Dalla recensione su HM che ho letto di recente, uno si aspetterebbe una band epic metal ortodossa e pesantissima, invece quando fai partire “Different Breed” ti ritrovi in un frullato destabilizzante; almeno se cerchi determinate sonorità e soprattutto se te le aspetti.
Esistono tanti modi di essere epici, fieri e possenti, questo l’ho scoperto negli anni. Che ci crediate o no, i Beltane Fire sono riusciti a riempirmi il petto e galvanizzarmi in un modo ancora diverso da quelli che conoscevo.
Ma non subito.
La cosa che mi affascina di questa band, è che hanno sempre dovuto conquistare il pubblico, perché gli proponevano qualcosa a cui non era preparato. Il titolo dell’album la dice lunga: Different Breed, vuol dire “razza diversa” e questo segna il destino dei Beltane Fire in tutto e per tutto. Una nuova razza può metterci un po’ a trovare il modo di stabilirsi in un eco-sistema e prosperare.
Anche quando fecero il tour con i Marillion in Inghilterra, e stiamo parlando di un momento speciale per la prog band inglese e quel posto era ambitissimo, la gente ci mise un po’ ad amarli. Si vedevano salire questi strani ceffi vestiti con costumi medievali e pirateschi, uno che si aggrappava a un contrabbasso e poi partivano con questa formula inedita di rockabilly e Big Music.
Clint Bradley che dava il via decantando le scorribande di Captain Blood e il pubblico immagino inizialmente restasse lì incerto, chiedendosi una canzone dopo l’altra se tutto quello gli piaccesse o no. Erano bravi, ma strani. E quindi?
E quindi sì, cazzo, e partivano applausi e ovazioni alla fine di ogni esibizione. La sera dopo era lo stesso. Bisognava scavare ogni volta un percorso nel cuore duro della gente.
Il suono dei Beltane Fire è trascinante, corposo, grande ma le chitarre non sono l’elemento predominante. I sintetizzatori compongono la muscolatura e gli arpeggi effettati di Carlo B. Edwards, che insieme al cantante è la mente compositiva del gruppo, rappresentano più il sistema linfatico.
Beh, ci sono momenti in cui la chitarra di Carlo si fa sentire, in effetti. Penso ad “Arthur King’s Cave”, che è una cavalcata rocciosa dove la distorsione della sei corde è centrale. Voglio dire, le chitarre ci sono, ma non aspettatevi i Manowar, ecco.
E come la gente che era andata a vedere i Merillion finiva per decidersi e applaudire, anche io ci sono arrivato non subito. Mi si sono aperte le cosce al cospetto di una cattedrale sonica come “Excalibur (I Believe)”.
Il brano inizia con la voce declamante di Robert Powell, l’attore che in Italia conosciamo per aver dato corpo al Gesù di Zeffirelli. Il suo accenno solenne e profondamente british, ci prepara all’avvolgente svolazzo di cori antichi puntellati da tamburi. Da lì riprende il sound fragoroso, compatto, dei Beltane Fire ma le melodie sono immense.
Per realizzare questa marmellata di synth, strumenti tradizionali e moderni, c’è voluto il giovane e promettente Alan Shacklock, polistrumentista e mente dei Babe Ruth (storica band prog/hard rock degli anni ’70) che poi è diventato un nome importante nel settore, sia producendo roba per Roger Daltrey degli Who che Meat Loaf e l’album di debutto dei The Alarm (un’altra colonna della “Big Music” di quel decennio).
Per chi come me, fino all’altro ieri non sapesse cosa sia la Big Music, vi dico che è un genere nato in Inghilterra negli anni 80.
Anzi, più che un genere musicale è un movimento sonoro ed estetico a cui fanno capo i Waterboys di Mike Scott. Pare che fosse una evoluzione del post-punk, di ragazzi in cerca di una rinascita, dopo nichilismo e minimalismo rock, volevano un suono grosso, fiero, come se provenisse da una stanza gigantesca. Quindi c’è questa espansione totale degli strumenti.
Nel caso dei Beltane Fire, alla grandeur della Big Music si aggiungono il nervosismo e le spuntature del Rockabilly. Viene fuori un animaletto pop-rock-folk che ti ravviva non poco e ti scatena immagini deliranti di fanciulle che cadono suicide dalle torri dei castelli, cavalieri storditi dai malefici che vagano per le foreste incantate e assalti corsari sulle navi nemiche con la spada nella bocca, tutto in una formula tamarra anni 80, sia chiaro.
E mi piace, cazzo.
E così piacque molto anche alla gente, in quel tour dei Marillion, che festeggiarono questi ragazzi tanto audaci e originali, ma non corsero in massa a comprare il disco “Different Breed” nei negozi.
Le vendite deludenti spinsero l’etichetta CBS a mettere in un cassetto il demo del nuovo album, “White Stag” e buttare via la chiave; oltre a rescindere il contratto col gruppo.
Si dice che un tempo le case discografiche avessero più pazienza, che i Kiss ci misero quattro album a ingranare e qualcuno li aspettò, ma evidentemente non era già più così nel 1985, o forse non lo era sempre stato per tutti.
La band dovette rinunciare ma non si arrese.
Si trasferirono tutti negli Stati Uniti, si diedero una ripulita con un look più sobrio e cambiarono nome. Divennero i Flame Of The West ma non conclusero granché anche in quel modo.
Inoltre Carlo si fece male alla schiena di brutto e la cosa mandò all’aria la conquista dell’America. Questo successe nei tre anni successivi alla disfatta dei Beltane Fire, vale a dire dal 1986 al 1989.
Nel ‘90 a sorpresa il gruppo tornò a casa e alle origini. Forse non vi ho detto che all’inizio, prima di evolversi nella mistura Beltane Fire, erano una promettente band New Rockabilly chiamata The Blue Cats.
In gran parte il sound dei Beltane Fire risente di questo loro inizio. Nel 1992 fecero uscire “The Tunnel” che la critica considera un capolavoro monumentale del moderno rockabilly.
Nonostante ciò il gruppo si sciolse di nuovo un anno più tardi, salvo riorganizzarsi in successive e sporadiche apparizioni.
Tornando ai Beltane Fire, proprio nel 2025, un anno fa, quel demo cestinato dalla CBS, è stato riesumato e pubblicato dalla Bluelight Records, ma non l’ho ancora sentito.
“Different Breed” oggi è un cult album amato e ascoltato. Anche da me.

