Dio – “Sacred Heart” e il giorno in cui cadde la foglia di fico

A pensarci bene “Sacred Heart” ha rappresentato un capitolo fondamentale nella storia dei Dio. Intanto qui si interruppe il sodalizio con Vivian Campbell, licenziato durante il tour di supporto all’album. Le quotazioni del chitarrista erano già in ribasso. Lo stesso Ronnie, ragionando con Piergiorgio Brunelli di HM, disse di non stupirsi dopo aver visto che il nome di Viv non era presente in nessuna delle pool di fine anno, almeno delle più importanti riviste di settore.

E aggiunse, confermandosi una piccola lingua biforcuta, che “Vivian si era semplicemente stufato di “vivere da rockstar”. Uhm… Eccome, disse Ronnie: “intanto aveva iniziato a darci dentro con un progetto che mescolava insieme reggae e Dire Straits. E quando questa cosa iniziò a interferire con gli impegni dei Dio, il vocalist non aveva avuto scelta ed era stato costretto a cacciarlo via.

Per carità, oggi capiamo la necessità di un chitarrista pregevole come Campbell, di esplorare altri territori creativi, specie se in privato. Dio fu perfido a riferire la cosa al popolo metallaro, ovvero i suoi sudditi, senza farli inorridire e depennare Campbell dalla propria lista di piste appetibili per il futuro. “Reaggae e Dire Straits? Ma è scemo???” Tenete presente che siamo nel periodo in cui i Metallica non poteva ammettere di ascoltare tutto tranne che metal in camerino e di cullarsi col country d’autore prima di salire sul palco a spaccare tutto. Era un periodo così, di grande intransigenza. Una roba degna degli anni più potenti della Chiesa Cattolica. Chiunque poteva essere tacciato di eresia, tradimento, bestemmia. Metal Church, giusto?

Inoltre, aggiunse Ronnie, “anche un anno fa”, ottenne più credito nelle classifiche di fine anno “senza meritarselo”, perché già da tempo marcava male e campava di rendita sul lavoro fatto in “Holy Diver”.

Oltre questo segmento che si staccò dalla casa madre dei Dio, “Sacred Heart” è stato la fine del progetto inteso come “band di musicisti” che collaborano tra loro, anche contrastandosi nelle decisioni, ma diretti nella stessa direzione.

L’idea vincente di Ronnie, quando coinvolse Vinnie Appice o Jimmy Bain, era di farli agire alla pari e non come turnisti sottoposti, cosa che avevano fatto fin lì in quasi tutte le realtà in cui erano stati. Purtroppo questo equilibrio tra reietti del professionismo metallaro con frustrazioni creative nascoste, si ruppe via via che la cosiddetta band macinava in vendite e riscontri di popolarità.

Fino al punto che Wendy Dio, manager e moglie di Ronnie (un’accoppiata di competenze che di solito finisce per uccidere una band) prese definitivamente le redini e spinse il marito a creare un album molto più commerciale, tastieriesco e appetibile per il pubblico “pop metal”.
Collegato a questo album, oltre a una pioggia di critiche per il ristagno creativo evidente, rispetto ai primi due lavori indiscutibili, cosa che oggi fa sorridere perché siamo ancora ad alti livelli, ma come ho scritto altrove, la gente era davvero viziata. Oltre questo “ristagno” c’era anche l’ambizioso progetto, visto male dai più austeri defender, di portare in tour un intero castello con tanto di dragone sputa-fuoco al centro dello show.

La qualità delle canzoni non si discute. “Another Lie” e “Like The Beat Of A Heart” non sono miracoli ma spingono forte nel culo degli ascoltatori. E per quanto i brani di punta siano effettivamente inferiori ai cavalli di battaglia della band, a riascoltarle oggi la title-track o “Just Another Day” ahivoglia se gasano. Inoltre c’è in generale, nel modo di cantare di Ronnie, forse un po’ appiattito stilisticamente rispetto agli anni d’oro con Rainbow e Sabbath, una ferocia notevole. Specie su “King Of Rock N Roll”, in apertura, sentite come il piccoletto vi sparecchia le ciglia finte con quel gozzo vocale potente e grasso come una coppa vichinga di lardo di puttana, porca troiaaaa!

Scusate, ho esagerato, ma non cancello il mio momento di esagerazione.

Anche la produzione, come sempre gestita da Ronnie Dio e il suo fido ingegnere del suono Angelo Arcuri, è bella spessa e avvolgente. Il lavoro di Claude Schnell alle tastiere poi, per quanto contestato per principio, è notevole.

Però più che altro il pubblico glielo riconobbero su Kerrang, per dire. Tra i tastieristi migliori del 1985 c’era lui e non era scontato che fosse così.

Tutti se la presero piuttosto con la band per una questione di attitudine. Il 1986, come ho scritto due giorni fa a proposito dei Raven, fu l’anno delle contestazioni e della svendita del metal alle masse. Nel caso di Dio le accuse non risultarono diverse ma non caddero tanto sul disco, quanto sul tour.

Gli spettacoli così ricercati, esosi, hollywoodiani, avevano condotto, per i detrattori, “il vero metallo dentro una fiaba fantasy di serie B”. Quel cazzo di Drago, che non ricordo come si chiamasse, Dannie o Danzil (lo chiamavano Denzil), era mosso da una squadra di tecnici che lo gestivano manovrando un circuito idraulico dietro le quinte. Era un’opera industriale senza precedenti in campo rock, ma non andava molto bene.

Certe volte non andava proprio.

