Non è tanto semplice parlare di un singolo album dei Priest, tra quelli composti, registrati e pubblicati a cavallo tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80. Ne fecero davvero parecchi, tutti fondamentali e molto ravvicinati. Al tempo, immagino che non ci stesse dietro a tutto quel ben di dio. Anche la biografia sulla band, scritta da Neil Daniels e pubblicata qui da noi via Tsunami, nel giro di poche pagine, l’autore pretende di raccontare i retroscena e i contenuti di “Sad Wings Of Destiny”, “Sin After Sin”, Stained Class come guardare un paesaggio da un treno in corsa. Però avevano davvero un passo eccezionale, i Judas di allora. Se pensate che solo il 1978 cominciava con l’uscita di un loro disco e sempre il 1978 finiva con l’uscita di un altro loro grande album. Quindi se vi dico che in quegli anni travagliati successe qualcosa di specifico, potrei cominciare la frase in parallelo con la pubblicazione di un album e finire che già era uscito il successivo. Anche gli Iron Maiden hanno realizzato i dischi più iconici in modo serrato, in poco tempo, e quasi tutte le grandi band hanno prodotto il meglio a distanza ravvicinata, ma per il primo decennio di attività dei Priest è sbalorditivo. Così tanti titoli imperdibili riversati sul mondo come se fossero sassolini dalle scarpe.
Ieri con Giovanni Loria abbiamo un po’ parlato del passaggio tra “Sin After Sin” e “Stained Class”. Secondo lui, ovviamente senza pretendere di essere l’assoluto, ll’heavy metal nasce con “Stained Class”.
So già che starete gridando “Black Sabbath!” o chissà chi altri. Il punto suo però è plausibile. Se l’heavy metal fosse un suono e un attitudine e non solo il riff, la potenza e l’oscurità, allora non c’è un momento migliore di quel disco dei Priest. A pensarci bene io non riesco a trovare a un altro capolavoro in grado di raccogliere, in un sunto magico, la moderna iconografia, il sound, l’attitudine del vero metallo. Ma non per le canzoni, attenzione. Qui si parla della produzione definitiva in grado di valorizzare al massimo l’incandescenza sulfurea dei Priest e di un intero genere, capite?
I Judas avevano già scritto canzoni “heavy metal”, ma gli mancava ancora il modo di confezionarla a dovere. “Sad Wings…” rimane con un piede negli anni 70, per quanto meraviglioso sia (non discutiamo quale sia il più bello, ok?); “Sin After Sin” è ancora più maturo per la scrittura tipica della band e del classico brano heavy metal da tre minuti, e forse avrebbe già potuto essere l’album definitivo, se il gruppo (e la CBS) non avessero combinato un pasticcio chiamando Roger Glover.
Tipton e gli altri lo stimava tanto, erano quasi in soggezione all’idea di lavorare con il bassista dei Purple, soprattutto per il lavoro svolto come producer con i Nazareth. Si sentirono così onorati di farsi guidare da lui nelle registrazioni di un nuovo album che… dopo qualche giorno lo licenziarono convinti di potersela sbrigare da soli.
Glenn Tipton era già in una fase risolutiva e da leader. Fu lui a convincere gli altri che potevano cavarsela alla grande senza l’interferenza di un esterno. Dopo alcune settimane senza combinare niente in studio, il gruppo domandò alla CBS se fosse possibile richiamare Glover, il quale per fortuna non portava rancore e tornò in studio. In cinque giorni, fece del suo meglio per portare a termine “Sin After Sin” ma è comprensibile che non si trattò di un lavoro svolto alla perfezione. C’erano grandi canzoni e l’energia primeva dei Priest, è chiaro. Siamo ancora davanti a un disco infallibile da quel punto di vista, ma la produzione non era ancora quella giusta per far esplodere definitivamente i demoni del metal dal culo degli impianti stereo di tutto il mondo.
