Il muro del suono – Perché i chitarristi sono tutti coglioni

Il muro del suono

Sono nato in Argentina nel 1972 a Buenos Aires. Baires la chiamano, la città del tango, la nazione più odiata di tutto il sud e il Centro America.
Gli argentini sono stati sempre molto altezzosi con i popoli degli altri paesi del latino America, erano stati una nazione molto forte e ricca negli anni 50 e 60, quindi si sono sempre sentiti i migliori: “Gracias a Dios soy Argentino!”
Così dicevano. Certo fare il fico quando gli altri per mangiare si devono togliere i pidocchi dal culo viene davvero facile, ma cosa posso farci, sono nato lì.
E quel background un po’ me lo sono portato dietro, ma non me la meno mica per questo, anzi per me l’Argentina è solo un ricordo nei racconti della mia famiglia, so parlare in spagnolo ma non lo uso mai se non per imprecare o sparare battutacce.

I miei genitori erano italiani immigrati del dopo guerra. Mio padre, pace all’anima sua era piemontese, mia madre, ancora viva e vegeta, è un’ottima cuoca, una catechista e fan di Franco Battiato, ha origini abruzzesi.

La mia intera famiglia si trasferì in Italia quando io avevo solo 3 anni. Eravamo in quattro: due bambini e due genitori, mio fratello piccolo è nato qui.

Casa mia da bambino era la torre di Babele, tra di noi parlavamo in spagnolo, mio padre in giro parlava in dialetto e a scuola ci parlavano in italiano. E quando vennero a vivere con noi i nonni materni, parlavano un misto di dialetto abruzzese e spagnolo: uno spasso gente, uno spasso.

Penso siamo in pochi al mondo ad avere la fortuna di vivere questa specie di allenamento acustico, se così si può’ definire, verso le lingue.

Negli anni a venire mi fu molto utile, oggi un po’ meno, perché mi sono sfondato le orecchie con il Marshall. Se mi parlate in 5 in una stanza non capisco più’ niente. Talvolta è favoloso perché l’80 % dei casi non me ne frega meno di un cazzo di quello che avete da dirmi quindi dico di sì a tutti anche se non sento praticamente niente.

Siamo andati a vivere in provincia di Verbania perché era la terra originaria di mio padre, ancora pace all’anima sua.

Verbania è nord, deep nord, confine svizzero, gente di merda sparsa per valli, montagne, laghi e foreste. Una specie di mini Canada pieno di teste di cazzo. La nostra unica salvezza sono state le fabbriche, hanno portato le gente da tutta Italia: nord est, sud e centro.

Ci siamo mischiati e siamo diventati un popolo meraviglioso. Nelle zone di valle dove non c’è stato “meltin’ pot culturale” è bizzarro e non raro vedere girare due o tre cognomi per quasi un paio di migliaia di persone; per non dirvi le facce, cristo santo si assomigliano tutti!

E questo mi riconduce a una sola grande certezza: scopavano tra consanguinei.

Di solito se pensi alle montagne immagini la polenta nel paiolo di rame sul fuoco del camino, al formaggio fatto in casa, al profumo dei fiori e del fieno, ma anche all’incesto, gente che andava a trovare la cugina all’alpe per ingropparsela.

Ah la belle tradizioni di una volta!

Comunque tutta ‘sta storia non c’entra un cazzo di niente, quindi taglio corto e se ne riparla un’altra volta, forse.

Da noi al nord, d’inverno, 30 anni fa, ti si gelava il culo.
Sì, faceva freddo davvero, non credo che il cambiamento climatico fosse già in atto, non ricordo nessuno che ne palasse. A parte il disastro di Chernobyl degli anni 80 ormai passati, o il buco nell’ozono, beh chi ne parlava dell’irreversibile crisi eco-sistemica?

Non siamo mai stati sensibili a questi argomenti, almeno non di certo io. Avevo ben altri casini per la testa, tipo: suonare la chitarra come un vero chitarrista thrash.

