Il giorno giusto per capire l’essenza del rapporto fruttuoso ma non proprio idilliaco tra Sammy Hagar e i Van Halen è quando si videro per la prima volta alle prove. Il nuovo cantante si presentò nello studio dei Van Halen con un abito elegante e i capelli fatti. Voleva guadagnare unae buona impressione con gli altri. Quando gli aprirono la porta rimase immobile sulla soglia senza dire nulla per diversi minuti.
In terra c’erano cumuli di cenere e sigarette appena accatastati qui e lì, l’odore era nauseabondo, le lattine di birra arrivavano al soffitto e strumenti da favola, molto costosi, annegavano in quel fango. I fratelli erano in uno stato pietoso. Sporchi, probabilmente non facevano una doccia da giorni, carichi d’alcol in corpo, si comportavano come se non avessero ancora realizzato che lui era nella stanza.
Sammy era uno convinto di non dover bene alcolici pesanti fino a quarant’anni; non fumava, faceva fitness tutte le mattine e seguiva una dieta equilibrata. Tutto allo scopo di preservare la propria voce, dato che lavorava con quella, principalmente.
Presto scoprì che il modo di attivarsi la giornata dei Van Halen era svegliarsi, accendere una sigaretta e afferrare una lattina di birra. Alex ingurgitava da solo una cassa al doppio malto ogni giorno; Eddie andava forse oltre la cassa. Erano perennemente sbronzi e puzzolenti di fumo e sudore.
Si aspettavano, come racconta Michael Anthony, che lui fosse la classica finta rockstar con i capelli lunghi e l’aria trascurata, invece si trovarono un uomo in carriera, vocalist morigerato, rigoroso e soprattutto già realizzato, quindi non dipendente dall’opportunità che gli avevano offerto i grandi Van Halen per vivere. Quando fu il momento di mettersi a tavola e contrattare, si fece valere alla grande. Michael Anthony invece, proprio in quel periodo, fu costretto dai fratelli a rinunciare ai diritti sulle canzoni (che tanto non scriveva) e prendere la paga di un turnista.
Dopo mesi di audizioni inverosimili per sostituire Roth, tra Patti Smyth degli Scandal, Daryl Hall degli Hall & Oates, Steve Perry dei Journey, (addirittura qualcuno provò a chiamare Ozzy che per fortuna non rispose) un meccanico di nome Claudio illuminò i Van Halen. Eddie era patito di macchine dalla grossa cilindrata, bolidi da spingere a 240 chilometri orari lungo le strade di Los Angeles. Un giorno andò a ritirare una delle sue Ferrari o Porsche e Claudio gli disse che avrebbe dovuto conoscere Sammy, un tipo a posto, anche lui patito di auto veloci e rockstar.
Tra i due questa reciproca mania per le auto potenti avrebbe portato a delle sfide di velocità notturne in strade deserte. Andavano a tavoletta e duellavano fino alla morte, ma la cosa che faceva rabbrividire Hagar era che mentre lui era lucido e vigile, l’altro entrava in auto che quasi non si reggeva in piedi.
Non voglio farla tanto lunga. Sappiamo come andarono le cose.
Però io personalmente non immaginavo che Hagar si fosse calato in una realtà davvero così fuori controllo. A metà anni 80 Eddie era ancora cocainomane e alcolizzato in stadio avanzato. Alex pure beveva di continuo. Era lui il “capofamiglia” della band, quello che prendeva le decisioni importanti quando era il momento di trattare contratti e roba simile. Interessante analizzare come entrambi, davanti alla morte del padre per via del bere, reagirono agli opposti. Alex smise, Eddie continuò ad ammazzarsi più di prima.
La cosa che sorprendeva Sammy fu vedere Alex in azione sul versante degli affari. Passava dal suonare come un animale la batteria, urlare e vaneggiare in giro per lo studio e poi alzare il telefono e rispondere per le rime ai tipi della casa discografica o al manager su quello che convenisse o meno ai Van Halen firmare o meno e a quali condizioni.
Un giorno si mise a sbraitare sulla proposta da parte della label di cambiare il nome in “Van Hagar”. Oggi ci si riferisce al gruppo negli anni con Sammy in questo modo, ma davvero l’etichetta se ne uscì con una richiesta così demente? Pare di sì. Temevano che il sound e le canzoni, molto lontane dallo stile sregolato e matto dei vecchi album, potessero deludere il pubblico, quindi volevano avvertirlo che quelli non erano più i “vecchi” Van Halen.
Ovviamente Eddie e Alex non ci pensarono un secondo a dire no. A chiamare Ozzy invece, pare che qualche giorno passò prima che si accorgessero di non doverlo fare.
Eddie era allo sfascio. Per comporre musica nuova si metteva in una stanza chiuso a chiave con la chitarra e si pippava strisce di cocaina per tenersi su il morale e poi abbassava lo sballo con una intera bottiglia di Whisky.
Durante il tour di 5150, non era più come ai vecchi tempi, quando dietro un amplificatore c’erano falsi ripiani con strisce di coca pronte da tirare. La moglie di Eddie lo controllava, ma lui riusciva ugualmente a tirarne di continuo.
A volte, come racconta un tecnico dei tour, lo potevi trovare in un angolo a piangere e chiedere amore come un bambino lasciato da una mamma al supermercato troppe volte.
Le cose però musicalmente furono davvero ottime. Il disco virò, anche grazie alla presenza di Sammy, verso tematiche romantiche, cosa che fino a lì, i Van Halen non avevano mai fatto. Le tastiere occuparono molto più spazio e il lavoro di Hagar, con la sua voce inconfondibile e tirata al limite dal produttore Mick Jones dei Foreigner, era inappuntabile.
I fan non gioirono per questo cambiamento. Su HM scrissero che il disco era buono ma dava l’impressione di un compitino. La furia di “Hot For The Teacher” potevamo scordarcela.
Eppure l’album arrivò in cima alle classifiche. Primo assoluto. I Van Halen con Roth non ci erano riusciti, nemmeno “1984” era arrivato sul picco. E pure Diamond Dave, festoso più che mai per la sua nuova band e un disco capolavoro come “Eat ‘em And Smile” non avrebbe mai raggiunto il primato in solitaria.
“5150” non è uno dei lavori imprescindibili dei Van Halen. Oggi possiamo dichiarare che non rappresenta il gruppo alla stregua di uno qualsiasi dei lavori con Roth. Al di là dei ripensamenti e le dichiarazioni pesanti di Alex su Hagar e quegli anni, erano comunque grandi musicisti e songwriting con un feeling notevole che male non se la cavarono.

