Il Medium, l’Elfo e il Demone – La Fine Oscura dei Rainbow Classici

Se avessi un sacco di soldi, pagherei tutto il necessario per convincere Ritchie Blackmore a svelare un po’ del proprio mistero. Quell’uomo mi affascina e mi inquieta. Di lui ho solo sentito raccontare dagli altri. Le interviste sulle vecchie riviste sono poca cosa. Un uomo si giudica dalle azioni, non dalle chiacchiere. Sarebbe il massimo per me un documentario che indaghi la psicologia di questo genio. Solo Ronnie James Dio provò a spiegarne un po’ le dinamiche interiori. Non a caso per me, la parte in cui il piccoletto racconta del difficile sodalizio con Blackmore nei Rainbow, è la più affascinante di tutto il suo memoriale “Rainbow In The Dark – L’autobiografia” (Tsunami Edizioni).

È incredibile come Ritchie facesse ogni cosa in un modo particolare, a tratti contorto e quasi sempre imprevedibile. Era un amante degli scherzi, ma ne organizzava di talmente elaborati da rasentare la maniacalità. Non voglio incentrare questo articolo su di lui, anche perché avrei poco da offrire, però ho voglia di riflettere sul momento in cui, dopo aver costruito i suoi Rainbow più grandi, quelli con Dio, iniziò a smantellarli a bruschi colpi di scelte sbagliate.

Dopo “Rising” la band era al massimo. In Europa i dischi andavano via alla grande, ma negli Stati Uniti non c’era verso di far breccia. Ritchie era ossessionato dal conquistare quel mercato. Non che avesse bisogno di altri miliardi, credo fosse un cruccio personale. C’erano riusciti i Deep Purple e voleva rifarlo “da solo” con “i suoi” Rainbow.

Non ci riuscì e non ci sarebbe mai riuscito.

Se i Rainbow interruppero bruscamente la propria evoluzione al terzo disco, è perché Blackmore si era stufato di aspettare che la formazione con Ronnie alla voce, esplodesse definitivamente sul mercato americano.

La testimonianza dell’elfo è fondamentale in tutto questo.

Lui ha assistito a tutti gli scherzi macchinosi, le decisioni improvvise, le uscite e le entrate di scena spettacolari e destabilizzanti del chitarrista. E ne ha reso una testimonianza quasi immaginifica. Per lui Ritchie è sempre stato e sarebbe rimasto un segreto insondabile. Era vagamente consapevole che qualsiasi cosa avesse deciso, non sarebbe stata una cosa veloce e prevedibile. E soprattutto capì che i suoi giorni iniziavano a contarsi nei Rainbow, quando Blackmore spazzò via pezzo per pezzo, l’unica formazione che a detta di Ronnie fosse vicina a chiamarsi una vera band, lasciando il piccoletto su un cumulo di terra, in attesa della botta definitiva con la palla demolitrice.

Prima che la manovra di Ritchie lo colpisse lanciandolo nell’iperspazio, decise di scendere lui da quell’isolotto e rifarsi una vita. Blackmore ha sempre detto di averlo licenziato, ma Ronnie sostiene di essersene andato via prima che questo avvenisse.

Secondo Dio, Blackmore era “umorale, per usare un eufemismo”, senza dubbio un genio, ma in quanto tale, era un tipo molto impegnativo. Vestiva sempre di nero e non sorrideva mai. Di rado tollerava le conversazioni se non era lui a rivolgersi agli altri con delle domande. Mandò via gente solo perché chiacchierava troppo con lui, senza capire che doveva tacere fino al suo prossimo quesito lanciato loro a bruciapelo. Sul palco non incrociava mai lo sguardo degli altri e sovente spariva senza salutare, magari passando dalla finestra del camerino come un super-eroe.

Il primo a saltare, nella formazione immortalata dal Live prodotto da Martin Birch, fu Tony Carey. Il secondo pezzo fu Jimmy Bain. La ragione ufficiale non si è mai conosciuta.