Quindi con il culo ghiacciato, rivolsi ogni mio briciolo di energia e di tempo libero dal lavoro, a quella maledetta chitarra elettrica.
Avevo comprato un ampli a transistor, un Session, due coni da 12 pollici, 180 watt, 200.000 lire; una merda totale con un volume in flat pazzesco.

Se alzavi i bassi, i vetri di casa tremavano. Poi mio fratello che frequentava una città vera (Milano) mi disse di aver visto in vetrina una chitarra Metal fighissima.

Era una Samik, humbukers neri chiusi, meccaniche precise e ferma corde con brugole, finto ponte Floyd Rose placcato di un fantastico oro super fake e corpo rosso arancio nero tigrato; un capolavoro a buon mercato per aspiranti star della chitarra con pochi soldi in tasca. La conoscete?

No?

Beh nemmeno io, ne avranno venduta una in tutto il mondo al coglione che sta scrivendo adesso.
Costava poco ma era… (aspetta, non esageriamo) “sembrava” una Jackson: sì ma niente di più lontano.

Comunque la chitarra suonava in fondo, molto in fondo, ma suonava e ci potevi fare Metal, perché comprimeva bene i palm mute e quando grattavi alla Slayer ci stava dentro.

La pedaliera della Korg aveva il suo perché in tutto questo; distorsione e compressione sono il segreto di un certo tipo di sound.

La ricerca del suono giusto è e sarà sempre lo scopo e l’unica ragione di vita di tutti i chitarristi.

Ho visto negli anni gente che ha praticamente solo suonato a casa, spendendo milioni di lire e migliaia di euro per ampli, testate, pedali, chitarre… non ve lo sognate nemmeno che cazzo di malattia ti viene quando inizia.

Più compri e meno sei soddisfatto, ti distrugge la vita, finirai a vendere il culo alla stazione per comprarti un distorsore o un delay che alla fine suona bene ma tu, cazzo, non fa per te… e poi rivendi e compri finché esausto decidi che dopo 10 wha wha forse e il caso di lasciare perdere e ti vendi tutto e compri una Martin acustica da 3000 euro ma ti accorgi solo in quel momento che hai suonato l’elettrica tutta la vita e su quella meravigliosa chitarra non sai fare un beato cazzo.

I chitarristi sono dei coglioni.

Sognano tutti di essere Steve Vai o Jimmy Page, ma alla fine mentre tu suoni la chitarra intorno al falò in spiaggia e ti senti Hendrix a Woodstock, gli altri piano piano vanno via a chiavare con le tipe, finché non ti ritrovi da solo come uno stronzo ad aver suonato tutta la sera canzoni di merda per far felici gli altri.

Una vita d’inferno, lasciamo perdere.

Oggi non si vendono più chitarre, i ragazzi sono proiettati verso le cose elettroniche, i campionatori eccetera. Naturalmente il chitarrista medio vive incazzato con il mondo intero perché la musica vera va suonata e blah blah blah ma in fondo se ci pensi chi te lo fa fare a romperti le mano ore su una chitarra?

La passione, dicono… sì forse è vero. Ma lo è ancora?

Io ce l’avevo perché sono il più’ coglione di tutti e quindi, quell’inverno maledetto suonai talmente tanto che alla fine misi su un gruppo thrash: gli Inferno.

Eravamo tutti di Verbania e provincia, zero incesti, qualcuno aveva il papà di origine veneta o la mamma del sud Italia, quindi eravamo tutti abbastanza belli e con un DNA sano.

Però ci assomigliavamo molto tra di noi nel look, eravamo i classici thrasher dell’epoca.

Perché parlo sempre dell’outlook?

