Non ho memoria di cosa stessi combinando nel 2012, se non a grandi linee, e neppure ricordo cosa ascoltassi prevalentemente in quel periodo, se non appunto a grandi linee. Certe annate rimangono archiviate sotto forma di cartelle senza nome, tipico della nostra società digitale. Soprattutto non ricordo per quale diavolo di motivo questo Primal Rock Rebellion sia sfuggito ai miei radar nonostante portasse la firma di Adrian Smith, uno di quegli ex Maiden di cui, per deformazione professionale o fanatismo, siamo soliti seguire ogni movimento, anche quando si limita a cambiare le corde alla chitarra. La cosa è ancora più curiosa considerando che nel 2012 vivevo di metal con una frequenza pressoché quotidiana, totalmente assorbito dalla mistica del recensore seriale.
“Awoken Broken” uscì per Spinefarm/Universal, non esattamente un CD masterizzato in salotto e regalato agli amici sotto Natale, anche se, almeno nelle intenzioni iniziali, il progetto aveva proprio quella natura lì. Smith e Mikee Goodman, frontman di una misteriosa band britannica chiamata SikTh, che faceva nu metal, crossover, progressive, metalcore o chissà quale altra diavoleria che non ho voglia di approfondire, erano vicini di casa e si conobbero a una festa. Avete presente le feste fra vicini? Quelle in cui qualcuno ha preparato le primizie dell’orto, qualcun altro porta la torta fatta in casa e a un certo punto parte la domanda: «Fate un salto da noi nel weekend? Festeggiamo il compleanno di mio figlio». Solo che invece di finire a parlare di mutui, rendimento dei BTP, palestra e vacanze nei resort, Smith e Goodman si misero a parlare di musica e scoprirono di avere qualcosa da dirsi.
Se provo a calarmi nella situazione, immagino che a un certo punto ciascuno dei due abbia pensato dell’altro: «Questo è probabilmente il tipo più interessante del vicinato». Capita anche a me. Entri in casa dei vicini e uno ti parla di rendimenti annuali, l’altro della scheda che sta seguendo in palestra, un terzo delle Maldive dove andrà ad agosto e tu, che sei un artista o, nel mio caso, un semplice disadattato con qualche problema di collocazione sociale, finisci inevitabilmente per cercare con lo sguardo la persona che sembra avere almeno una rotella fuori posto come te. Da cosa nasce cosa.
I dischi di Smith, a voler essere onesti, non sono capolavori nascosti che l’umanità ha dimenticato. E probabilmente non avrebbe nemmeno avuto la stoffa per partorire da solo album come Accident of Birth o The Chemical Wedding, per quanto la sua firma compaia in calce a quella di Bruce Dickinson. Ma forse è proprio questo il punto: Smith non sembra uno interessato a dimostrare continuamente di essere Adrian Smith. Una volta superata una certa età, e questo vale per tutti, forse l’obiettivo non è più dimostrare qualcosa agli altri, ma evitare che il cervello vada definitivamente in pensione. E da questo punto di vista Smith è uno che continua a tenerlo bene in allenamento.
Dietro quell’aria da inglese tranquillo, silenzioso e accomodante, si nasconde l’anima inquieta degli Iron Maiden, quella che ogni tanto sente il bisogno di uscire dalla gabbia, prendere una strada laterale e vedere cosa succede. Primal Rock Rebellion è una di queste deviazioni, così come lo è stata, in anni recenti, la collaborazione con Richie Kotzen. Non necessariamente cose destinate a cambiare la storia della musica, ma esperimenti che raccontano parecchio dell’uomo che li concepisce.
E infatti, se andiamo a guardare gli Iron Maiden del dopo-Reunion, le idee più strane, personali o semplicemente più interessanti spesso portano proprio la sua firma: Paschendale, Starblind, The Wicker Man, Brighter Than a Thousand Suns, The Longest Day, Death or Glory, Senjutsu. Non è mica poco.
