Il primo disco degli Overkill non è mai stato tra i miei preferiti della band. Lo considero sicuramente molto valido, ma non ci sono cresciuto e non ho mai subito la sua fascinazione. L’ho sentito quando ero già grandino e passato attraverso la “modernizzazione” che andava da “The Killing Kind” a Necroshine”. Solo allora, per saziare la mia nuova voglia di Overkill, mi recuperai tutto del loro passato.
In verità, c’era poco che dovessi ancora coprire. “Feel The Fire” me lo ricordo che mi guardava in cassetta sullo scaffale del negozio Underground di Viterbo. Quella copertina con quattro guerrieri della strada in controluce, mi sembrava così tamarra che pensai a un lavoro banale e immaturo rispetto a “The Year Of Decay” e “Horrorscope”.
Ho dovuto ricredermi.
È evidente e Zazula lo confermò quando entrarono in studio per inciderlo, che gli Overkill avevano fatto un sacco di lavoro su quelle canzoni e sul proprio sound. Arrivarono in sala d’incisione già pronti, senza bisogno di una pre-produzione. I brani erano rifiniti al millimetro e li suonarono perfettamente. Bobby Blitz aveva l’aura della star e per chi era in studio sembrava un nuovo angelo della morte pronto a spiccare il volo.
Per la verità il suo stile vocale, senza dubbio notevole già allora, avrebbe fatto molta strada, passando l’incrocio tra una vecchia strega sotto amfetamine e la sirena della polizia, al timbro più corposo, malvagio, oscuro degli anni maturi.
Trovo sia da sempre tra i vocalist e i frontman più sottovalutati in assoluto. Del resto si dice da quel dì che gli Overkill, se fossero riusciti a portare in studio l’energia che erano in grado di sprigionare dal vivo, sarebbero stati alla pari con i grandi. Peccato che questo non è mai avvenuto, sempre che fosse possibile.
Ogni aspetto di questo gruppo è sempre stato preso sotto gamba. Facevano lo stesso campionato dei grandi del thrash, la gente era viziatissima allora. Si storceva il naso su un album dei Testament come “The New Order” e si deridevano gli Anthrax di “State Of Euphoria” in quei giorni così ricchi di capolavori e di genio.
A proposito di questi ultimi, gli Overkill, sono sempre stati molto affini, da buoni vicini di casa. A parte la militanza di Dan Spitz che lasciò Bobby e gli altri per diventare famoso con gli Anthrax subito dopo, entrambe le band partirono dalla medesima broda mista di power (“Feel The Fire”) e punk (Rotten To The Core).
Il cosiddetto thrash, con quel sound tipico e le ritmiche intricate, sarebbe sopraggiunto al terzo album, quando Bobby Blitz avrebbe smesso, ma non del tutto, di lanciarsi in vocalizzi epici (“Blood And Iron”) e proclami di fratellanza (“In Union We Stand”) per tirate sarcastiche (“Hello From The Gutter”) e siluri di distruzione di massa come “”Evil Never Dies”.
Lo notò già il recensore di HM, e la sua testimonianza diretta all’uscita di “Feel The Fire” è oggi preziosa, che l’esordio degli Overkill segnava il passo verso un terreno più cupo e nichilista per il metal. C’era già qualcosa in questo album che esprimeva a pieno la visione pessimistica e definitiva degli Overkill. “There Is No Tomorrow” urla Bobby in sella agli spietati riff cingolati intrecciati da Verni e Gustafson. Non sono mai stati degli allegroni. Spesso la loro ferocia era frutto più della disperazione di chi sta vedendo crollare il mondo e cerca di affettare più carne bastarda prima che le macerie lo ricoprano. In fondo erano cresciuti a New York negli anni 70 e non c’era posto più vicino al buco del culo di Cristo di quella città, salvando Calcutta.
Mentre la Bay Area e San Francisco proponevano un metal più energico e quasi atletico, dalla Grande Mela rispondevano con il cemento, la violenza urbana e la criminalità senza controllo e la disperazione di una New York all’epoca sull’orlo del fallimento. Quella rabbia stracciona, quel “There Is No Tomorrow” non era finzione scenica ma l’eco della strada.

