Cosa abbiamo qui? Un disco dei Panther, eh? Ovviamente non i texani Pantera ma neanche quelli di Sacramento, “famosi” solo per aver partecipato alla colonna sonora di un dimenticabile capolavoro del trash (non metal ma nel senso di monnezza) dal titolo “Computer Beach Party” (1987).
Quelli di cui voglio scrivere oggi e che mi trovo a rimirare sin dalla “splendida” copertina di cui dirò tra un po’, non sono nemmeno i Panther canadesi e non hanno nulla a che vedere con i beneamati Steel Panther.
Tutta questa precisazione noiosa serve in tempi di streaming, perché se oggi cercaste sul web, per chissà quale cacchio di ragione, informazioni sui “Panther californiani anni ’80”, i database musicali (compresi quelli di molte piattaforme e forum) fondono erroneamente le biografie delle due band. Il lettore sprovveduto si ritroverebbe informazioni caotiche e fasulle, tipo che Jeff Scott Soto avrebbe cantato in una band di Sacramento finita in un film di serie B sulle spiagge e sui computer.
Ecco, avete capito di quali Panther vi dico? Quelli dove canta Soto.
Soto sapete chi è, non ve lo devo presentare.
Leggendo la recensione del loro primo e unico disco, un EP dal titolo omonimo, su HM scrivono che Jeff Scott Soto, stanco dell’avventura con Malmsteen, si è dato da fare in un nuovo progetto più ispirato alla NWOBHM. Si tratta di un errore storico: il disco uscì effettivamente dopo “Rising Force” e “Marching Out” e l’uscita di Jeff dalle grinfie malmsteeniane, ma fu registrato nel 1984.
E la cosa divertente è che fin troppe persone, questo EP dei “mitici” Panther, se lo ricordano e lo “rinfacciano” spesso a Soto nelle interviste. Lui ha finito per sbottare specificando che quell’album lo registrò senza grande entusiasmo. Erano dei demo in cui faceva le voci in attesa che i Panther trovassero un cantante che prendesse stabilmente posto nella band.
Alla fine il chitarrista e leader del progetto riuscì a convincere la Half-Wet Records, una piccolissima etichetta indipendente con sede a Van Nuys (nella San Fernando Valley) a pubblicare quei demo con Jeff alla voce, ricavandone un EP. L’esordio dei Panther.
Per farvi capire lo spessore commerciale dietro l’operazione, sappiate che la Half-Wet Records ha stampato in tutta la sua esistenza solo due dischi storici: quello e l’EP “Don’t Take No for an Answer” (1985) degli Odin (quelli famosi per essere apparsi nel documentario “The Decline of Western Civilization Part II: The Metal Years” mentre bevevano alcolici in una piscina e dicevano stronzate).
Pubblicare l’EP con Soto bene in vista nei credits, era chiaramente un modo spudorato di sfruttare la fama dal singer dopo l’esperienza con Malmsteen.
Il disco originale divenne poi carne pregiata per i collezionisti, proprio perché un’etichetta così piccola ne stampò un numero esiguo di copie, presto introvabili. Come cacchio arrivò sulle scrivanie di HM è quindi un mistero e tenterò di svelarlo:
La Half-Wet Records non aveva un briciolo di budget per l’ufficio stampa, ma era un’etichetta satellite legata a doppio filo alla Greenworld Distribution, un colosso della distribuzione underground di Los Angeles.
Negli anni ’80, la Greenworld aveva capito che in Europa c’era una fame insaziabile di tutto ciò che puzzava di Sunset Strip o di US Power Metal.
L’etichetta quindi spediva grossi “pacchi promozionali” alle redazioni delle riviste specializzate. Invece di inviare al singolo giornalista la singola copia via posta (che costava un patrimonio), la Greenworld spediva enormi scatoloni pieni di vinili underground ai distributori d’importazione europei e alle redazioni delle riviste principali (come appunto HM in Italia).
Le riviste italiane ricevevano questi dischi gratis in cambio di recensioni. Per riempire le pagine dei mensili, i giornalisti recensivano letteralmente tutto quello che arrivava da Los Angeles. Un EP come quello dei Panther finiva sullo stesso tavolo insieme ai dischi dei Mötley Crüe o dei Dokken solo perché viaggiava nello stesso scatolone d’importazione.
Il recensore di HM però mostrò un grande entusiasmo per i Panther. Disse molto bene delle canzoni e lo stile tra Maiden e Queensryche. Addirittura paragonò l’opener “First There Was Rock” un inno attitudinale, alla stregua di “I Wanna Rock” dei Twisted Sister.
Non è un brutto pezzo, le chitarre sparano riff pesanti e grassi, ma dopo un minuto dall’ascolto la mia mente lo rimuove. Così come le altre cinque tracce. Non si tratta di niente di speciale.
Sapete come funziona oggi, però?