Ronnie azzarda l’unica ipotesi plausibile: era troppo festaiolo rispetto agli altri, anche se Jimmy era un tipo in grado di tirare tardi e poi presentarsi sempre puntuale sul palco o alle prove. Forse fu anche perché tra Dio e Bain si era creato un bel rapporto. Divennero molto complici. Passavano il tempo a ridere tra loro. Probabilmente Ritchie pensò che si prendessero gioco di lui e la cosa, ammise Ronnie, era probabile, ma il più del tempo ridevano di loro stessi e basta.

Blackmore lo licenziò una settimana prima di Natale. “Pensai che non fosse necessario, anche per un calcolatore come Ritchie”, scrisse Dio nel memoriale. Questo licenziamento improvviso cambiò di certo il clima all’interno della band. “Parte della magia, se n’era andata”.

La cosa impedì alla band di cominciare un nuovo tour a gennaio e passare invece settimane a selezionare dei sostituti. Blackmore scartò nell’ordine: Mark Stein dei Vanilla Fudge; Matthew Fisher dei Procol Harum; Eddie Jobson dei Roxy Music, uno che era molto in gamba con tastiere e sintetizzatori oltre a saper suonare uno strano violino elettrico in Plexiglas.

Alla fine Ritchie scelse David Stone, un canadese proveniente da un trio progressive poco noto chiamato “Symphonic Slam”. Nonostante fosse stato accolto nel gruppo, per cominciare le incisioni all’ultimo Blackmore pensò di richiamare Tony Carey che avrebbe anche potuto riuscire a tenersi di nuovo il posto, in fin dei conti, se non avesse fatto incavolare in breve tempo Ritchie subissandolo di chiacchiere e lamentazioni su quanto gli mancasse casa.

Blackmore lo accontentò rispedendolo in America in aereo con l’intimazione di non pararglisi più davanti. Fece comunque in tempo a suonare su tre brani di “Long Live…”, compresa la title-track.

“L.A. Connection” è ispirata al via vai tra il gruppo e Tony.

Le registrazioni stavano avvenendo in Francia, nel lugubre e leggendario Chateau d’Hérouville.
Il gruppo era ancora senza bassista. Per un po’ fu invitato a unirsi alla band Craig Gruber, amico di Ronnie, ma durò solo un mese. Al suo posto arrivò Mark Clarke dei Colosseum, uno strumentista molto dotato, ma Blackmore lo cacciò perché suonava le parti con le dita e non con il plettro.

Fu quindi Ritchie a occuparsi di quasi tutte le linee di basso. Poi un giorno si stancò e chiamò Bob Daisley, il quale riuscì solo a incidere tre pezzi, prima della chiusura delle sessioni.

Oltre alle tensioni dovute al comportamento sempre più dispotico e oscuro di Blackmore, si aggiunsero cose più ultraterrene a rendere l’atmosfera decisamente strana allo Chateau. C’erano diverse storie di spettri su quel posto.

Poco prima dei Rainbow c’era stato David Bowie a incidere “Low” e pare che si fosse rifiutato di dormire nella camera padronale senza neanche metterci piedi. Gli bastò aprire la porta, scrutare nel buio e sentenziare che lui lì non ci avrebbe dormito per nessun motivo al mondo.

Blackmore la scelse subito per passarci lui le notti.

Il chitarrista era un patito di sedute spiritiche e in quel posto ci andò a nozze. Tutti i presenti alle registrazioni ogni sera, erano tassativamente obbligati a partecipare agli esperimenti medianici di Blackmore.

Successero cose non facili da spiegare, come per esempio la ripetuta cancellazione dei nastri incisi dalla sera alla mattina. In particolare una volta, quando il “medium Ritchie Blackmore” riuscì chissà come a evocare il dio Baal in persona, le cose arrivarono quasi al precipizio.

