Di solito non mi piace usare aggettivi estremi come “strepitoso”, “pazzesco” “assurdo”, ma nel caso di “Turbo” li spendo tutti, uno dietro all’altro. Non è un disco facile. Lo è moltissimo per chi ama la musica radiofonica e non si fa problemi a godersi Michael Jackson e i Milli Vanilli, ma è un lavoro complesso di scavo interiore per un metallaro. Ci sono tante cose che persino io ho dovuto impiegare anni per comprendere e accettare. “Turbo” è frutto di un periodo di eccessi edonistici per i Priest. Non erano più quei ragazzi sporchi e incazzati cresciuti nelle strade fragorose e cupe di Birmingham. Registrarono il disco tra le Bahamas e il sud della Spagna, gozzovigliando con champagne e cocaina e sfrecciando sulle strade con delle macchine costosissime e simbolo del loro nuovo status socio-mentale.
Sia Tipton che Downing avevano comprato delle Porsche Turbo e ne erano innamorati. Parlando di questa loro passione per le macchine costose e per le cose dissolute che vi si potevano fare sui costosi sedili in pelle di dietro, Halford tirò fuori un mix quasi ballardiano di sesso e motori. Il non plus ultra dell’ebbrezza mentale anni 80.
Buffo pensare che uno degli album più da autoradio del 1986 fosse in gran parte stato scritto da uno senza la patente di guida. Rob tra l’altro non stava passando di suo un buon momento. Era dipendente da alcolici e antidolorifici. Lavorò al disco in condizioni molto difficili e quando un giorno lo salvarono per i capelli (quelli che ancora gli restavano) decise di smettere e rimanere sobrio; proposito che ancora oggi mantiene da allora.
“Turbo” sembrò e in effetti fu una scelta molto coraggiosa, quasi estrema. Quando Tipton scoprì il sistema guitar-synth, lo acquistò e si precipitò in studio folle di entusiasmo. Convinse gli altri (che chissà in che condizioni di cervello erano in quel momento) a rivoluzionare completamente il sound con quell’aggeggio. Tutti dissero di sì, (facciamolou cazzou!”) almeno quelli che non dormivano svenuti sul divano.
La scelta portò a un sacco di problemi da superare ma a un risultato che ribadisco, è pazzesco, cazzo.
La Columbia avrebbe spinto alle stelle l’album, incoraggiando la decisione di quella smaccata commercializzazione. Ascoltando brani come “Reckless” o “Turbo”, immagino che già contassero mentalmente gli incassi. Il gruppo però all’inizio non voleva essere tanto audace e propose all’etichetta un doppio album intitolato “Twin Turbos”. Sta cosa non la sapevo quindi tenetevi forte: in una metà del disco ci sarebbero stati i pezzi più melodici e da classifica (sarebbe stato la versione solare e accattivante dell’album); l’altra metà invece sarebbe stata cupa e più pesante, tanto per non sconvolgere troppo l’equilibrio bio-chimico dei vecchi fans, immagino.
La Columbia, pensando soprattutto a quanto sarebbe stato costoso un doppio e alla difficoltà che avrebbe comportato raggiungere certe cifre con un prodotto non alla portata delle tasche di tutti, convinsero il gruppo a fare quello che hanno fatto, vale a dire far uscire praticamente solo il primo dei due album, quello più easy e accessibile.
Molte delle canzoni dell’altro non rimasero a lungo nel cassetto e costituirono la gran parte della scaletta del successivo “Ram It Down”, che per quel che mi riguarda è una specie di frankenstein poco ispirato, pieno di rimasugli tenuti insieme con la collosità sciatta di una drum machine.
Sarebbe stata una ficata un doppio e forse non avremmo avuto un lavoro scadente come “Ram…”
Sì, adesso immagino i colpi che mi arriveranno per aver detto un’eresia del genere, vero?
In ogni caso, “Turbo” era pensato per fare la grana e schizzare nell’olimpo delle rock band americane, ispirandosi ai risultati conseguiti dai Def Leppard. Molte delle storiche band della NWOBHM e alcune di quelle che le avevano ispirate, sempre parlando di Gran Bretagna, pensarono che siccome i Leppard erano riusciti a sbancare in USA con quella versione più pop del loro rockeggiare, anche gli altri ci sarebbero riusciti. Sappiamo quante disfatte avvennero, ma “Turbo” non fu una di queste. Ne converrete.