Se andate in giro per la rete, sul tubo o su qualche forum specializzato in metal underground, qualsiasi nome si faccia, sotto c’è uno che commenta “underrated!!!”.
Tutto è stato sottovalutato, anche quello che lo meritava.
Oggi molti ragazzi e appassionati della vecchia guardia, promuovono le cose più insulse degli anni 80 solo perché secondo loro sono documenti provati di ortodossia di quel sound e attitudine pure, non ancora compromesso dalle mode. Per dire, meglio venti Panther che gli Slipknot e le schifezze moderne.
Nel caso dei Panther c’è gente che stravede per questo EP, lo osanna e guai a chi lo critica, solo perché i collezionisti tirano fuori un sacco di soldi per averne una copia originale e per via del rilancio della greca No Remorse Records, la quale ne ha messo in giuro una nuova versione ripulita e con una serie di inediti. Sono tutti segnali che questa band, nella sua fugace apparizione, merita di essere salvata dall’oblio e difesa a spada tratta, in nome del metollll!
Chiaro, Soto è un cantante formidabile, ed era stratosferico già allora, nel 1984, quando era poco più di un pischello. Aveva una voce sufficiente a sparecchiare tutte le tavole di un grosso ristorante con un solo vocalizzo. Sapevo che come lavoro per sbarcare il lunario faceva proprio questo: sparecchiava tavoli con la voce. Scherzo.
Ascoltarlo in questa versione molto utilitaria, d’arrangio, senza grandi guizzi, ma giusto per tirar su qualche soldo e aiutare una band di buone speranze del circuito sunset-strip, è comunque una goduria e un documento interessante da collegare alla storia di questo vocalist enormemente sottovalutato “Underrateeeed!!!1!!
Ma non è sufficiente a salvare un album di brani per lo più mediocri e scadenti. E per di più concepiti guardando bene le tendenze del mercato discografico dei primi anni 80. Se ora sembrano “puri”, al tempo erano davvero “puttaneschi”.
Ovviamente questi ragazzi, guidati dall’arrembante Mike Barrish (pseudonimo artistico di Michael Barasch) volevano essere metal ma guardando alle vie più “commerciali”. Sbagliarono la tempistica, ovviamente e questo genera una sorta di equivoco di intransigenza.
Già nel 1984, se fosse uscito l’EP registrato effettivamente proprio quell’anno nella serie di demo con Soto, avrebbe avuto il ben servito da W.A.S.P., “Ratt” e molti altri glamster in ascesa da una parte e il treno senza conducente della Bay Area l’avrebbe seppellito d’un colpo. Figurarsi con cosa si misurò questo EP due anni più tardi, quando effettivamente fu pubblicato e viaggiò nello stesso scatolone con tutto quel fiore di band americane che uscivano in continuazione.
Nell’edizione del 2018 targata No Remorse, ci sono delle bonus track. La prima è sempre con Soto alla voce. Si intitola “Set Me Free” e non è malvagia. Si tratta di una canzone d’epoca, originariamente inclusa nella compilation LA Steel (1986) e recuperata giustamente. Le successive quattro sono invece dei rimasugli di magazzino dei Panther rimediati da altri demo incisi negli anni successivi, quando seguitarono a cercarsi un contratto senza riuscirci e ammorbidirono lo stile verso l’esempio dei Dokken, sempre senza beccare il tempo giusto.
Il cantante qui è T.J. Mach, un tedescone trapiantato a Los Angeles che dopo la vicenda con i Panther ebbe un discreto momento di successo nel ‘90 insieme agli sleaze-glamster Cherry Street, di cui scriveremo prima o poi.
I brani cantati da Mach non sono niente di speciale e no, “Sheer Heart Attack” NON è la cover dei Queen, ma un pezzo originale trascurabile come tutti gli altri.
Prima di chiudere parliamo della copertina. C’è questa ragazza che è in posizione ferina, è una delle tante modelle prese a nolo da qualche agenzia fotografica. Di lei non si è mai saputo il nome. Nemmeno nell’edizione restaurata della No Remorse Records, in vero ottima, si capisce chi sia.
Era una prassi comunissima per le piccole band heavy rock dell’epoca (e per le minuscole etichette come la Half-Wet Records) imbastire artwork così scadenti. Non potendosi permettere copertine elaborate o grafiche fantasy, si pagava una modella locale o l’amica/fidanzata di qualcuno nella band per posare in uno studio fotografico per un pomeriggio.
La copertina unisce due dei cliché più abusati degli anni ’80: la modella bionda cotonata e la pantera nera in primo piano, un accostamento che voleva trasmettere aggressività e sensualità “selvaggia”, ma che oggi urla B-movie da ogni pixel.
Ecco chi sono quindi ‘sti Panther. Davvero abbiamo a che fare con degli UNDERRATED o almeno loro possiamo dimenticarceli con una certa serenità???

