Immaginate che la scena musicale Crossover di inizio anni 90 come un condominio che ha dato nel tempo rendite diverse ai suoi occupanti. In cima, l’attico era di quelli che ho ospitato ad Agosto; sotto, zona meno ricca ma ambita, i Faith No More; al primo piano stavano quelli conosciuti dagli intenditori, i God machine; ma attirati dal casino della cantina, vi avreste trovato i Big F.
Rockerilla, Dicembre 1993: in copertina i mediocri Blind melon (e averne oggi) ma il primo pezzo del numero è sui Big F, la gustosa rielaborazione di un’intervista. Redattore: Piero Scaruffi.
The big F, ovvero LA F, come un supermercato, per gente che faceva di tutto per non essere definita commerciale. Furono etichettati con King’s X e Die Kreuzen anticipatori del Grunge, vero in parte: contemporanei di Soundgarden e Nirvana oltre che crossover, ma la prospettiva era priva della cinica arrendevolezza Seattleoide.
C’era un passato ingombrante perché la sezione ritmica aveva militato nei Berlin e suonato un disco, “Count Three and Pray” capolavoro della Glamwave più orientata verso Pop e AOR, roba che sfigurava nel bel mondo alternativo.
Stando all’intervista, John Crawford e Rob Brill avevano deciso di fare la loro cosa contro la prostituzione commerciale.
MA ripudiare il passato era esigenza o calcolo?
Canzoni dei Berlin come “Will I Ever Understand You” e “Heartstrings” pre-correvano un sacco di idee nuove, ma passiamo loro la parola:
“Soldi ne facevamo, ma dovevamo mettere da parte tutte le ambizioni artistiche.”
Artisti oppressi?
Non proprio, la storia è articolata: si sentivano Punk e dovevano “suonare le schifezza che ordinava la casa discografica”.
E parlavano di un disco ottimo, ma “era difficile rinunciare ai proventi dei Berlin”.
Altro che i CCCP.
“Nel 1988 cominciammo a fare delle jam per conto nostro. La musica era il frutto delle nostre frustrazioni, di chi aveva molto da dare. Perciò i Big F devono tutti ai Berlin”.
La storia prese una piega fiabesca: diffondendo notizie ma restando anonimi, reclutando un chitarrista notevole, Mark Christian, pensarono di fare tre concerti in locali underground e invitare le sette sorelle dell’industria. E così si accasarono alla Elektra.
Storia che puzza: c’erano da un decennio migliaia di gruppi assiepati in California che cercavano il loro pezzo di terra promessa fra problemi economici in un ambiente competitivo e pieno d’abusi; loro, con una storiella da far esaltare gli emergenti d’ogni dove, ce la facevano in barba al sistema!? Ma per favore.
Oggi si può leggere come orchestrazione di una finta verginità, per di più perduta in tempi lontani: prima dei Berlin, Brill aveva fatto il turnista per il pop Giapponese già dalla fine dei 70 e Christian aveva scritto brani anche per i Village People; ma il Rock si nutre di leggende, o almeno lo faceva, così il disco fu assemblato da un plotone di tecnici capitanato da Paul Lani.
Gran disco ricco d’idee, denso di suono e azzardato: perchè “The Big F” in quel 1989 poteva sembrare uno scherzo, un incrocio di 80 e 70 ancora più di Tesla e Legs Diamond.
Si può ascoltare fin da “Killing Time”, quel miscuglio potenziale dei Motorhead di Overkill e i Led Zep di “House of the Holy” che non erano stati i Fastway.
Il brano è attraversato da scorie psichedeliche, ritmiche originali, un’atmosfera ironica ed epica insieme. Ogni brano è diverso ma con una visione unitaria a modo suo vicina ai Berlin, distante da tutte le etichette posticce coeve e successive.
Prendiamo la questione ”anticipo del Grunge”.
La canzone più vicina, “Here’s to the Good Life” è un incrocio fra Thrash e Blues, ma indubbiamente Hard e a modo suo quasi Heavy.
O quell’arpeggio iniziale di “Doctor Vine”: c’è chi lo percepisce in zona “Lithium”, ma non è troppo dissimile dai Cult, più la sezione ritmica che veleggia in direzioni diverse e la conclusione quasi alla Danzig.
