Il Diavolo in tre minuti – La Neat Records ha plasmato il mito dei Venom

Newcastle, primi anni Ottanta. La Neat Records non è un’etichetta nel senso hollywoodiano del termine: è uno studio di registrazione con velleità discografiche, gestito da gente che deve far quadrare i conti mese per mese. In un contesto simile il 45 giri non è un capriccio promozionale, ma l’unità economica minima con cui si può ancora galleggiare e intascare qualche sterlina. Si registra in un giorno, si stampa in fretta, si spedisce ai negozi prima che il pubblico sia distratto da un’altra uscita di etichette rivali. Capire questo dettaglio contabile, apparentemente arido, è il primo passo per comprendere perché i Venom abbiano scritto per anni pensando a tre minuti alla volta invece che a quaranta di un disco intero. E allargando lo sguardo più in generale, questa è la storia di un po’ tutta la new wave of british heavy metal, che alla Neat Records deve parecchio. A conti fatti, le band che sono arrivate a pubblicare appena un singolo, una manciata di singoli o magari finanche un Ep, sono in larga maggioranza rispetto a chi raggiunse l’agognato traguardo di un full-length. La riscoperta della new wave nei primi anni 2000 portò molte ristampe in dote al pubblico metal da parte delle case discografiche a caccia di antichi tesori perduti, ma anche molte antologie riepilogative che contenevano tutto il catalogo di band inglesi che in concreto avevano solo demotape e singoli da offrire, penso ai Trespass, agli Sweet Savage, ai Sabre, ai Legend (quelli del Kent), ai Mythra, gli Hollow Ground, eccetera, nomi perlopiù sconosciuti che all’alba degli eighties avevano incendiato palchi e pub britannici ma che a stento avevano messo piede in uno studio di registrazione.

La storia dei Venom comincia con un aneddoto che ha il sapore della leggenda urbana, ma è documentato con precisione. Nel 1980 la band, ancora acerba e con una formazione in continuo movimento, prova in una vecchia sala parrocchiale con un’acustica pessima. Conrad Lant (Cronos) registra una session su un semplice registratore a cassette e la porta alla label per cui lavora, la stessa Neat. Ottiene qualche ora di studio gratuita e incide un demo di tre pezzi, poi altri sei per la cifra simbolica di cinquanta sterline, l’affare passato alla storia come i “£50 Demos”. Quel nastro arriva sulla scrivania di Geoff Barton, allora direttore di Sounds, la rivista che più di ogni altra ha inventato il concetto di N.W.O B.H.M. Barton resta talmente colpito da inserire tutti e tre i brani del primo demo nella sua playlist settimanale, un investimento editoriale che di fatto lancia il gruppo prima ancora che esista un contratto discografico vero e proprio, e forse prima ancora che esista un concept di band compiuta e definita nei suoi vari aspetti. Quando finalmente arriva il momento di incidere il primo singolo ufficiale, “In League with Satan”, la band porta in studio tre canzoni: quella che diventerà la title track, “Live Like an Angel” e “Angel Dust”. La Neat sceglie “In League with Satan” come lato A, lasciando fuori “Angel Dust”, che finirà su una compilation minore dell’etichetta, mentre “Live Like an Angel, Die Like a Devil” resta relegata a lato B. È un dettaglio che vale la pena evidenziare: la selezione del brano che diventerà “il classico” e di quello che resterà nell’ombra avviene con criteri quasi casuali, dettati dal gusto istintivo di un discografico più che da una gerarchia qualitativa oggettiva. Eppure “Live Like an Angel” sopravviverà comunque, riemergendo decenni dopo nei medley dal vivo della band matura. Il secondo 45 giri, uscito nell’agosto 1982, porta il titolo di uno dei pezzi più antichi del repertorio di Cronos, scritto quando il futuro frontman militava ancora nei Dwarfstar, prima ancora che Venom esistesse come nome. Durante quella stessa sessione di registrazione viene incisa anche un’altra canzone, “Senile Decay”, che però resterà nel cassetto, fino a comparire anni dopo sulla raccolta “From Hell to the Unknown”. È la prova di un metodo di lavoro ricorrente nella band in quegli anni: si registrava più materiale di quanto se ne potesse pubblicare, creando un tesoretto di canzoni che con il tempo si sarebbe rivelato tutt’altro che di scarto.

