Fiamme porpora su Kawasaki – La rinascita di Glenn Hughes e il segreto di «Burning Japan Live»

C’è un’umidità particolare nelle notti di maggio a Kawasaki, città portuale e industriale incastonata tra Tokyo e Yokohama, fatta di gru, lavoratori operosi nel formicaio umano, ciminiere fumanti e un fiume che porta lo stesso nome. Chi la percorre di sera, tra i moli e i capannoni illuminati a intermittenza, fatica a credere che a pochi minuti di treno luccichi una delle megalopoli più fotografate del pianeta. Kawasaki vive in quell’ombra da sempre, come le città che lavorano per conto di altre più celebri, il fiato corto dell’industria pesante al posto dei riflettori. È uno scenario che, visto da lontano, assomiglia in modo quasi ossessivo a un altro angolo del mondo, distante ventimila chilometri e apparentemente estraneo, eppure specchiato con precisione sorprendente. Cannock, Staffordshire, la cittadina cresciuta attorno ai pozzi del bacino carbonifero del Cannock Chase, dove Glenn Hughes nasce nel 1951 in una famiglia operaia e dove pochi anni dopo prendono forma i Trapeze, condivide con Kawasaki la stessa vocazione al lavoro sporco che garantisce solo sussistenza, rispetto a chi vive più a valle nella catena del prestigio.

Poco più a sud, la Birmingham delle fonderie e delle officine metalmeccaniche regala al mondo i Black Sabbath, band nella quale lo stesso Hughes avrebbe militato per una breve stagione. Sono paesaggi fatti di carbone, acciaio e turni di fabbrica, periferie rumorose, e non sembra affatto un caso che da simili paesaggi sia germogliato un genere musicale fondato sul peso, sulla densità, sulla ripetizione ostinata di un riff come fosse il colpo di un maglio. Salire su un palco di Kawasaki, per un uomo cresciuto tra le miniere dello Staffordshire e transitato per le staffilate sonore di Birmingham, significa in fondo cantare davanti a un riflesso di se stesso, in un’altra lingua, sotto un altro cielo.

Il Club Citta, sala di medie dimensioni nata pochi anni prima proprio per ospitare il rock internazionale in un contesto più intimo degli enormi “budokan,” il 24 e 25 maggio del 1994 diventa l’epicentro di un evento che a prima vista sembra minore e che invece custodisce uno dei documenti più densi di significato nella discografia di Glenn Hughes.

Il Giappone, per chiunque abbia militato nei Deep Purple, porta con sé un peso mitologico preciso: due decenni prima, nel 1972, la formazione Mark II con Ian Gillan alla voce aveva consegnato alla storia “Made in Japan”, uno dei live più venerati dell’intero hard rock. costruito anche grazie a un pubblico capace di un contegno quasi monacale durante l’esecuzione dei brani, applausi trattenuti fino all’ultima nota e poi liberati in un boato improvviso. È una disciplina d’ascolto che gli stessi musicisti occidentali raccontano ancora oggi come uno shock salutare, l’esatto opposto della ressa scatenata dei palasport europei, ed è ragionevole immaginare che la stessa reverenza silenziosa abbia accolto Hughes due sere di fila a Kawasaki, un pubblico che sembra concedersi liberato solo dopo aver ascoltato fino in fondo, quasi a voler verificare che l’uomo sul palco meritasse davvero il proprio riscatto prima di esplodere in applausi.

Hughes sarebbe entrato nel gruppo solo l’anno seguente, sostituendo Roger Glover al basso. Salire su un palco giapponese nel 1994 come frontman alla sua prima incisione dal vivo ufficiale significava dunque incontrare per la prima volta, con nome proprio, quella leggenda che aveva sempre osservato da fuori campo.

Per apprezzare fino in fondo “Burning Japan Live” occorre fare un passo indietro fino agli anni ottanta, quando Hughes viene allontanato dai Black Sabbath nel 1986 e attraversa un lungo periodo segnato dalla dipendenza da cocaina e alcolici, che lo tiene lontano da incisioni rilevanti per quasi un decennio.

La risalita comincia timidamente nei primi anni novanta e trova la sua prima vera affermazione in “From Now On…”, inciso tra il luglio e il settembre del 1993 ai Nordic Sound Lab in Svezia sotto l’etichetta Empire Records, e pubblicato dapprima in territorio svedese nel gennaio 1994, poi nel resto del mondo in marzo.

Nel libretto di quell’album Hughes lascia trapelare, con un riferimento esplicito ai gruppi di supporto per la dipendenza, quanto quella rinascita fosse tutt’altro che scontata. Il concerto giapponese arriva pochi mesi dopo, a tour ancora caldo, e porta sul palco proprio quel repertorio appena partorito insieme ai fantasmi di un passato che Hughes, per la prima volta con lucidità, decide di affrontare invece di rimuovere. Dietro a Glenn Hughes, quella sera, suonano John Levén al basso, Ian Haugland alla batteria e Mic Michaeli alle tastiere: tre quinti degli Europe, la band svedese che pochi anni prima aveva conquistato le classifiche mondiali con “The Final Countdown” e che si era sciolta proprio nel 1992, lasciando i suoi membri liberi di cercare nuove strade mentre il cantante Joey Tempest si dedicava a un percorso solista e la reunion ufficiale del gruppo sarebbe arrivata solo nel 1999.

