Eddie Van Halen era un Peter Pan, ma a me è sempre mancata la seconda chitarra

Nel 1978, mentre i Judas Priest incidevano l’album che avrebbe codificato definitivamente l’heavy metal (“Stained Class”) e i Rainbow venivano smantellati da Ritchie Blackmore dopo l’ennesimo, deprimente e incasinato tour americano, si affacciavano sul mercato i cazzo di Van Halen. Non devo spiegare l’influenza e il cambiamento che questo gruppo avrebbe ispirato nel panorama hard rock mondiale. Eddie Van Halen divenne il campione da battere e da imitare per migliaia di giovani chitarristi. Purtroppo solo pochi avrebbero capito che non era una gara di virtuosismi e velocità, ma tant’è.
Probabilmente l’album d’esordio avrebbe potuto essere anche il testamento. La band avrebbe scritto altre grandi canzoni (era la cosa che sapeva fare meglio di tutti) ma quello che c’era da dire era già lì. Sì, “Fair Warning” è un lavoro intrigante e coraggioso; “1984” uno dei dischi più rappresentativi dell’hard and heavy anni 80, ma non saprei cosa ci fosse da aggiungere, nella carriera dei Van Halen (e in quella della stragrande maggioranza dei gruppi che hanno venduto di più in quel decennio) di ciò che brani come “Running With The Devil”; “Ain’t Talkin’ About Love” e quasi tutti gli altri titoli di quel disco avevano detto.

Non scriverò un articolo agiografico sulla band. Troppi ce ne sono e del resto non è possibile rimettere quello che fecero in discussione, senza apparire pretestuosi e maliziosi trolloni in cerca di click. Special modo il primo album, cosa vuoi dire, di cosa ti vuoi lamentare? Beh, in effetti c’è una elemento di quei Van Halen che non mi è mai andato veramente giù… Ma ve la dico.

Intanto vorrei tornare su una cosa che ancora una volta mi ha abbacinato, riascoltando l’omonimo del 1978 mentre mi facevo il bidet e mi massaggiavo la prostata. Mi riferisco a quei diamine di cori. Non sono io a dovervi riconoscere l’influenza architettonica dei Beach Boys. Quegli accordi vocali così maestosi e trascinanti squarciano il tappeto ritmico e il continuo sciabordio di riff e fraseggi di Eddie, restituendomi un senso di solare festosità che mi fa battere il cuore come una tic tac rimasta nella scatola. Ho letto che il fulcro di quegli intrecci canori era proprio Michael Anthony. Supportato dalle onde medie di Eddie, lui spiccava alto con le sue melodie tenorili. Una volta non ricordo chi degli altri lo sminuì dicendo che sembrava una cazzo di tromba squillante, ma per carità: il suo approccio diretto e senza ondeggiamenti blues, dritto alla porta, era proprio il tipo di canto preferito e usato da Brian Wilson. Inoltre sembra che quasi tutte le band di Pasadena, negli anni di gavetta per locali, suonassero molti pezzi dei Beach Boys. Devo ricordarvi con quale cover Dave lanciò la sua carriera solista?

I Van Halen, in particolare per via di quel lucifero del palco di Mr Roth, esprimevano una sensualità giocosa; il disco crea ancora una specie di patina sul vetro del bagno per quanto è umido e ormonale; eppure era anche qui la loro originalità. Non c’era il blues sofferente e virile dei Whitesnake in questa arrapante messa in scena del bisogno d’amore carnale; e nemmeno la tossica e alterata goliardia dei successivi Motley Crue. C’era proprio quel modus vitalistico e a ridosso dei cancelli della festa edonoide anni 80.

Nel sound dei Van Halen non si sente lo strascico sonoro di una vita allo sbando o di una solitudine elettrica dei cacciatori di cuori solitari, ma lo zolfo della bolgia orgiastica che avrebbe mandato in rehab un sacco di emulatori.

Non so come Dave Lee Roth sia arrivato alla fine di quel decennio senza una malattia venerea aliena tra le gambe e un peace-maker a sorreggergli il cuore. Probabilmente nel suo caso, il personaggio era uno smoking che indossava e toglieva ogni volta che non c’era qualche fan nei paraggi. So che Nikki Sixx lo ricorda tra i frequentatori del loro appartamento lercio e pieno di sbarbe alcolizzate. Come un vecchio gattone randagio sbirciava l’atmosfera con i suoi baffoni e poi mellifluo calava dentro dalla finestra in cerca di qualche boccone invitante. Se però c’era una cosa che già smentiva la fama di scatenato mattatore da party di Dave era il suo carattere non proprio espansivo, l’atteggiamento riservato e l’approccio lupesco di uno scaltro e avido uomo d’affari.

Eddie Van Halen, dietro il sorriso da figlio dell’oca bianca nascondeva molte cose, nel tempo avrebbe allevato demoni enormi che negli ultimi anni, causa i suoi gravi problemi di salute, sarebbero usciti fuori sbavanti, pronti a guastare la vita a un sacco di gente intorno a lui, ma nei tempi d’oro della band era il genio inarrestabile, il ragazzo da un milione di dollari, elegante nei movimenti e inarrivabile svolazzatore dei cieli più alti, alla stregua di un Peter Pan della sei corde. E sotto di lui, erano solo capitani uncini che unghiavano l’aria con i loro ganci biliari.

Di Alex non ho molto da dire. L’ho ho sempre trovato tanto bravo ma non quanto brutti da guardare, anche se conosco bene le storie sulla sua famigerata zona genitale; probabilmente scopava molto più di Lee Roth.

Il primo disco omonimo era un susseguirsi di fresche novità e tradizione. In ogni brano c’era un riff o una melodia sorprendente e “avanti”, ma un’impalcatura molto vicina alle classiche stereotipie hard rock di metà anni 70. Brani come la conclusiva “On Fire” richiama le valanghe paniche dei vecchi hippie neri di Arthur Brown, mentre “Ice Cream Man” o “Little Dreamer” appartengono al corollario heavy-boogie-blues del classic rock prossimo all’archiviazione.

I Van Halen del 1978 erano incredibili, che dirvi? Stracciarono i Black Sabbath sera dopo sera nel tour che fecero assieme. Li supportarono e surclassarono tutto il tempo. Qualcuno provò a paragonarli ai Led Zeppelin o magari agli Stones, ma erano chiaramente una roba diversa a cui tanta gente avrebbe teso per anni e anni, senza mai raggiungerne i contorni sonori.

Dicevo però che c’è una cosa, un aspetto che non ho mai amato nei loro dischi. Ecco, la scelta di separare il basso e la batteria da una parte e la chitarra dall’altra (tipicamente anni 70), secondo me è sempre stato una delusione. Ho sempre trovato la produzione dei loro primi album troppo cruda, spoglia e quasi sfilacciata.

Non amo quando la chitarra passa all’assolo e sotto restano il basso e la batteria e nient’altro. Ho sempre sentito il bisogno di una seconda chitarra, quantomeno. So che per il produttore Ted Templeman e i fratelli Van Halen quella cosa la vedevano come il loro “Santo Graal”. E capisco l’effetto realistico da live voluto. Inoltre Eddie era talmente fuori squadra con la chitarra, che l’idea di mettergli sotto un accompagnamento sembra oggi quasi un sacrilegio, ma che volete, io ho sempre un po’ patito questa “essenzialità”. Sono cresciuto col “Black Album” e le grandi produzioni piene di sovraincisioni e arrangiamenti, soprattutto tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90, quindi non ho mai avuto la capacità di mandar giù questa loro scelta produttiva. Ecco, l’ho detto.