Quanti riferimenti: solo musicisti veri potevano creare qualcosa che sfidasse con gusto le gabbie. Erano professionisti affidabili ma con un senso di sé appena appena pronunciato…
“Il nostro modo di comporre non consente di scrivere brutte canzoni: continuiamo a provare finchè la canzone non è perfetta.”
Parlando del brano di chiusura, “Good God”: “Avveniristica. Invece di raddoppiare le parti di chitarra e basso noi le mettemmo una contro l’altra: suonano letteralmente come due cose diverse. Al primo ascolto può sembrare un brano caotico. Riflette le nostre personalità: costruire qualcosa di bello insieme, ma senza necessariamente avere la stessa opinione su cosa sia bello”.
C’è un approccio jazzista? Parla il batterista: “La mia massima sorgente d’ispirazione è il Bebop; la sua spontaneità è forse stata la principale ispirazione per il nostro modo di comporre, lasciando che la musica si faccia da sé senza comporla”.
Altro che spontaneità, c’era una raffinata comunicazione e lucidità di metodo e intento.
Ma perché non arrivò il successo?
Il tour del 1990 li occupò per tutto l’anno anche con Voivod e Faith No More. Passarono il 1991 a provare e comporre, e l’anno dopo a registrare…
lasciando l’Elektra che era delusa.
Perchè?
Scarse vendite per canzoni imprevedibili, la voglia di distinguersi dalla massa e con la solita umiltà “volevamo costruirci una nicchia in cui fossimo i dominatori”.
Così il secondo disco, “IS”, arrivava dopo 4 anni, cosa che se andò bene ai Def Leppard non fu così per i Big F.
L’intervista doveva essere per il lancio di quel disco, ma se ne parla nel finale e diventa lo strumento per qualcos’altro. “IS” è più coeso, conscio e calibrato.
I discorsi si fan stranianti per allora e profetici oggi: “La mia visione è quella d’un impero che sta crollando.”
“Guardavo un gruppo di bambini per strada, il modo in cui camminavano e mi sembravano degli zombie: la società ha succhiato loro il cervello.” (Ed era il 1993).
“Esseri per i quali vivere significa solo alimentarsi, senza autonomia nè interessi.”
Pensate alla proliferazione di cibo spazzatura e locali mangiatoie…
Ma nel brano più Metal del disco, “Way Low To Be Low”, una “banale” terra di mezzo fra Prong e Husker Du, la negatività stessa viene negata in nome di persone consapevoli e vitali. In ciò opposti al Grunge, non anticipatori, ma loro ci provarono lo stesso, sia a ingraziarsi gli ascoltatori che sfotterli:
“Abbiamo anticipato pure l’esplosione di Seattle. I discografici ci vedono sempre un po’ così, come un gruppo sempre un po’ troppo avanti. Di Seattle oggi ho una pessima opinione: è sempre la solita storia, l’industria si avventa su quei gruppi che si sono fatti conoscere, costruisce cloni all’infinito, stupra la scena locale finché può. I fan sono disgustosi, badano solo alla città da cui vieni”.
Frasi lucide, se si pensa che la città sulla bocca di tutti nel 1993 era Seattle, mentre s’ascolta quel paesaggio mirabolante di “Mama Jane”, in bilico fra REM e Voivod.
“Vedo formazioni che suonano musiche diverse l’una dall’altra. Mi sembra che, finita l’era dei generi monodimensionali, stiamo tornando all’idea dei 60: un complesso può esistere soltanto se suona qualcosa di diverso da tutti gli altri”.
Che l’esigenza d’originalità fosse vera però non portò al suo concretarsi.
“Noi abbiam messo insieme il pubblico del Metal e dei college. Siamo qualcosa di diverso da entrambi, ma ci sanno apprezzare”.
Bello, poetico, provocatorio, originale, spiazzante. Come “Wicked Thing” che anticipava i Motley Crue dell’anno dopo, a cui poi seguiva “Mother Mary”, ballata elettro-acustica mega.tradizionale. Peccato che il disco vendette poco e la Chrysalis, li liquidò.
Si sciolsero nel 1995 mentre lavoravano al terzo album. Chissà cosa bolliva in pentola.
Per la cronaca John Crowford era uscito dopo l’insuccesso del secondo disco, e a riprova di quanto credesse in quello che dichiarava il batterista, nel 2018 è tornato nei Berlin.
Inutile dire che non sono più come quelli del 1986, ma Pop odierno triviale.
Chissà cosa ne avrebbe detto nel 1993, la grande F?