La scelta di Hughes però va letta con attenzione, perché non porta con sé l’intera band scandinava. Restano fuori proprio Tempest, (ovviamente) e John Norum, il chitarrista solista che aveva definito il suono degli Europe: Hughes prende quella che in gergo si potrebbe chiamare la “sala macchine”, la sezione ritmica e le tastiere, e la affianca a due chitarristi esterni al mondo Europe, Thomas Larsson ed Eric Bojfeldt, entrambi già coinvolti nella scrittura di “From Now On…”.

Comprimari di lusso e ottimi musicisti, abbastanza solidi ma allo stesso tempo non “ingombranti” per rubare l’occhio di bue all’ex Purple. Il calcolo appare lucido: Hughes cerca musicisti abituati alla precisione millimetrica degli stadi ma disposti a piegarla verso un linguaggio più nero, più sudato e viscerale, più vicino al funk e al soul che avevano nutrito la sua voce fin dai tempi dei Trapeze. C’è un dettaglio che rende ancora più affascinante la presenza di John Levén, Ian Haugland e Mic Michaeli dietro a Glenn Hughes, ed è che nemmeno i diretti interessati, interrogati anni dopo, sanno ricostruire con precisione come sia nato quel sodalizio.

Lo stesso Michaeli, tornando sull’episodio in un’intervista concessa molto tempo dopo, ha ammesso con disarmante sincerità di non ricordare affatto la dinamica dell’ingaggio, un vuoto di memoria che dice molto sul clima informale della Stoccolma discografica dei primi anni novanta, dove produttori, etichette e tecnici tenevano insieme un piccolo ecosistema di musicisti che si scambiavano continuamente session e progetti, spesso senza contratti solenni o cerimonie di reclutamento, semplicemente perché ci si conosceva tutti da anni negli stessi studi. Quello che Michaeli ricorda con assoluta nitidezza, invece, è l’emozione personale della cosa.

Cresciuto ascoltando i Deep Purple, si è ritrovato a un certo punto della propria carriera a suonare fianco a fianco con uno dei propri idoli d’infanzia, un’esperienza che descrive come la scoperta improvvisa che anche i miti hanno una statura umana, fatta di battute, stanchezza e imprevisti come chiunque altro. E proprio da un imprevisto arriva l’aneddoto più vivido legato alle due serate di Kawasaki, quello che lo stesso Michaeli racconta quando gli si chiede un ricordo di quel concerto.

Glenn Hughes, che aveva appena scoperto il concetto di “crowd surfing” sentendone parlare da qualcuno dello staff, decide di provarlo seduta stante, in diretta, senza prove: si porta al bordo del palco, alza le braccia verso il pubblico giapponese e si lascia cadere lentamente in avanti, affidando il proprio corpo alle mani di sconosciuti dall’altra parte del mondo. Sul piano più propriamente musicale, va ricordato che Levén, Haugland e Michaeli non furono semplici turnisti prestati per l’occasione.

Michaeli in particolare firma insieme a Hughes e al chitarrista Eric Bojfeldt la scrittura di “Into the Void”, uno dei brani portanti di “From Now On…”, segno che il loro contributo affondava già nella fase compositiva dell’album e non si limitava all’esecuzione dal vivo. Per Levén, Haugland e Michaeli, lavorare con Hughes non fu dunque un ripiego professionale ma un ponte naturale in un momento in cui la band che li aveva resi celebri semplicemente non esisteva più, un “liberi tutti” professionale da sfruttare al meglio.

C’è poi un dettaglio che pochi notano e che cambia la prospettiva su tutta l’operazione. “From Now On…” resta ancora oggi l’unico album in studio della carriera di Hughes in cui lui stesso non suona il basso: la parte viene affidata interamente a Levén, per una scelta dichiarata dallo stesso Hughes, che parlò della volontà di godersi finalmente “una serata in piedi senza il basso addosso”.

Quella libertà, nata in studio, si trasferisce integralmente sul palco di Kawasaki: per la prima volta nella sua carriera, dopo Trapeze, Deep Purple e i “finti” Black Sabbath, Hughes canta senza avere uno strumento tra le mani, libero di muoversi, di respirare, di lavorare sulla voce come unico epicentro dello spettacolo. Assegnare la sezione ritmica a musicisti già rodati e fidati non è quindi solo una comodità produttiva, è la soluzione che permette a Hughes di reinventare il suo ruolo sul palco nel momento in cui rivitalizza la propria esistenza personale.