A sentir parlare la band e persino Glover, che si lamenta ancora di non essere stato mai pagato per aver prodotto “Sin…”, l’album era venuto bene, l’esperienza era stata positiva, ma per questa gestazione scriteriata e forse, per il coinvolgimento da parte della CBS del produttore “sbagliato” mancava ancora qualcosa.
Durante le sessioni di “Stained Class” Glenn aveva imparato la lezione e non ebbe l’ardire di riprovarci come produttore, ma per il restò passò al comando di tutto, senza chiedere agli altri se fossero d’accordo o meno su qualsiasi cosa decidesse lui. K.K. Downing, racconta di aver assistito a questa metamorfosi con sgomento e perplessità. All’improvviso Glenn era il più determinato sul da farsi e manovrava a bacchetta i compagni.
K.K. all’inizio racconta di averlo lasciato fare, sperando che all’improvviso si pentisse di raccogliere lui solo così tante responsabilità, ma Glenn non si sarebbe ripreso mai da quella metamorfosi e la cosa alla lunga pesò sul rapporto tra i due chitarristi.
Tipton su “Stained Class” arrivò persino a decidere a cui spettassero i vari spazi per gli assoli, riducendo di molto quelli di KK. Per lui sul momento era tutta da ridere. Credeva che la cosa non avrebbe dato comunque l’impressione che fosse Glenn il chitarrista principale dei Priest, ma di fatto questa percezione nel giro di qualche anno divenne piuttosto diffusa.
Rob Halford nella sua auto-biografia conferma di aver notato solo durante le registrazioni di “Stained Class” un’incrinatura nel rapporto tra i chitarristi. Erano stati buoni amici fino a lì, ma all’improvviso qualcosa stava cambiando tra loro.
Quando la band registrò “Stained Class” la CBS propose Dennis MacKay. La cosa all’inizio avrebbe potuto suscitare qualche perplessità nel gruppo, visto che non era avvezzo alle cose hard rock. Veniva più dalla Jazz Fusion, aveva prodotto Mahavishnu Orchestra, Tommy Bolin. Come mi ha detto Loria, fino a lì era in fondo tutto un calderone progressivo, una cosa in divenire. Non c’erano regole precise, non esisteva un compartimento stagno entro cui doversi muovere. Persino i brani dei Judas fino a quel momento, nei primi tre dischi, erano stati molto vari e con il respiro ampio per soffiare sul cuore di qualsiasi amante del rock tout court. Quindi MacKey ebbe campo libero per realizzare ciò che la musica dei Priest gli suggerì di fare. Non pensò che stava realizzando la produzione heavy metal definitiva, solo capì che per far venire fuori al massimo della sferza e della furia il materiale di quella band, bisognava asciugare tutto, rendendo così brani come “Exciter” o “Savage” dei proiettili inarrestabili e acuminati.
Oltre al suono, nei giorni appena successivi a “Stained Class”, a ridosso delle registrazioni del successivo “Killing Machine”, il gruppo inventò e indossò l’uniforme tipica di pelle e jeans che oggi domina l’immaginario metallaro.
Nella sua autobiografia, KK sostiene di esserci stato lui alla base di quel cambiamento. Era quello più a suo agio e in fissa con il look da fricchettone alla Hendrix e Marc Bolan, ma all’improvviso si accorse che il gruppo aveva bisogno di un’immagine che compattasse visivamente la formazione sul palco.
Gli sarebbe piaciuto essere come gli Stones, tutti vestiti diversi ma capaci di intersecarsi in una sola entità visiva e sonora. In più odiava le uniformi tutte uguali dei Beatles, ma era convinto che per i Priest la strada di Keith Richards e Mick Jagger era un disastro. Ci voleva qualcosa che rendesse tutti simili visivamente.
Capì che Glenn, ormai calato nel ruolo di sovrano assoluto, non avrebbe accolto con grande interesse la cosa, a meno che Downing non fosse stato capace di fargli credere che fosse tutta una idea di Glenn stesso, ma confidava in Halford. Era sicuro che lui avrebbe fatto propria quella questione, una volta che l’avesse coinvolto a puntino.
