Exciter – Quando lo Speed Metal finisce fuori strada

Giorni fa abbiamo pubblicato un pezzo in cui si sosteneva, con una serie di valide argomentazioni, perché il primo disco heavy metal fosse, con molta probabilità, “Stained Class” dei Judas Priest. Se quello è l’inizio di un certo genere, almeno nell’accezione che dominò l’era divenuta classica degli anni 80, vuol dire che la prima canzone “heavy metal”, è stata “Exciter”.
Oggi parleremo di un trio canadese che trovò la propria identità artistica dopo aver ascoltato quel brano. Nel metal è sempre andata così. I primi dischi influenti erano vari (almeno rispetto ai successivi da essi derivati) e lo stile di quelle band primordiali caratterizzato da una serie di elementi combinati assieme. Prendete appunto i Priest. Erano veloci, taglienti ma anche fragili (“Beyond The Realm Of Death”).

Dopo di loro alcune band gli rubarono un ingrediente e partirono da quello per definire la propria identità.

Gli Exciter si fissarono sulla velocità e la sferza incandescente dei Priest e ne fecero un disco intero e poi un altro e un altro ancora definendo se stessi come la heavy metal band più tirata di tutte. Finì che avevano inventato lo “speed metal”, esatto.

Come mi ha fatto notare Marco Grosso, lo inventarono loro ma furono superati quasi subito da molti altri.
Personalmente non li ho mai considerati granché. Fin dalle prime volte in cui mi capitò di leggere qualcosa, una recensione o una piccola scheda monografica, l’idea che mi arrivava degli Exciter era di un gruppo carino ma tutto muscoli, forsennato, senza momenti di raffinatezza e di sorpresa. Heavy metal velocissimo, senza fronzoli, come si dice. E a me non basta.

Quindi ho rinviato l’ascolto, pur sapendo che prima o poi avrei dovuto fare i conti pure con loro, in quanto classici minori del genere.

Senza dubbio sono dei capisaldi, artefici di un heavy metal sì “pane e salame” ma più estremo dei Motorhead e non nella direzione dei Venom.

Negli Exciter c’era qualcosa che ti tagliava e ti faceva sanguinare mentre ascoltavi i brani di “Heavy Metal Maniacs” o di quello che ritengo sia il loro capolavoro: “Violence And Force”.

Era un assalto cattivo, da guerriglia urbana, da stupro in un vicolo, da morte per dissanguamento negli ultimi sedili di un lercio pullman cittadino. Questo mi veniva in mente. Li ho sempre trovati sordidi, un po’ malsani, quasi alla stregua degli Anvil e dei Lizzy Borden.

L’album che sto ascoltando in questo periodo però fu, come dice Giovanni Loria, il loro “salto della quaglia”. Il chitarrista John Ricci non se ne andò, fu letteralmente escluso prima di cominciare i lavori di “Unveiling The Wicked”. Gli altri due membri fondatori provarono a realizzare qualcosa di più accessibile.

Dopo che ebbero reclutato nel giro locale di Ottawa un giovane e promettente virgulto della chitarra militante nei misconosciuti Jet Black. l’etichetta inglese Music For Nations, li spedì in uno dei più prestigiosi studi d’incisione di casa propria, il Britannia Row Studios (spesso usato dai Pink Floyd) e con l’aiuto di un tecnico da studio esperto come Guy Bidmead a far da producer, lui che era già stato collaboratore di realtà disparate: Bob Marley, Whitesnake, Elvis Costello e Brian Eno, tentarono una traduzione più commestibile del boccone Exciter.

Rispetto al sound di “Heavy Metal Maniacs”, disco realizzato in una settimana in uno scantinato con pochissimi soldi, “Unveiling The Wicked” costò parecchio e richiese molto più tempo. Il risultato, ed è difficile stupirsene, non regge il confronto con quello degli esordi. Forse però il gruppo stesso non pensò di fare a gara con i vecchi Exciter, ma di prenderne le distanze in modo deciso, nella speranza di aumentare i fan e soddisfare le pretese della label.