Intanto c’è l’indiscutibile qualità delle canzoni. Grandissime canzoni. Probabilmente sono alcune delle più belle e coinvolgenti melodie scritte dai nei primi dieci anni della sua storia. Sì, certe volte si avvicinano alle cose dei Ratt (“Parental Guidance” a momenti sembra uscito da “Invasion Of Your Privacy”) e altre giocano sullo stesso campo dei Foreigner di “Agent Provocateur” o del producer Don Dokken in combutta con gli Scorpions di “Love at First Sting”, ma sono i Priest in tutto e per tutto, non potete evitare di pensarlo.
“Turbo” in apertura farebbe da sola decollare un aereo per quanto è trascinante e la maestosità synth di “Out In The Cold” lascia sgomenti ancora oggi; specie per quell’incipit di tastiere all’inizio, così avvolgente e inquietante da far pensare a una visione inedita di John Carpenter.
Ho detto “tastiere” ma so bene che non lo erano. In “Turbo” non ce ne sono. Tutto quello che vi sembra “tastiere” sono le guitar synth.
Non voglio spiegarvi come funzionavano perché probabilmente mi addormenterei mentre lo scrivo, ma in sostanza vorrei che capiate che non fu la via più facile per suonare.
In pratica la faccenda era così complicata che i Priest dovettero imparare di nuovo a suonare le chitarre. Oggi possiamo usare suoni computerizzati con grande comodità. Ci piace il vecchio Marshall di soncazzo quando? Scarichiamo il campione originale e lo usiamo. Il risultato è credibile. Non è tanto di verso da quello che fecero i Priest. Attaccarono le chitarre al PC e le rivestirono di un altro suono, ma con una differenza.
Il sistema Synth non era perfetto, soffriva di una leggera differita tra la pennata e l’elaborazione del Computer. In pratica se suonavi una melodia e per sbaglio ti scappava un armonico, il PC poco dopo quell’armonico del cappero lo trasformava in un acuto che non c’entrava nulla con quello che stavi facendo dopo. Dovevi capire esattamente come gestire la mano se volevi che i suoni giungessero precisi al millimetro e giusti per il tempo che ti serviva di rispettare. Ecco perché i soli furono registrati normalmente; con quel congegno di sicuro sarebbero saltati per aria gli studi, se avessero cercato di anche di filtrare i duelli a colpi di svise con il metodo synth.
Insomma, fu un casino, ma i Priest, grazie alla giovinezza, la coca, l’alcol e la prospettiva di guadagnare ancora più soldi, tennero duro e arrivarono fino al fondo. Il risultato gestito dal produttore Tom Allom, è nelle orecchie di tutti.
Produttivamente “Turbo” è avanguardia, cazzo. E allo stesso tempo è un cazzone lubrificato e tinto di rosa che entra ed esce dal vostro culo purista. Chissà perché quando scrivo dei Judas mi vengono queste colorite metafore omosessuali? Mah.
Tornando al succo di prugna, un’altra cosa che non sapevo di “Turbo” è che la produzione di “Top Gun” aveva quasi messo le mani su “Reckless”. La volevano per i titoli di coda. La band però non accettò perché sarebbe stata proprietà assoluta del film e non avrebbero potuto inserirla nell’album.
Questo ci dice una cosa interessante. Non solo che fecero una cazzata madornale, tenendo presente i milioni di copie che vendette la fottuta colonna sonora di Top Gun. No, ci dice che loro temevano che un brano eccezionale come quello, fosse anch’esso necessario per tenere a galla il disco. Esattamente come tutti gli altri brani. Non potevano rinunciare a una sola melodia eccellente. “Turbo” era una macchina Molochiana che aveva bisogno di ogni “bambino” il loro talento fosse riuscito a partorire in quella metà degli anni 80.
Parliamoci chiaro, i Judas erano cazzuti. Avevano bene chiaro in testa che stavano rischiando di commettere la peggior cazzata della loro vita, e che solo scrivendo canzoni perfette sarebbero riusciti a convincere tutti, anche chi in fondo quel suono tecnologico, non lo avrebbe mai digerito del tutto.
Le cose andarono così bene che persino Julio Iglesias, il grande padrino della musica latina, vicino di casa durante la loro permanenza a Marbella, in Spagna, gli fece arrivare i suoi complimenti, causando un altro colpo al cuore del metallaro tipo di quegli anni. Se piace a Iglesias, allora deve essere proprio merda.
Halford disse che molti lanciarono il disco dalla finestra, ma poi se lo ricomprarono in CD qualche anno più tardi, restituendo a “Turbo” e alla band, il rispetto per ciò che avevano fatto.
Oggi scrivere un articolo pro-Turbo è come sfondare il culo di Aldo Busi. Una porta aperta.