Mica come Janick Gers, ormai impegnato a testare sul palco le movenze snodabili da pupo siciliano.
Il disco è più interessante di quello che ci si potrebbe aspettare perché, alla fine, quando due mondi si incontrano e si mischiano, ciascuno finisce inevitabilmente per prendere qualcosa dall’altro. In mezzo alle chitarre roboanti e droppate non è difficile scorgere quel gusto melodico, imprevedibile e un po’ obliquo che ha fatto la fortuna di Smith; allo stesso tempo Goodman, accanto a vocalizzi di scuola nu metal alla Korn o Marilyn Manson, è capace di tirare fuori melodie oscure, suggestive e sorprendentemente raffinate.
Il cantante dei SikTh non è il solito cantante malvestito coi dreadlock che si agita davanti a un muro di chitarre. Ha un gusto per la sperimentazione talmente radicato da utilizzare spesso l’aggettivo progressive per descrivere ciò che fa. Come se non bastasse, si è fatto un nome anche nel mondo della produzione videoludica come doppiatore, sfruttando proprio quelle peculiarità vocali che Adrian Smith aveva intuito.
E sentite cosa ha detto dell’esperienza con Smith, non più tardi di un anno fa:
«Voglio davvero bene ad Adrian, amico. È la persona più umile, gentile e autentica che si possa incontrare, ed è un grande esempio di musicista che ce l’ha fatta. Questo aspetto non viene mostrato abbastanza: la stampa vuole proiettare questa immagine della “rockstar” o qualcosa del genere, mentre Adrian è semplicemente un uomo fantastico, fantastico.»
Soliti formalismi da etichetta, penserete. Sentite qua:
««Mi ha insegnato più di chiunque altro, sui testi e cose del genere… alcuni dei suoi consigli non ve li dirò, perché sono davvero ottimi suggerimenti su come determinati suoni funzionino bene con determinati ritornelli — questo ve lo posso dire — e ha individuato la tonalità della mia voce e quali tonalità sarebbero state migliori.»»
Professionalità, umiltà mescolata al talento. È quello che, a sentire chi li ha frequentati da vicino, sembra caratterizzare un po’ tutti i Maiden. A livello personale, perché musicalmente Smith gioca un’altra partita.
Riascoltato oggi, “Awoken Broken” è un lavoro decisamente interessante, anche perché sotto quelle chitarre moderne ci sono parecchi momenti atipici: melodie importanti, aperture quasi malinconiche, passaggi acustici, intuizioni progressive e soprattutto quella sensazione di trovarsi davanti a due musicisti che, invece di cercare un compromesso, hanno deciso di lasciarsi guidare dall’ispirazione.
È questo, probabilmente, l’aspetto più interessante dei Primal Rock Rebellion. Smith porta dentro uno stile fatto si gusto per la melodia e senso della misura, Goodman porta invece l’istinto, l’irregolarità, la voglia di deformare la voce e di prendere una canzone, manipolarla fino ad uscirne con qualcosa che non ti aspetti.
Il risultato non è sempre perfetto, e probabilmente non voleva nemmeno esserlo, ma è proprio questa imperfezione a renderlo curioso ancora oggi: non sembra il disco di Adrian Smith che prova a fare il moderno, né quello di un cantante nu metal che cerca di nobilitarsi mettendosi accanto al chitarrista degli Iron Maiden. È il documento di due musicisti che si sono trovati per caso e hanno provato a vedere cosa sarebbe successo mettendo insieme anni, leggasi anni, di sala prove e demo incompleti.
Non dico che gli Iron Maiden avrebbero dovuto mettersi a fare nu metal, ma provate per un attimo a immaginare cosa sarebbe successo se Smith avesse portato dentro i Maiden, almeno una volta, tutto quello che sperimentò con Goodman. Un intero album sulla falsariga di Primal Rock Rebellion.
Probabilmente oggi su Sdangher ne parleremmo ancora.