Il critico di Sounds Edwin Pouncy recensì “Bloodlust” con un entusiasmo che oggi farebbe sorridere per l’eccesso retorico, eleggendolo singolo della settimana. Quel brano, insieme al lato B “In Nomine Satanas” (cantato per metà in un latino da messa nera improvvisata, per metà in inglese), diventerà una delle coppie di pezzi più suonate dal vivo nell’intera carriera della band, con oltre cento esecuzioni documentate a testa nei decenni successivi. Nessuno dei due è mai apparso su un album in studio nella sua incisione originale. Poco dopo i Venom rientrano nell’Impulse Studio sotto la guida del produttore Keith Nichol per incidere il singolo “Die Hard”. Vengono registrati due pezzi mai sentiti prima, “Die Hard” e “Acid Queen”, più una seconda versione di “Bursting Out”, la cui prima incisione risaliva alle session dell’album “Black Metal”, non ritenuta all’altezza e quindi scartata. Un brano bocciato per un disco importante trova così una seconda vita su un supporto minore, il 45 giri, che paradossalmente gli garantirà una diffusione e una longevità live superiori a molti pezzi pubblicati sugli album ufficiali. “Die Hard” in particolare diventerà un pilastro delle scalette per tutta la storia della band, con oltre ottanta esecuzioni dal vivo nel corso dei decenni.

Nel 1984 la band compie una scelta di rottura rispetto al proprio stesso metodo. Registra “At War with Satan”, un concept album imperniato su una guerra tra Paradiso e Inferno vinta da quest’ultimo, con una title track di venti minuti che occupa un intero lato del vinile. Lant la scrive apertamente come risposta ai critici che accusavano il gruppo di non saper suonare, una dimostrazione muscolare di ambizione progressiva innestata su un corpo sonoro nato per la velocità e la sintesi. È l’esatto opposto della logica che aveva prodotto “Bloodlust” o “Die Hard”: lì la brevità era la forza, qui la lunghezza, mai più ripetuta, si configura come una sfida personale agli stereotipi che attribuivano alla band, senza però restare più di tanto nelle “best song” acclamate dal pubblico. Di contro i singoli dello stesso periodo, “Warhead” con i suoi lati B “Lady Lust” e “The Seven Gates of Hell”, restano tra i momenti più solidi dell’intera produzione ottantiana del gruppo. “The Seven Gates of Hell” in particolare, diventerà uno dei brani più eseguiti dal vivo in assoluto nella storia della band, con un centinaio di esecuzioni documentate, un numero che supera quello di diverse canzoni pubblicate su album regolari. Il disappunto per il disco “Possessed” di Cronos, ammesso con una schiettezza rara, dice che alcuni brani semplicemente non erano stati registrati con la cura che avrebbero meritato, pur difendendo la scrittura in sé come tutt’altro che trascurabile. È un’autoanalisi che conferma quanto sostenuto fin qui: non mancava il talento compositivo, ma la disciplina produttiva, ed è significativo che proprio in quel periodo i lati B dei singoli, “Manitou”, “Nightmare” e i rispettivi contorni “Woman”, “Dead of the Night”, “Satanachist” e “F.O.A.D.”, vengano ricordati con più affetto dai fan storici rispetto a buona parte del contenuto ufficiale dell’album madre. Curiosamente, mentre “Nightmare” e “Satanachist” sono diventati presenze fisse dal vivo, “Manitou”, “Woman”, “Dead of the Night” e “F.O.A.D.” risultano invece non essere mai stati portati sul palco, veri fantasmi nella discografia della band, sopravvissuti solo su vinile.

Se si volesse un test empirico per verificare questa tesi, basterebbe ascoltare “Eine kleine Nachtmusik”, il disco dal vivo pubblicato nel dicembre 1986. Scorrendo la scaletta si trovano fianco a fianco pezzi da album come “Countess Bathory” o “Welcome to Hell” e brani nati come semplici lati B: “The Seven Gates of Hell”, “Die Hard”, “In Nomine Satanas”, “Satanachist”, “Nightmare”. Il pubblico, e con lui la band stessa nella scelta della scaletta, non ha mai fatto distinzione gerarchica tra materiale da album e materiale da singolo.

La parabola dei Venom tra 1981 e 1985 racconta insomma una verità che va oltre il singolo aneddoto: la costrizione formale, quel tetto di due o tre minuti imposto dalla logica economica del 45 giri, ha funzionato da laboratorio disciplinato, capace di distillare l’essenza più pura e feroce della scrittura del gruppo. L’album, con la sua libertà apparentemente più generosa, si è rivelato spesso un terreno più scivoloso, dove l’ambizione e la mancanza di tempo o di rigore produttivo hanno lasciato margini di caduta che sui singoli semplicemente non esistevano.