Perché, mi piace: per quale motivo dovete andare in giro con un pile di merda preso dal cestone della Bennet quando potete vestirvi cool?
Ma che razza di società siamo diventati?
I nostri nonni e bisnonni la domenica si mettevano il vestito della festa, adesso andate in giro in ciabatte con i calzini, Gesù santo vergognatevi !
Si stava meglio una volta con i dress code. Ah, le belle tradizioni di un tempo.

Merda ho perso il filo, ah sì la band!

Eravamo tutti di Verbania: il cantante e il bassista erano ancora alle superiori, l’altro chitarrista faceva il muratore e il batterista era un operaio come me che lavoravo in officina da mio padre.

Working class.

Il fatto è che se non vi spiego la geografia della mia provincia non arriverete al dunque di tutto ciò.

Verbania si divide in tre distretti: Verbano-Cusio-Ossola.
Il Verbano ha il Lago Maggiore e i Lago di Mergozzo, un posto stupendo.
La gente del Verbano ha parecchie origini veneto e lombarde. Si sono contaminati parecchio nel dopo guerra, è una zona turistica e aperta, una vera e propria meraviglia.

Per me, naturalmente.
L’Ossola, montagne, paesaggi incredibili, la gente del posto ha sangue nordico, in tanti sono biondi alti e super fieri, bella gente lassù.

Il Cusio ha il Lago d’Orta, adesso c’è Cannavacciulo con i suoi menù da operaio a mezzogiorno: con soli 500 euro puoi gustare tutti i profumi della sua incredibile cucina sperimentale, e quando finisci vai al Macdonald perché avrai una fame pazzesca visto che non sarai praticamente riuscito a mangiare un cazzo.

Comunque io sono Cusiano.

Avevamo delle fabbriche enormi, siamo in fondo alla valle e rispetto al Verbano abbiamo delle zone d’ombra davvero fredde, tipo 6 gradi in meno in inverno.

Sei gradi vuol dire che mentre tu ti ghiacci il culo sotto la montagna, sul Lago Maggiore bevono il caffè seduti fuori nei tavolini, bella merda va…

Le valli del Cusio sono un miracolo della scienza, ma ve ne ho già parlato.

La musica ha sempre fatto parte del nostro background: Alberto Fortis era di Domodossola, poi vediamo se mi ricordo qualche altro musicista famoso…
Ummm, mi sa di no, devo aver detto una stronzata, ah si cazzo : i Black Swan!!

Sono stati una band metal che suonò a uno dei primi Monster of rock italiani. E poi c’era Vic Vergeat che era di Domodossola, mai sentito? Conoscete i Toad? No?!?! eh che cazzo…

Bene, allora andate a cercarli e scoprirete chi cazzo era Vic negli anni 70.
Tutto qui.

In quegli anni di cui sto parlando, Max Pezzali era un idolo indiscusso per il mainstream italiano, gli 883 piacevano a tutti e che ci crediate o no alcuni di noi li avevano scambiati per una band demenziale alla Elio e le Storie Tese.

Il cantante della band me li fece ascoltare dicendo che erano divertenti di brutto. Quindi in fondo ero circondato da gente che fingeva di essere pura ma qualcosa di diverso entrava nel loro raggio di ascolto e lo decifravano in qualche modo.

Ligabue era scoppiato in tutta la nazione e faceva a spallate con il Vasco super nazionale. Tra l’altro i metallari in generale delle mie parti, Vasco lo avevano ascoltato perché anche se ti fa cagare lui, il Blasco rimane la star musicale numero uno della nostra nazione. Mi dispiace per gli haters ma è così.

Ma ricordo che mentre noi provavamo i pezzi dei Metallica e anche tre canzoni che avevo scritto io, il mondo intorno a noi acclamava l’uscita di “Fear of the Dark” dei Maiden, Era il loro ultimo disco prima che Bruce li mollasse per diventare pilota di aerei, dee-jay, attore e ci manca solo che venisse in officina con me e poi nella vita aveva fatto tutto.

Il metal aveva in serbo qualcosa perché nel frattempo gli Obituary e altra roba death stava intasando le menti dei Metal kids.