Diciamo che una sera funzionava tutto e una sera niente. Non era facile nascondere il guasto se riguardava un coso gigantesco al centro del palco. Il drago avrebbe dovuto combattere con Ronnie a un certo punto dello show, verso la metà. Lui si difendeva dal mostro impugnando una spada laser (woooaaaah!).

Purtroppo il bestione idraulicizzato, con dieci metri di estensione alare, sovente rimaneva a bocca aperta e non si muoveva più, anziché sputare il fuoco.
Dio da guitto qual era, per non mandare in vacca tutto, simulava un combattimento con un drago immobile, rischiando quasi il ridicolo tutte le volte.

In un certo senso è buffo pensare che proprio Ronnie, che si era separato da Sabbath poco prima che loro con Gillan avessero la tragicomica vicenda scenografica della Stonehenge a grandezza naturale e il nano vestito da neonato diabolico che era calato dall’alto con dei fili sottili d’acciaio (e non le carrucole scorrevano fino alla fine), insomma fa ridere che anche Ronnie si ritrovò in un incubo simile a fare D’Artagnan delle stelle con un gigantesco cumulo di tubi e plastica di qualche tonnellata.

Alla fine dei concerti dove il drago aveva fatto cilecca, Ronnie era così fuori di sé che pare riducesse i camerini a pezzi, forse usando ancora la spada laser, chissà, in un comportamento da vera “rock star”, quella che Viv Campbell non voleva appunto più essere.

Tutto questo ridicolo però non influì sul successo del tour e in fondo neanche delle vendite. Il vocalist non poteva lamentarsi. Nell’intervista di Brunelli si vede acchittato come il solito Ninetto Davoli in I racconti di Canterbury, che seduto trionfante nel giardino di casa, una villa a tre piani in stile medievale sulle colline californiane e una splendida piscina, Dio esprime appagamento e padronanza della situazione. Commenta con sprezzo chi ha mollato, chi ha cacciato e chi ha fallito, come “i Twisted Sister, che hanno avuto successo insperato con un disco e poi se lo sono giocato ripresentandosi con una cover e per giunta sbagliata, facendo quasi saltare il tour per carenza di biglietti venduti”.

Sembra proprio un uomo realizzato in quelle foto del 1986, anche se dopo sette mesi dall’uscita di “Sacred Heart” le vendite sono scemate e per la prima volta i Dio non avrebbero raggiunto il platino.

Brunelli parla dell’armatura medievale autentica nell’ingresso e dei segni sfarzosi di successo ottenuto con grande impegno da lui e sua moglie. Sappiamo che “Holy Diver” non fu un best-seller fortunoso, uscito al momento giusto, ma arrivò in cima alle classifiche grazie a un durissimo lavoro promozionale, sapiente e serrato ideato da Ronnie e la moglie, oltre a una serie di investimento personali che l’elfo fece col rischio di rovinarsi la vita per sempre e finire per strada.

Chiaro che la fotografia di HM del 1986, il quarto numero, lo fermi in una fase di grande orgoglio e appagamento, ma con tutto quello che sappiamo noi, sul dopo e sul durante, Ronnie probabilmente sentiva, nel contorno di quelle espressioni allegre e concentrate, l’aria gelida che lo raggiungeva, specie dietro la nuca sempre più rada.

Nonostante l’ingaggio di un chitarrista magistrale come Craig Goldy, stra-sottovalutato ma enorme, sentiva forse che la band si stava disintegrando e capiva che le scelte dovute alla direzione sempre più dispotica di Wendy ne erano la colpa. Lui non ce la faceva a gestire lei e loro. Pensava che ci sarebbe riuscito sempre e invece adesso era anche lui che diceva sì alla moglie con gli altri alle spalle che ingoiavano rassegnati, come i turnisti usati e abusati che gli era stato promesso all’inizio, nei Dio non sarebbero mai stati. Se a questo aggiungete i pochi soldi che gli altri ricevevano rispetto agli incassi e ai rimborsi che Dio si elargiva, la frittata stava già sfrigolando sui fornelli.

E vogliamo parlare della copertina dell’album? Fu stroncata persino dal gruppo; Jimmy Bain l’avrebbe definito l’artwork più “ridicolo e infantile” mai stampato.

Insomma, oggi lo si ascolta “Sacred Heart” ed è piacevole, è solo un altro lavoro dei Dio migliori, ma allora fu la foglia di fico che dopo un po’ cadde in terra e lasciò il re nudo.

Dobbiamo tenere presente che Ronnie fino a lì, aveva realizzato sempre cose notevoli e di successo. Prima con i Rainbow (a Brunelli disse che Blackmore era uno stronzo perché per anni gli aveva fatto fare la fame e solo con le minacce legali, adesso iniziava a mandargli qualche assegno per le canzoni su quei dischi); poi con i Black Sabbath (che l’avevano cacciato per essersi permesso di esagerare con il suo bisogno di controllo) e infine con i primi due lavori dei Dio.

Ora eccolo lì, con un disco in fondo ripetitivo, le canzoni che si somigliano un po’ tutte e brani smaccatamente commerciali come “Hungry For Heaven” o “Rock N Roll Children”, un pubblico lamentoso, una band implosa e una critica annoiata.

Ronnie era anche alle prese con la versione metal del Live Aid. Su quest’avventura prima o poi bisognerà indagare di più. Ne capitarono di cose interessanti al riguardo. Per cominciare molti dei gruppi coinvolti promisero tanto e finirono per dare buca a Ronnie, risultando fasulli e incoerenti. Poi ne successero delle altre, ma ci torneremo. Per ora godiamoci senza lo stress di quegli anni caotici e discutibili, tutto sommato un album discreto, passabile, dignitoso come “Sacred Heart”.