Il dio Baal era una divinità pagana dell’epoca precristiana. Era il dio dei Fenici. Nonostante tutti i suoi impegni, quella sera decise di rispondere alla chiamata dei Rainbow allo Chateau. La Chiesa l’aveva trasformato nel principe demonio di tutti i diavoli della terra e infatti quando si presentò disse con un vocione cavernoso: “Sono Baal. Io creo il caos. Non ve ne andrete mai da qui, quindi non provateci nemmeno!”.

In passato era stato un dio in buoni rapporti con una fetta di umanità, ma ormai sembrava essersi rassegnato a fare il cattivone, come dicevano i cristiani.

Si spaventarono tutti, misero via la tavola Ouija e andarono a letto. Più tardi, incapaci di calmarsi e prendere sonno, alcuni superstiti riprovarono l’evocazione.

Lo fecero senza Blackmore.

Baal si ripresentò subito e domandò: “Dov’è Blackmore? Oh, non importa, eccolo che arriva”. Pochi secondi dopo, Ronnie assicura che Ritchie aprì la porta ed entrò. Si mise seduto con gli altri senza dire una parola e la seduta riprese. Usavano sempre un certo bicchiere di vetro per muoversi sulle lettere della tavola.

E a un certo punto quel bicchiere arrivò fino al bordo e poi si schiantò nell’angolo opposto della stanza. Tutti se la filarono nelle rispettive camere e Cozy Powell raccontò il mattino dopo che qualcosa aveva fatto volare dagli scaffali tutti i libri che c’erano in camera sua e quando aveva cercato di uscire, non poté farlo perché la porta era stata chiusa a chiave da non si sa chi.

Cazzo, sembra un episodio di Scooby-doo.

Fu l’ultima volta che giocarono con quelle cose. Nel disco campeggia la scritta “Nessun ringraziamento a Baal” ed ecco da quale faccenda è stata ispirata.

“Long Live Rock ‘n’ Roll” è un album gigantesco e ammetto che dei primi tre è il mio preferito, ma solo di poco. Adoro “Kill The King” che per molti sembra una canzone epica a giudicare dal titolo ma che invece racconta una partita a scacchi. Poi ci sono “Gates Of Babylon”, uno dei brani preferiti e massimi ispiratori di Malmsteen (l’avrebbe omaggiata nel suo disco di cover “Inspirations”) e in assoluto c’è il mio pezzo preferito della band: “Rainbow Eyes”.

Come chiusa è insolita.

Prima di quell’episodio, il gruppo non aveva mai imbastito qualcosa di così delicato, poetico e melodioso. Ci sono delle orchestrazioni da brividi che via via salgono dal ventre del brano e sommergono l’universo. La voce di Dio è straordinaria; solo “This Is Your Life” è equiparabile. L’intonazione è così bassa e intima, riesce a commuovermi quasi sempre.

Anche dopo che ho scoperto di cosa parla continua a toccarmi. Lo dico perché non è un tema tanto suggestivo: è una dichiarazione d’amore di Ronnie alla sua Wendy, i cui occhi avevano la peculiarità di cambiare colore durante l’anno. L’elfo che decanta le virtù della sua elfa, ammazza.

Immagino Ritchie come abbia vissuto la cosa mentre allestiva, da bravo speziale, questa meravigliosa dichiarazione d’amore per qualcun altro. E poi dicono che non sia un genio generoso.

Io però penso che non abbia contrastato Ronnie proprio perché una canzone d’amore era per lui quello che il gruppo avrebbe dovuto tentare più spesso, al fine di raggiungere il successo in America.

Dopo l’uscita dell’album, Ritchie mandò a chiedere a Dio (da Roger Glover) se fosse disposto a mettere da parte le tematiche fantasy per scrivere testi sentimentali come quello di “Rainbow Eyes”. Dio rispose che non ci pensava per un cazzo, sottovalutando, a detta di lui stesso, quanto avesse sottovalutato la deterinazione di Blackmore a inseguire il successo negli Stati Uniti.