Ma c’era dell’altro nell’aria e lo sappiamo tutti che sarebbe stata l’ultima corrente musicale influente a livello culturale nella nostra giovane società.
Francamente avevo iniziato ad ascoltare quelle band americane che scalavano le classifiche: Pearl Jam, Soundgarden, Nirvana. C’erano però anche robe davvero strane: Sonic Youth, Dinosaur jr, gruppi che non andavano in classifica ma comunque giravano da un bel po’; solo che da noi arriva sempre tutto dopo un po’. Il top per me erano gli Screamig Trees: rock, hard rock, chitarre con il flanger, voce da crooner,che cazzo era? Punk? Punk Metal?

E gli Alice in Chains , figa ragazzi che band!

Mentre il cantante dei Guns’n’Roses nei loro enormi show in giro per le arene di tutto il mondo, in shorts e con il chiodo bianco, si sedeva sullo sgabello di un pianoforte a coda a suonare “November Rain”, dall’altra parte c’erano dei tizi che si mettevano la camicia a quadretti che mio padre usava per andare a caccia e si agghindavano di stracci e stranezze, che erano ben strane.

Le nuove rockstar non apparivano più come degli dei, sembravano persone normali, anzi: sembravano degli straccioni di merda!

Un passo per volta questi ragazzi che comunque erano cresciuti a pane metal e punk, stavano facendo apparire tutto il mondo del rock mainstream e il metal compreso, come un branco di poveri idioti vestiti alla Village People.

Se potevi pensare di essere fico vestito di pelle a quei tempi, tutt’un tratto saresti stato paragonato a uno dei Village People, oppure qualcuno ti avrebbe scambiato tranquillamente per uno di quei tizi che al venerdì sera andava a ballare con un altro uomo al Club dell’Ostrica Blu.

Capito cosa intendo, no?

Vi dirò che ero anche dentro una certa scena musicale dimenticata da dio che viaggiava a ritroso nel tempo: Allman Brothers, Lynyrd Skynyrd, Cream e altre cose ormai finite e semi-dimenticate…

Insomma quel nuovo sound mi piaceva ma ero dentro il thrash fino al collo e volevo la mia rivalsa.

All’epoca dei fatti il nostro batterista era davvero bravo, ma si scordava i pezzi ed era più tipo da metal tradizionale che thrash, quindi lo mandammo a casa.

Omar, il nostro chitarrista, che tra l’altro suona ancora oggi ed è un chitarrista della madonna, ci portò Simone.

Simo era il batterista dei Jolly Rogers , una fantastica rock band alla Led Zeppelin che faceva furore a ogni show; erano gente di Verbania, dei prime mover della mia generazione. Tutti fighissimi, dei freak incredibili, sboccati e rognosi, gente da osteria ma con un gran cuore, capaci di ridere e di incazzarsi e stare con il muso, ma io li ho sempre amati e sono sicuro che anche loro mi amano perché, raga siamo tutti degli stronzi che nemmeno il culo di un ippopotamo riesce a cagare.

Simo era il Drummer di quella grande band, nonché grandissimo fan dei Black Sabbath e batterista di gran lunga più bravo di Lars Ulrich dei Metallica.
Non dico cazzate gente, suonava davvero bene. Ok, so cosa pensate, il nano dei Metallica non è un esempio calzante, quindi vi dirò: bravo tanto quanto Bill Ward. Ok, va bene cosi?

Mettemmo su una scaletta fatta da qualcosa dei Metallica e tre pezzi nostri, forse c’era anche un pezzo dei Misfits, non mi ricordo più.

Quell’estate Verbania conobbe la furia e il volume degli Inferno. Suonammo un po’ ovunque, in un piccolo club eravamo di casa.

Ale, il nostro bassista, aveva un Orange da basso, originale degli anni 70, portarsi in giro quel cazzo di coso era un impresa, dio santo quanto pesava.
Il resto della strumentazione era roba economica che aveva abbastanza volume per seppellire il vostro udito in maniera permanente.