Qui si nasconde, per me, l’aspetto più affascinante e meno discusso dell’intero disco. I sette brani firmati Deep Purple che compongono la scaletta provengono esclusivamente da tre album, “Burn”, “Stormbringer” e “Come Taste the Band”, l’intera parentesi in cui Hughes stesso ha fatto parte del gruppo. Non compare una sola traccia della stagione precedente di Ian Gillan e Ritchie Blackmore: niente “Highway Star”, niente “Smoke on the Water”, niente “Child in Time”. Un cantante meno sicuro di sé, davanti a un pubblico giapponese cresciuto proprio con quell’immaginario, avrebbe probabilmente ceduto alla tentazione di inserire uno dei classici più amati della Mark II per garantirsi l’ovazione facile. Glenn fa esattamente l’opposto: costruisce un’intera serata sul proprio segmento di storia, rivendicandolo pubblicamente come sufficiente a reggere da solo un concerto. Il dato più sorprendente riguarda però la distribuzione interna di quei sette brani.

Quattro su sette, “This Time Around”, “Owed to G”, “Gettin’ Tighter” e “You Keep on Moving”, arrivano da “Come Taste the Band”, l’album del 1975 inciso con il chitarrista americano Tommy Bolin dopo l’addio di Blackmore. Alla sua uscita quel disco fu accolto con freddezza dai fan storici del gruppo, considerato per anni quasi un corpo estraneo nella discografia porpora, colpevole di aver piegato l’hard rock verso il funk e il soul in un momento in cui il pubblico chiedeva altro. Solo con il tempo la critica lo ha rivalutato, riconoscendo nel lavoro di Bolin e nell’intesa con Hughes uno degli episodi più originali dell’intera saga della band. Decidere di dedicare quasi metà del tributo personale ai Deep Purple proprio a quell’album significa compiere un gesto critico e di volontà preciso, quasi un atto di riparazione storica verso un capitolo che la memoria collettiva aveva archiviato con fastidio.

Vale la pena ricordare, tra l’altro, che “Gettin’ Tighter” nella versione originale del 1975 vedeva già la voce solista di Hughes al centro del brano, preminente a quella di Coverdale. Due brani, “Lady Double Dealer” e la title track “Stormbringer”, arrivano invece dall’album del 1974 che aveva preceduto l’arrivo di Bolin, per chi scrive il preferito della band, mentre un solo pezzo, l’iniziale “Burn”, rappresenta l’album che aveva introdotto sia Hughes sia David Coverdale nella band. Proprio il rapporto con Coverdale merita un’annotazione ulteriore: molti di questi brani, nella loro incisione originale, erano costruiti sul dialogo tra le due voci, quella più profonda e blues di Coverdale e quella più acuta e soul di Hughes. Portarli dal vivo da solista, vent’anni dopo, significa per Hughes dover riempire da solo uno spazio vocale che un tempo divideva con un altro cantante, una sfida che il disco affronta con naturalezza sorprendente e risultati eccellenti.

Attorno a questo nucleo, la scaletta intreccia tre brani da “Hughes/Thrall”, l’album del 1982 inciso con il chitarrista Pat Thrall, oggetto misconosciuto al momento dell’uscita e oggi vera e propria pietra miliare per gli appassionati di funk rock, e quattro brani da “From Now On…,” a garantire la funzione promozionale del tour. Dell’ultimo lavoro inciso. In mezzo a tutto questo si apre una piccola voragine temporale: “Still in Love with You”, poco più di due minuti, mai pubblicata altrove, con Hughes seduto alle tastiere al posto del microfono. Ancora oggi non esiste una versione in studio di quel brano: chi ascolta Burning Japan Live possiede, senza saperlo, l’unico documento ufficiale al mondo di quella canzone, una sorta di lettera privata infilata tra le pagine di un libro già pubblicato.

Il missaggio, curato dallo stesso Hughes insieme a Ronny Lahti negli Soundtrade Studios svedesi, chiude idealmente il cerchio aperto ai Nordic Sound Lab l’anno precedente: la Svezia resta la base operativa riservata da cui passa tutta questa fase della carriera di Hughes, sia in fase di scrittura che di rifinitura del suono dal vivo. Le due serate di Kawasaki, del resto, produssero più materiale di quanto un solo disco potesse contenere: una esecuzione dal vivo di “Kiss of Fire”, brano degli ottimi Phenomena, finì l’anno seguente sull’EP “Talk About It”, mentre altri estratti sarebbero riaffiorati anni dopo nella raccolta “Different Stages”. Tra gli appassionati circola una ripresa video amatoriale della serata del 24 maggio, conservata e condivisa negli ambienti dei collezionisti. Ascoltato oggi, a più di trent’anni di distanza, “Burning Japan Live” si rivela per quello che è: il manifesto sonoro di un uomo che sceglie consapevolmente quali fantasmi portarsi dietro e quali lasciare finalmente andare, esorcizzandoli attraverso la musica, in una città che gli somigliava più di quanto potesse immaginare salendo su quel palco.