ritorno del figliol prodigo alla casa del padre metallico. Se le canzoni sono belle, emozionanti, dense di pathos, lo stesso non si può dire della produzione. Le frequenze medie sbagliate tagliano via quel poco di profondità della batteria, rivelando una programmazione sintetica meccanica e fragile, tanto che il lavoro dovrà essere completamente rimasterizzato da Tsamis in Florida per la seconda stampa, recuperando, ma solo in parte, quella pacca che un disco heavy metal deve avere.

Come già accaduto ai Warlord, nessuna data dal vivo, per espressa volontà del mastermind, che non voleva grane logistiche né di line up e confinò i Lordian Guard alla dimensione di progetto in studio. Senza web e senza internet, in quella seconda metà dei Novanta, il sostegno maggiore arrivò dalle fanzine e dalle riviste. Per saziare la fame di collezionismo di una parte del pubblico, “Lordian Guard” fu stampato sia in cd che in vinile, con un’edizione limitata in rosso, una trasparente e una in picture disc tirata in duecento copie. La versione light dell’heavy metal della band, meno incalzante rispetto ai Warlord, non fa presa su tutti, poiché le tastiere, molto in evidenza nel mix e negli arrangiamenti, smorzano gli ardori dei nostalgici di “Child Of The Damned” o di “Black Mass”. Non tutta la vecchia guardia si riallinea nei ranghi per la battaglia, eppure per chi rimpiangeva l’epic e il classic metal, messi in ombra dall’ondata power di quegli anni, il disco fu un toccasana incredibile.

Senza attività live a promuoverlo, le possibilità di una rinascita in termini di vendite e di popolarità per l’ex Warlord restano assai ridimensionate. L’amore per l’arte e la voglia di essere di nuovo in pista non frenano però l’entusiasmo di Tsamis, che questa volta porta avanti l’idea di comporre ancora musica nuova, evitando di sparire repentinamente come in passato. L’occasione giusta è mettere in tavola un ghiotto antipasto in attesa dell’album, e la Hellion Records pubblica nel 1996 un singolo in dodici pollici, “Behold A Pale Horse”. Due tracce, vinile picture disc a tiratura limitata: la title track è un inedito, outtake lasciata fuori dal primo album, mentre sul retro compare una versione molto diversa dall’originale della cover di “Deliver Us From Evil”, dal primo MLP dei Warlord.

In continuità con le sonorità dell’esordio, il singolo ingolosisce i fan, che non vedono l’ora di avere in mano l’attesissimo secondo lavoro. Nel 1997 l’attesa finisce. Esce “Sinners In The Hands Of An Angry God”, sempre per la Hellion Records, con un titolo preso di peso dal celebre sermone che Jonathan Edwards pronunciò nel 1741. Come per il disco precedente, William J. Tsamis mescola composizioni nuove a ripescaggi rilavorati: nella tracklist di sette canzoni ricompaiono “Battle Of The Living Dead” e “Father”, inediti dei Warlord, mentre “Stygian Passage” e “Children Of The King” provengono dai Lordian Winds.

La copertina è un dipinto di Jan van Eyck, la “Crocifissione e Giudizio Finale”, apocalittica e millenarista quanto basta per sposarsi con il concept di fede caro all’autore. Le canzoni riprendono, perfezionano e proseguono il discorso avviato dall’esordio, con un suono e una produzione lievemente migliorati, mai ottimali, anche a causa della fastidiosa batteria elettronica dal sapore clericale. La malinconia e un flavour gotico più accentuato, specie nelle vocals di Vidonne, giocano molto sul gradimento di un pubblico che, grosso modo, resta numericamente quello dei tempi del debutto, sempre accompagnato da buone recensioni sulla stampa specializzata.

Oltre alla versione in CD esce un vinile picture, ancora in edizione limitata, che in un batter d’occhio sparisce dalla circolazione, razziato dai collezionisti più famelici. La band compare a scopo promozionale su due compilation, “The Hellion Promo Vol. I” e “WarZone XIV”, con l’inedita “Invaders”, destinata a riapparire in veste più metallizzata sul disco dei Warlord “Rising Out Of The Ashes”, cantata da Joacim Cans degli Hammerfall. Nessun concerto, linfa vitale per la promozione, è in cantiere, vista la riluttanza dei due musicisti a costruire una formazione da palco. Forse complice una certa stagnazione nell’interesse del pubblico, costante ma mai altissimo in termini numerici, e i problemi personali di Vidonne, colpita da una grave infezione alla spina dorsale che la porterà a conseguenze fatali, nel 1997 Tsamis decide di chiudere la partita.

Una band, a ben vedere, fatta di un marito e di una moglie, un progetto domestico che nel volgere di pochissimo tempo ha regalato agli orfani dei Warlord una manciata di dischi davvero belli e di grande spessore lirico. Le cronache del “chissà se…” raccontano di un terzo album allora in cantiere, che avrebbe dovuto chiamarsi “The Holy Empire”, titolo poi riusato per il comeback dei Warlord nel 2013, con alcune tracce già in lavorazione: “The Holy Empire”, “70,000 Sorrows” e “Free Spirit Soar”. William J. Tsamis risusciterà varie incarnazioni dei Warlord, fino al tragico epilogo della morte, avvenuta nel maggio del 2021. Sarebbe un errore considerare i Lordian Guard un sottoprodotto dei Warlord, perché in un arco di tempo brevissimo hanno creato qualcosa di assolutamente originale e inimitabile.

L’eredità sonora è rimasta, nel tipo di approccio, dentro l’heavy metal di oggi, in un’ottica meno esasperata sulla durezza dei riff e sulle ritmiche pressanti, antesignana piuttosto di un certo modo di innestare partiture barocche e rinascimentali, canto gregoriano e orchestrazioni solenni senza pomposità, unite a una malinconia di fondo tutto sommato positiva e foriera di speranza, mitigata dal massiccio uso delle tastiere e da chitarre non troppo distorte né opprimenti. Molte le differenze e altrettante le assonanze con la nave madre, da cui traspare la volontà di staccarsi senza stravolgerne la direzione, tenendo sempre fermo un punto fondamentale: il fuoco sullo sviluppo armonico e la presenza costante della melodia, declinata con gusto notevole, attingendo alla musica classica, alla tradizione greca e alle istanze acustiche del Rinascimento.

Volendo indicare epigoni ispirati e ammiratori di queste sonorità, si possono citare senza esitazione Martiria, Black Sword Thunder Attack, così come Mayfair e i While Heaven Wept. Resta, in ultima analisi, da rendere merito alla profondità dei testi, ispirati alle Sacre Scritture e in particolare al Libro dell’Apocalisse, mai portavoce di bigottismo fanatico, semmai interrogazione insistente sul senso dell’esistenza, sul concetto di bene e di male, sulle conseguenze escatologiche della vita dopo la morte. Un connubio di parole e musica che trascende il classico approccio rock e metal, aprendo spazi di riflessione ispirati. Se quel reame esiste, William ora lo sta scoprendo oltre il cancello dell’esistenza.