Suonammo alla Festa dell’Unita del mio paese.
La balera affollata di ragazzi che aspettavano noi: pazzesco, che cazzo di emozioni!
Immaginate la gente delle sagre che si vede 5 stronzi che suonano a un volume del genere e fanno headbanging tutto il tempo?
Una follia.

Suonammo a casa di un tizio che si stava trasferendo, quindi lasciava la casa e per dire addio fece una festa ci e suonammo noi.
Lì conobbi due fratelli, due fottute canaglie. Le nostre vite sarebbero state legate per sempre da allora, ma in quel momento non lo sapevamo, perché non sai mai un cazzo della vita anche se la vivi; ti si rivela tutto sempre dopo, a posteriori.

Conobbi anche tutti i ragazzi che poi con me inventarono la scena indipendente di Verbania. Erano tutti lì quella sera, che dio li benedica!
Quell’estate eravamo gli unici a suonare Metal in città la band ossolana di thrash più figa di tutte, i Distorted, aveva altri progetti e a Verbania città non suonarono mai, quindi noi, piccole merde, eravamo i padroni incontrastati del nulla cosmico.

Mi sbagliavo di grosso: i Distorded Violence finalmente fecero uscire il loro demo e suonarono nel più grande live club che avevamo in provincia, il Sandokan. Suonarono di spalla agli Alligator , un gruppo che non avevo mai sentito, mi comprai il loro vinile, ma la vera sorpresa fu il demo dei Distorted.

FANTASTICO!!!

Che dio mi fulmini , quella sera dopo il loro incredibile concerto tornai a casa e me lo sparai in cuffia (capite perché ho perso il 50% dell’udito? Torni da un concerto e ti metti le cuffie, dio che coglione).

Era una perla di incredibile thrash metal americano perfettamente suonato, la versione di “Synchronicity” dei Police era ed è qualcosa di assolutamente strepitoso. Roby il cantante aveva una voce graffiante , carica di rabbia e piena di sfumature. Amico, eri un grande cantante e resti un mio fratello cosmico. Ehi dico, lo eri davvero.

Il loro live fu super trascinante: tutti bellissimi, biondi, alti: erano la band giusta nel posto sbagliato.

O forse il tempo sbagliato, non so rispondere, so solo che scomparvero dai miei radar.

Rividi Gabry, il bassista a metà anni 90 con gli Hank, ma questa è un’altra storia che vi racconterò più avanti, tanto abbiamo tempo, no?

Furono mesi di grandi e indescrivibili emozioni. Credo che la felicità di poter sprigionare un wattaggio super compresso sia il miglior condimento per una vita sana fatta di sigarette, qualche pippata di amfe tagliata con il detersivo, e birra da super discount: quante ne bevemmo, salute madre, che fortuna ho avuto. Adesso fate tutti gli snob con la coca, ma alla fine tirate latte in polvere e poi vi cagate addosso, per quello ai bagni ci sono le file, nei locali della movida.

Fu un esame di grandi successi personali, scalai la mia personale classifica di soddisfazioni. Ero convinto di essere la persona più fortunata del mondo. In effetti lo ero, la mia band era un tornado e chissà quali altri incredibili avventure ci aspettavano.

Ma quando le cose ti vanno alla grande e credi che stai quasi per salire sulla groppa del mondo, proprio mentre i tuoi sogni di gloria e grandezza si squadernano davanti alla tua vista mentale, ecco che succede qualcosa che manda tutto a puttane.

Simone ci diede la ferale notizia: “torno con i Jolly Rogers”.

Ci disse: “ragazzi, sono miei amici, gli voglio bene e poi a me piace di più il rock dei Sabbath che il thrash degli Slayer. Preferisco gli Zeppelin, ecc., fanculo, ci mollò così.