Sembra che la prima parte dell’album, la più tirata e vicina alle vecchie cose, fosse definita dalla band “Heavy”, mentre la seconda, un po’ meno caotica, rallentata e rifinita nelle melodie era la sezione “Metal”.

Il pubblico non si accorse molto di questa suddivisione e giudicò l’intero album troppo raffinato e compromettente per la natura selvaggia del gruppo. La critica riconobbe una certa ricercatezza, segno di buona volontà e cospicui investimenti, ma non è che gridò al “nuovo nato”.

Per quel che mi riguarda credo che alcuni brani siano eccessivamente lunghi, considerando che sono sorretti da un’idea e mezza, come “la dura e pura ma verdura” “Break Down The Walls” che dopo cinquanta secondi  ha già detto tutto ma il gruppo la slabbra a sei minuti e 38 secondi.

Ho l’impressione che la voce del batterista Dan Beehler, per quanto abbia un acuto degno di Eric Adams, esageri con l’uso delle note alte. Probabilmente Bidmead avrebbe potuto insistere e farlo cantare su tonalità medie in pezzi più squadrati come “Die In The Night” o “Living Evil”. Spinto così al limite trasforma la prestazione vocale in una stucchevole dimostrazione di forza polmonare stridente e noiosa. Del resto, mancano melodie potenti che restino un po’ nel cranio, anche se il disco può risultare divertente per la sua sfacciata ingenuità metallara, specie schiacciasassi tamarricidi come “Mission Destroy” o “I Hate School Rules” che sembrano quasi delle parodie.

Il chitarrista che sostituì John Ricci, si chiama Brian McPhee e anni dopo è stato giudicato da Beehler, insieme a quell’album, come uno dei due errori che hanno rovinato gli Exciter. Beh, lui realizza comunque degli assoli interessanti e che alzano un po’ il livello generale della band. Del resto, in quel momento Dan e il bassista Allan Johnson erano così esaltati e orgogliosi del proprio “errore” che usarono il secondo brano in scaletta, “Brainstorm”, per dare completo spazio alle svise e i tapping di Brian. Mi viene in mente solo un altro gruppo che bloccò sul nascere la scaletta per offrire una parentesi celebrativa al proprio chitarrista: i Van Halen nel primo disco, che già al secondo pezzo misero “Eruption”. Ovviamente questo rende la scelta degli Exciter di sfoggiare il virtuoso McPhee (“sentite che chitarrista abbiamo trovato, fanculo Ricci”) ancora più ridicola.

Sembra però che dal vivo il disco funzionasse molto bene. Anche i pezzi meno spinti e più “alla carlona”, risultarono brutali una volta deflagrati da sopra il palco.

Peccato che John Ricci, sempre convinto che “Unveiling The Wicked” fosse schifoso almeno allo stesso livello della sua copertina in stile “Visitors”, rifiutò, al suo ritorno nel 2004, di suonare qualsiasi brano da quell’album e l’omonimo uscito dopo.

Io da una parte non capisco come una mazzata come “Unveiling…” si potesse definire troppo leggera dai giovani metallari di quegli anni. Dall’altra non mi sorprendo che uscì un disco meno esasperato dei precedenti. A ben vedere, l’ammorbidimento stava già avvenendo in “Long Live The Loud” dell’anno precedente.

Il gruppo però penso che lo fece per non morire fulminato dalla propria stessa incandescente potenza. Erano stati davvero ruvidi e cruenti agli esordi. Quanto avrebbero potuto andare avanti in quel modo prima di fondersi? Purtroppo la decelerazione e la pulitura dei filtri, condussero il motore a non ruggire più come ai primi tempi e a quella velocità, gli Exciter si persero definitivamente nel traffico. Non ho idea perché mi sia venuta questa metafora motoristica, ma ora che è qui, ce la lascio.