Simple Minds e Queens of the Stone Age – Anatomia di un’Ipocrisia Alternativa

Ringrazio il musicista Umberto Palazzo per aver ispirato questa riflessione durante una delle sue chiacchierate nella Stalla (La live di Sdangher del 24 settembre). Mi è servita a mettere insieme un po’ di idee che mi frullavano in testa su due argomenti che la critica “indie-alternative” tiene rigorosamente separati: la riabilitazione dei Simple Minds e la sopravvalutazione dello Stoner Rock americano a scapito di band storiche. Chi storce il naso di fronte a questo strano accostamento farebbe bene a studiare la storia della musica: Palazzo, a differenza di molti recensori improvvisati, nell’industria discografica ci ha vissuto e sa come unire i puntini in modo originale.

Palazzo ha descritto perfettamente la transizione della fine degli anni ’80: il momento in cui l’Hardcore Punk e la New Wave stavano morendo, lasciando il posto al Grunge e al Rock Alternativo dei primi anni ’90. Una transizione che, per chi ha radici nel Metal, ricorda molto il passaggio dal Thrash classico all’esplosione del Groove Metal alla Pantera

Tra il 1987 e il 1993, mentre i palati fini della critica snobbavano il Pop da classifica, in Italia spopolavano i Simple Minds. Chi c’era all’epoca ricorda che nelle sale prove, accanto ai pezzi dei Metallica o degli Iron Maiden, si provavano tre brani sacri: “Welcome to the Machine” dei Pink Floyd, “Purple Rain” di Prince e, appunto, “Don’t You (Forget About Me)” dei Simple Minds. Il loro concerto a Verona nel 1989 è un reperto storico di potenza viscerale e precisione millimetrica.

Oggi i critici alternativi bollano i loro capolavori, come “Sparkle in the Rain” o “Once Upon a Time”, come prodotti “AOR commerciale” o “pompa barocca”.

Ma è un’ipocrisia. Se togliamo le tastiere anni ’80, la spinta ritmica dei Simple Minds era devastante, retta da un batterista monumentale come Mel Gaynor, uno che picchiava con una potenza e un groove che qualsiasi batterista Hard Rock invidierebbe.

Andando ancora più a fondo, il loro album “Street Fighting Years” (1989) è a tutti gli effetti un capolavoro di Rock Progressivo. C’erano tutti gli indizi: l’ispirazione dichiarata a Peter Gabriel, la produzione maestosa di Trevor Horn, le tematiche epiche e la presenza al basso di John Giblin (un mostro sacro che suonerà poi con Fish, lo storico cantante dei Marillion).

Musicalmente era un disco immenso, dilatato, ricco di stratificazioni sonore ed eleganza, dove persino il cantante Jim Kerr aveva scelto di usare una voce quasi dimessa per far risaltare gli arrangiamenti strumentali. Eppure la critica li bollò come “finiti”. La band non ebbe la forza di combattere, perse per strada il tastierista Michael MacNeil e sacrificò quella complessità sull’altare del successo radiofonico.

Ed è qui che scatta il collegamento con il rock alternativo italiano e i milanesi Karma. Nell’ambiente alternative si tende a dividere i “Big Four” di Seattle (quattro, esattamente come nel Thrash) in due scuole: quella sperimentale e noise (Nirvana e Soundgarden) e quella tradizionalista (Pearl Jam e Alice in Chains).

I Karma rientravano perfettamente in questa seconda categoria.

La storia è questa: i Karma nacquero a Milano nei primi anni ’90 firmandosi inizialmente come Gamma. Il loro debutto del 1994 fu la risposta italiana al sound cupo e heavy dei primi Alice in Chains (proprio mentre la band di Layne Staley deviava verso l’acustico con “Jar of Flies”).

Anni dopo, la critica ha beatificato quel disco dei Karma definendolo “il primo tentativo italiano di Stoner Rock”.

Questa è una bugia storica.

Quel disco di Stoner non aveva nulla: a fare vero stoner pesante e psichedelico in quegli anni c’era già una pattuglia di band enormi come i Motorpsycho, gli Alien Boys o gli Snail.

Nel loro secondo album, “Astronotus” (1996), i Karma inserirono sfumature psichedeliche, imitando di fatto quello che gli Screaming Trees americani stavano facendo dal vivo in tour insieme a un giovanissimo chitarrista di nome Josh Homme.

Ed ecco il cortocircuito definitivo, la svolta commerciale dello Stoner mondiale che i Karma hanno cercato di replicare (senza successo).

Nel 1996, sciolti i Kyuss (i veri padri fondatori dello Stoner Heavy), Josh Homme fondò una nuova band. Indovinate come la chiamò? Gamma Ray. Proprio così. Pubblicarono persino un EP intitolato “Gamma Ray”, ma dovettero cambiare immediatamente nome in “Queens of the Stone Age” perché i Gamma Ray tedeschi (la leggendaria band Power Metal di Kai Hansen) minacciarono di trascinarli in tribunale.

I Queens of the Stone Age (gli ex Gamma Ray americani, appunto) misero in atto un piano diabolico: presero la freddezza ipnotica e ripetitiva dello Stoner e la unirono alla melodia calda del Grunge. Il risultato fu l’album “Songs for the Deaf” (2002), trainato dalle batterie devastanti di Dave Grohl.

Quel disco vinse dischi d’oro e di platino in tutto il mondo, ma a ben vedere era un prodotto ruffiano e iperprodotto, un lamento studiato a tavolino che rubò la scena e le masse a band molto più autentiche, pesanti e “fumose” come Fu Manchu, Nebula ed Hermano.

A tal proposito, c’è un enorme rimpianto per gli amanti del rock pesante: se nel 2003 Dave Grohl avesse continuato a suonare la batteria stabilmente con i leggendari pionieri post-punk Killing Joke (con cui registrò un album omonimo monumentale e violentissimo proprio in quel periodo) invece di regalare il suo drumming iconico ai Queens of the Stone Age, la storia del rock mainstream degli anni 2000 sarebbe stata molto più oscura e intransigente.

I milanesi Karma non hanno mai fatto quella fusione magica tra Grunge e Stoner. Eppure, molti anni dopo, sul loro sito web si sono intestati la primogenitura di un’idea che non avevano concretizzato nemmeno negli anni ’90. Il loro recente album del ritorno, “K3”, è in realtà un disco Sludge intellettuale che ricorda i Marlene Kuntz di Cristiano Godano: l’ennesima dimostrazione del loro cronico ritardo sui tempi.

I Karma sono sicuramente dei mostri sacri dal punto di vista tecnico (soprattutto la sezione ritmica), ma oggi la musica ha un disperato bisogno di vitalità selvaggia, energia e attitudine stradaiola, non dell’ennesima elucubrazione depressa e intellettuale sul capitalismo. E visto che la massa depressa preferisce piangersi addosso, stasera scelgo di curarmi con il Rock accessibile e solare di Kevin Ayers e, subito dopo, con una sana dose di Hard Rock cafone e stradaiolo targato KIX.