Mi cadde il mondo addosso, il cielo si fece nero, le cose che avevo sperato di fare si dissolsero come un castello di sabbia sulla spiaggia al primo vento, presero il volo come foglie in autunno, potrei trovare metafore abusate nella poesia scolastica per descrivervi il mio sgomento, ma tanto avete capito. La verità fu che mi incazzai talmente tanto che entrai dal barbiere e mi tagliai i capelli. Zok!

Non sono mai stato il tipo che prende bene le cose negative, si era capito?

Poi con il grande Simo ci ritrovammo vent’anni dopo negli studi di Steve Albini a Chicago a incidere il mio ultimo lavoro prima di lasciare per sempre il mondo della musica.

Simo è stato un grande batterista, ha suonato in tantissime band e fatto vari album, sempre di roba indie di Verbania.
Simo tu sei il re, lo sarai sempre.

Se ne andato un anno fa, non ci ho ancora fatto i conti con ‘sta cosa, mi pesa come un macigno.
Nonostante la voglia di andare avanti non c’era verso di avere un Drummer simile, decisamente impossibile, i batteristi che mi piacevano avevano già altre band.

Nel frattempo i Suicidal Tendecies mi rovinarono le idee, e vidi anche i Negazione dal vivo. Loro cambiarono per sempre la mia percezione della musica violenta.

Potevi essere incazzato nero e cantare in italiano senza sembrare un deficiente. Ora lo date per scontato? Al tempo non lo era.

Provate voi a scrivere un testo in italiano e mettere sotto una musica esterofila come metal o punk o hc, senza sembrare dei coglioni. Avanti provateci, aspetto i vostri demo per farmi due risate.

Comunque, ero di nuovo in crisi, che cazzo, mi stavo stufando di andare in giro vestito così? Cosa volevo?
Comprai “Ten” dei Pearl Jam in cassetta per sentirlo nel walkman e mi piaceva parecchio. Lo trovavo fresco, originale, nuovo, c’era qualcosa che ricordava qualcosa e che riportava a qualcosa e poi altro ancora. Sarà sempre l’unico disco bello dei Pearl Jam, per me ovviamente. Mi è sembrato che da allora hanno cercato di rifarlo all’infinito ma non ci siano mai riusciti. Mi spiace per loro. Beh comunque hanno avuto una gran bella carriera e forse non ne saranno così dispiaciuti.

Il mondo era cambiato e tutto sembrava contaminato.

Anche il metal suonava diverso e in edicola vidi un giornale che si chiamava Rumore.

Tanti anni prima una notte insonne con la radio accesa sentii questo tizio che metteva dischi dei White Zombie. Si chiamava Claudio Sorge.
Era il direttore di Rumore, il giornale che avevo tra le mani.

Quella rivista mi appassionava per la sua capacità di spaziare da un genere all’altro e scavare a fondo nella ricerca di gruppi interessanti. Stava al passo con i tempi sulle uscite della musica indipendente di tutto il mondo, il metal guarda un po’ non lo considerava molto,

Del resto c’erano ancora parecchie riviste di settore che parlavano abbondantemente di metal e tutti i vari sotto generi.

Claudio fece breccia nel mio cuore con i suoi articoli ed editoriali. Mi piaceva: un giorno anche lui avrebbe fatto parte della mia storia, eccome.

Anche i Kreator fecero un disco strano: “Renewall”. I Megadeth con “Countdown…” stravolsero la loro musica. Stava andando veloce il cambiamento, era tangibile, uscivano un sacco di dischi, tutti diversi, ma sempre dall’America, sembrava che l’Europa fosse ferma. Non lo era ovviamente, le band metal hanno continuato a fare le loro cose, ma io ho staccai la spina definitivamente, mi sentii di nuovo perso e confuso ,.