È arcinoto quanto i Venom delle origini non fossero dei musicisti da conservatorio, certo non difettavano in foga, urgenza, ribellione e strafottenza, in tutto il resto però sì. Vanno considerati dunque diversi elementi per comprendere adeguatamente come nel caso dei Venom, caso più unico che raro per una band di quegli anni, la discografia avanzasse su un doppio binario, quello dei 7 e dei 12 pollici, senza che il pubblico ne risentisse minimamente, senza che le case discografiche si opponessero, senza che la copiosa messe di musica prodotta dalla band subisse la benché minima battuta d’arresto. L’attitudine dei Venom era punk, un approccio che ben si sposava col tutto e subito, l’ora e adesso, quello che la band aveva da dire non doveva necessariamente aspettare e tradursi in un formato lungo e addomesticato, se c’era da stampare moneta lo si poteva fare seduta stante e raccogliere in tempo reale il feedback del pubblico. Nel frattempo i Venom erano già un passo oltre, di fatto la musica usata quasi come una palestra.

Lo strumento songwriting in mano ai Venom era qualcosa di immediato ed estemporaneo, la sostanza doveva prevalere sulla forma, intesa tanto come architettura-canzone, quanto come supporto fisico per riprodurla e raggiungere le case delle persone. Economicamente, come detto, la strategia delle label discografiche spingeva e premiava questo approccio, le band cosiddette new wave of british heavy metal che hanno pubblicato dischi in successione nei primi anni ’80 non sono poi tantissime, la maggior parte nasce e muore col solo debut album, una minoranza ne pubblica molteplici, quasi nessuno sopravvive. I Saxon sono forse l’esempio più fulgido ed eclatante che va in senso contrario, Iron Maiden e Def Leppard fanno sconquassi ma molto rapidamente il loro sound perde i connotati strettamente NWOBHM, Diamond Head, Jaguar, Blitzkrieg, Angel Witch, Pagan Altar, Quartz, Satan, sono alcuni dei nomi che compaiono e scompaiono a fasi alterne nei decenni, Girlschool e Raven conoscono momenti bui pur senza demordere mai, i Tygers Of Pan Tang alla fine degli ’80 hanno già snaturato il proprio sound.

I Venom hanno avuto sin da subito una fortissima attitudine live, Cronos, Mantas e Abaddon volevano fare caciara, volevano essere osannati, desideravano abbattere uno dopo l’altro ogni record di rumore, sguaiatezza, malvagità (anche se solo “scenica”). I Manowar non si sono inventati nulla dopotutto. Ogni cosa nella testa dei Venom era veloce, schietta, spontanea; il rovescio della medaglia di questa forma mentis era una forte dose di improvvisazione, di impulsività, di impreparazione e sommarietà. Chiaro che i 3 minuti di un singolo (più altri 3 di facciata B) riuscivano a contenere molto meglio i danni, riuscivano a mettere a fuoco con più geometria la polpa senza perdersi sui dettagli, sugli annessi, i connessi e tutto ciò che di collaterale poteva subentrare. “At War With Satan” dimostra esattamente questo, la hybris di gettare in faccia soprattutto ai critici 19 minuti e 56 secondi di musica dà vita a un Frankenstein abbastanza improbabile, inversamente proporzionale alla natura dei Venom. O meglio, la provocazione è tutta Venom, gli appartiene al 100% (“Non ci credete capaci? E noi allora lo facciamo!”), ma il risultato è lontano dall’efficacia dei due album precedenti perché semplicemente quella estenuante guerra dichiarata al Paradiso non era nelle corde della band, anche se conserva un suo fascino perverso dato proprio dalla sfacciataggine di avventurarsi in qualcosa che non era alla portata, che poi molto probabilmente è l’ingrediente segreto della formula dei tre visconti infernali Lant, Dunn e Bray.

I Venom 1980-1984 sono afflitti da una bulimia compositiva conclamata, i solchi di due full-length non erano sufficienti a contenere tutto ciò che arroganza, potenza muscolare, ardore e ambizione producevano a ritmo di una catena industriale. Cosa poi sia finito su 33 giri e cosa su 45 è stato spesso dettato da circostanze, casualità, scelte eterogenee ed eterodirette, ma l’audience dei Venom ha ampiamente dimostrato che questa dicotomia non è mai stata sofferta né percepita come tale, la band vive di un corpus unico che ne costituisce il verbo e non di rado dal vivo qualche singolo ha esercitato persino la funzione di traino rispetto alle canzoni contenute nelle scalette degli album e capaci di emergere in modo meno esplosivo ed autonomo. Se i Ramones erano “one-two-three-four”, i Venom erano “fuori in tre minuti”.

Marco Tripodi e Marco Grosso