“Long Live Rock ‘n’ Roll” andò ancora meglio degli altri due album in Europa, ma in America non si mosse paglia. I dischi rock concorrenti che dominavano le classifiche nel 1978 erano “Don’t Look Back” dei Boston e “Double Vision” dei Foreigner. Tutti e due avevano raggiunto i 7 milioni di copie vendute. Cosa aveva di speciale per riuscire a tanto, rispetto a “Long Live…”?

Per Blackmore, che con il terzo disco aveva sì e no raggiunto la centesima posizione nelle charts statunitensi, la differenza tra quei due album e il suo era la mancanza di un grande singolo di successo come appunto i brani “Don’t Look Back” o “Hot Blooded”.

Roger Glover era stato coinvolto da Ritchie come produttore per il prossimo disco. Insieme a lui voleva spaccare con un album più mainstream. Per Ronnie era chiaro che quella direzione non lo riguardava. Del resto, Bob Daisley era stato licenziato poco dopo il tiepido tour americano e con lui anche David Stone. Non si poteva andare avanti così. Era chiaro che prima o poi sarebbe toccato a lui.

All’inizio Blackmore fece sapere a Dio che voleva mettere in piedi una cover di “Will You Love Me Tomorrow” di Carole King, una scelta che secondo lui avrebbe potuto distruggere la carriera dei Rainbow. Per fortuna Ritchie cambiò presto idea, ma non prima di una furiosa litigata con Ronnie.

Visto però che Blackmore non aveva idea di come fare a scrivere una cazzo di hit, decide si rivolgersi a un professionista e chiamò Russ Ballard, noto autore di successi radiofonici preconfezionati. Da lui acquistò “Since You Been Gone”.

Al tempo Dio era già fuori dal gruppo. L’album “Down to Earth”, con Graham Bonnet alla voce, ebbe un grande successo in Europa, ma quel singolo, rispetto all’America, fece la fine di tutti gli altri.

Prima di chiudere questo resoconto, voglio raccontarvi un paio di momenti topici dell’ultimo tour di Blackmore con Ronnie in America, così da aggiungere qualche tassello al mistero Blackmore.

I Rainbow passarono il tour aprendo per i REO Speedwagon, Alice Cooper e Cheap Trick. Fecero alcuni spettacoli da headliner ma in locali piccoli. La band sentiva di potersi accontentare anche così, ma Ritchie era nero più dei vestiti che aveva addosso, in quelle serate. Una volta arrivò a lasciare il palco dopo 45 minuti di esibizione. Il culmine capitò durante un concerto ad Altanta. Qualcuno lanciò una bottiglietta sul palco e colpì Ronnie in faccia. Lì per lì il vocalist cercò di proseguire ma aveva bisogno di essere medicato.

Tornò sul palco più tardi, scosso dall’incidente. Cantò tre canzoni e poi dovette rinunciare. A quel punto Ritchie, fuori di sé per l’accaduto finì per fare a pugni con il manager degli Speedwagon.

Quell’episodio fece uscire di testa David Stone che per manifestare tutto il proprio disappunto, spaccò una bottiglia di vino contro il muro accanto a Blackmore. Ritchie non si scompose. Ne prese una di Whiskey da un ripiano e la lanciò sul muro opposto, oltre Stone. Da lì partì una rissa che coinvolse tutti, roadie compresi, e portò alla distruzione dei camerini.

La data conclusiva di quel tour poi fu all’altezza di quel crescendo di casini. I Rainbow erano headliner a New York, davanti a tremila persone. Gli AC/DC facevano da spalla. Dopo tre minuti dall’inizio del concerto, l’impianto saltò. I tecnici tentarono quanto prima di farlo ripartire, ma dopo un’ora e mezza di attesa, ancora non ci erano riusciti. Il gruppo si scusò offrendo il rimborso del biglietto. “Ci faremo perdonare la prossima volta” disse Ronnie al microfono, sinceramente desolato. Però non ci fu mai una prossima volta, come scrisse nel suo libro e come scrivo anche io adesso prima di salutarvi.