Zoetrope – I teppisti di Chicago che inventarono lo Street Metal (e morirono di fatica)

Devo dire che un nome ben strano per un gruppo heavy-thrash con declinazioni nel punk e nell’hardcore. Zoetrope. Per me che amo il cinema, è stato lampante collegarlo alla casa di produzione fondata da Francis Ford Coppola prima di girare “Apocalypse Now”, ma dubito che il gruppo volesse omaggiare il regista italo-americano. Qualsiasi cosa avessero avuto in mente, le bestiolone di Chicago che si fecero chiamare così, il solo altro rimando è sempre nel cinema o meglio, qualcosa di antecedente: una tecnica ottica che produce un effetto illusorio di movimento. Letteralmente però ci viene in aiuto il greco da cui prende origine questo termine: “Zoe” significa “vita” e “tropos” vuol dire “ruota”; quindi potrei pensare che gli Zoetrope pensassero semplicemente a questo senso arcaico molto filosofico e poetico assieme: la ruota della cazzo di vita. Com’è come non è, dicono a Roma, gli Zoetrope esordirono proprio con il disco che sto ascoltando, “Amnesty”, pubblicato nel 1985 per la Combat Records.

La Combat era un etichetta notevole in quegli anni, ma non si comportò molto bene con gli Zoetrope, smerciando maluccio il loro disco.
Elementi interessanti ce ne sono per tutti gli appassionati di thrash metal classico. Valgono senz’altro un recupero e meritano una riscoperta.

Intanto picchiavano davvero forte e doloroso, l’album mantiene nella sua mezzoretta abbondante, una buona tensione dall’inizio alla fine. Il disco sembra dominato da due precetti di scuola punk: il primo è che è sì thrash ma senza cercare i tecnicismi vistosi, come facevano i Metallica. I pezzi sono diretti, affanculo il mondo e non tergiversiamo di un cazzo.

Il secondo elemento riguarda l’approccio tematico. Gli Zoetrope non parlavano di temi fantastici, orrorifici o satanici, tipici dei gruppi metal di quel periodo. Non la buttavano neanche in caciara con l’ultra-violenza e l’edonismo da bar. Affrontavano argomenti di grande attualità.

Non definivano la propria musica speed-thrash o altro. Loro facevano “street metal”, vale a dire una incavolata sintesi sonora olezzante che arrivava direttamente dai vicoli bui e maleodoranti di Chicago. Nell’album si urla di ragazzini che perdono la vita nella guerra tra gang (“Member In A Gang”) o perché diventati carne da macello per le politiche omicide dei grandi governi (“Amnesty”); scolaretti morti nei cessi delle scuole dove la gente spaccia (la bonus track “Death of a High School Narc”) e poi tutti fottuti con l’alienazione sociale (“Indecent Obsessions”), che ci stava sempre bene per inspessire la caratura esistenziale di un disco contestatario e realista.

Al centro di tutto, specie durante i concerti, c’erano le performance al limite fisico di Barry Stern, cantante e batterista del gruppo, il quale cercava ogni volta che gli Zoetrope si esibivano, di dare il massimo sia a urlare che a cantare, con il risultato che sovente gli altri membri lo trovavano a terra svenuto alla fine di ogni show.

Non ho la certezza che sapessero davvero cosa stessero facendo al tempo di “Amnesty”, sono stati immortalati però momenti davvero fichi in cui il gruppo riconverte disinvoltamente il thrash in qualcosa di più audace: come nel finale di “Trip Wire” in cui l’assolo prima è una sudata arrampicata su un riff doom e poi diventa un inseguimento folle nella metropoli, con un riff circolare jazzato su cui il chitarrista Ken Black svisa alla grande; mi fa impazzire ogni volta che lo sento.

Dopo questo album pare abbiano spinto ancora di più verso l’hardcore. Parlo del disco successivo, “A Life of Crime”, prodotto da Randy Burns (Megadeth, Nuclear Assault) da cui iniziò lo sfaldamento della line-up.

Prima di chiudere, eccovi un paio di notizie sull’inizio e sul dopo Zoetrope. Il gruppo, per chi non lo sapesse, al tempo dei demo entrarò nei radar di Brian Slagel, il quale lì inserì nella quarta compilation Metal Massacre. Quell’edizione portò Chicago sulla rotta del metallo mondiale, anche per la presenza dei Trouble.

E a proposito di Trouble, il frontman pellaio scalmanato Barry Stern si unì proprio alla band doom come batterista, dal 1989 al 1993.