E in effetti Halford portò il gruppo a vestirsi nei negozi sadomaso. Storia ormai nota. La cosa buffa è che il pubblico trovò in quell’esasperazione macho da motociclisti razziatori, un chiaro rimando alla dominazione, alla virilità e alla potenza fisica dei maschi alfa; quando non capì che erano proprio quelle cose a eccitare di brutto i gay.
Halford è sempre stato omosessuale e tutti ormai lo sappiamo. La cosa interessante di quegli anni è proprio come visse e sublimò il suo travaglio interiore. Mentre tutti gli altri erano ormai invasi nei camerini da ragazze disposte a fargli pompini a comando, lui era il solo che non poteva godere esplicitamente di quella situazione e a essere sempre teso e brusco. Non c’erano groupie maschi intorno al gruppi e di sicuro Rob era troppo spaventato all’idea di esporsi con qualche fan carino, rischiando un cazzotto in faccia e magari un ricatto per non sputtanarlo.
Quei dischi minacciosi e oscuri dei Priest alle soglie degli anni 80, non solo inanellavano la sintassi e l’intonazione di ciò che sarebbe stato l’heavy metal di quel decennio, ma contenevano anche i tentativi lirici di un uomo tormentato dalla propria natura sensibile e omosessuale, che chiedeva di “a gran voce” (e che voce) di uscire.
Ci sono pezzi, tra “Sin After Sin” e “Stained Class”, in cui Rob si spinse così oltre con i testi, da temere di essere scoperto o forse da desiderarlo con tutto se stesso.
C’è un brano intitolato “Raw Deal” (da “Sin After Sin”) in cui Halford racconta la sua esperienza in un noto locale gay di New York. Era a tutti gli effetti un coming out, ma nessuno della band e tantomeno il pubblico andò a dirgli “ehi, ma che cazzo stai cantando? Sarai mica gay???”
Il suo era, per stessa ammissione di Rob nella biografia “Confess”, un mix di volontà di aprirsi al mondo, di nascondersi dietro una foglia di fico e di spararsi in testa.
Il brano più bello di “Stained Class” è la confessione definitiva di tutto questo. Sto parlando di “Beyond The Realm Of Death”.
Quella canzone è dolorosa da sentire, almeno per me, e dopo anni ho capito come mai. C’era dentro la lettera d’addio del giovane Rob Halford a un mondo che non lo vedeva e non lo aiutava a farsi vedere.
Incredibile come uno dei frontman più rappresentativi e ammirati degli anni 80, in fondo non fosse visto davvero, anche se ci sono foto in cui chiaramente Rob era la pretendente al trono dell’unica altra regina del rock in circolazione: Freddy Mercury.
Magari a voi di tutto questo interessa poco, preferite parlare di musica.
Vi accontento. “Stained Class” del resto è grande musica, ma è una svolta per tanto altro e bisogna averlo ben chiaro in testa. Le tematiche divennero quelle tipiche dei Priest maturano proprio qui. La retorica di una potenza oscura che si riversa sulla terra e fa giustizia (“Exciter”); la fantascienza (“Invader”), l’esistenzialismo cupo e disperato (“Beyond…”) sono i tre temi predominanti che occuperanno le tracklist degli anni successivi e l’apporto di un batterista come Les Binks, non solo co-autore di “Beyond The Realm Of Death” ma anche dell’intro di “Exciter” è un altro elemento decisivo per la storia dei Priest e della musica heavy in generale. Fu lui l’ingranaggio giusto da inserire nella macchina della band dopo un periodo in cui nella cabina del motore si erano avvicendati buoni strumentisti ma troppo legati al sentire degli anni 70. Binks smise di sostenere i riff nel tipico accompagnamento hard rock squadrato e massiccio, per infilare sotto un sacco di doppia cassa, dando così al carrarmato priestiano, il motore e i cingoli adeguati al devasto che era nato per creare.