Non mi presentavo alle prove anche se c’era un altro batterista, cazzo stavo mollando la band che avevo fondato e sognato, ero alla deriva.
Si incazzarono tutti con me, mi vedevano in giro per i club e i locali con i capelli corti e le basette alla Wolverine, ubriaco, accampavo scuse qua e la, in fondo non me ne fregava più un cazzo.

Il metal mi aveva stufato, ma perché ?

Perché tutta sta roba che esce mi fa venire voglia di comprarla ma sono titubante?

Nel frattempo a Verbania la scena musicale stava vivendo un grandissimo fermento. Si suonava ovunque, c’erano concerti dal giovedì alla domenica .
Band di ogni genere, dal garage al punk allo ska punk, vidi dei rockabilly pazzeschi al Babilonia sul lago.

Ragazzi, era come stare in una grande città americana, band su band, una vera e propria scena locale dove nessuno faceva lo stesso genere.
Vicino casa c’era un gruppo che faceva soul, e R’n’B , fantastici, la cantante era di Londra. Che roba, gente, erano tutti sempre ubriachi ma erano davvero bravi.

Mi piacevano tutti e li ho amati tutti: gli Stolen Cars, i Power Kidz e tanti altri.
Gli Stolen Cars erano per me al pari dei Jolly Rogers, queste le due migliori.

Fantastici!

Avevano dei cantanti che ti entravano nel cuore, per lo show, la presenza, fanculo gente non sapete cosa vi siete persi.
Aspettavo i loro live come fossero delle star, non so perché ma quando scoprii la dimensione terra terra delle local band mi si aprirono altri orizzonti.

Ed io?

Non suonavo più.
Ero in attesa di un evento che mi cambiasse, dentro e fuori. Un qualcosa che accendesse le polveri e sarei stato pronto per la detonazione.

L’intenzione è il miglior carburante della motivazione e tutti e due spingono lo spirito verso un irragionevole movimento che può farti andare a grandissime velocità verso il cielo o verso il baratro. In poche parole a volte vai talmente veloce che il prossimo posto dove ti fermerai sarà nel posto sbagliato.

Avete presente quando ti cadono i coglioni per terra, rimbalzando e ti finiscono dentro il culo?

Capita più spesso di quanto possiate immaginare.

Quindi senza band, scoglionato come pochi al mondo, aspettavo il sabato sera per morire dietro il culo di qualche ragazza, strapieno di alcool, un terribile spreco di tempo ed energia. Quando sei un ubriacone depresso la figa te la puoi scordare. La vedrai solo nei tuoi sogni.

Ogni tanto andavo in un locale dove si facevano jam e quando il Gin era arrivato sopra le orecchie mi lanciavo, ma per la maggior parte del tempo stavo a guardare quei chitarristi che avevano studiato a lungo per fare magie con le loro mani, tutti bravi, bravissimi, gente che non ha mai messo su una band e che usciva di casa solo per andare lì a darsi arie.

Ottimo, un’altro posto di merda da dimenticare.
Ma tutto questo era nulla rispetto a ciò che mi accadde.

Un giorno cazzeggiavo al bar del paese e vidi quel cazzo di eroinomane che suonava con me nel gruppo wave. Lo chiamavano il Lungo.
Mi disse che era al verde e si vendeva i dischi.
Gli comprai per due dosi di eroina qualche album tra cui, roba hc americana.
Sì, hard core, che cazzo è sta roba?!
Mai sentita, boh… sembra suonata di merda, ma l’intenzione di distruggere il mondo era lì dentro, in quei dischi mal prodotti, pazzesco!

Poi una sera di autunno in un locale, con mister eroina, dentro una sbronza micidiale vidi un volto famigliare. Non capii subito, poi mi accese una lampadina in quella merda di cervello che mi trovavo (e mi trovo): era uno dei due fratelli canaglia.
Lo salutai e mi riconobbe , mi disse che suonava la batteria e suo fratello, canaglia numero due, il basso. Mi diede il suo biglietto da visita… sopra c’era scritto: Alberto Gran Bastardo. (Continua…)