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Francesco Ceccamea

Pascolando

Io, Chelsea Wolfe e le tombe dell’amor perduto e ritrovato!

chelsea wolfe

Ho iniziato a sentire Birth Of Violence con un anno di ritardo, ma chi segue Sdangher sa quanto freghi a me e agli altri ronzinanti delle scadenze promozionali, il sushi-nastro delle nuove uscite e il treno delle recensioni che ogni giorno affossano ogni speranza di vedere qualche vero contenuto nei siti musicali che non sia “compratelo è fico!” in un mondo che non compra e non vende più dischi.
Insomma ho scelto Chelsea Wolfe senza neanche sapere il motivo. Ce l’avevo in coda sul mio lettore mp3. Mi ha tenuto compagnia in un momento molto travagliato della mia vita sentimentale. Sapete, io sto con una donna da un anno e mezzo. L’amo e credo di aver vissuto insieme a lei una relazione davvero appagante come mai prima nella mia fottuta vita fatta di pippe, abbandoni preventivi, divorzi e crisi masochistiche.

Ebbene, come succede, nel giro di pochi giorni ho deciso di lasciare questa donna. Le ragioni non contano. Diciamo che ho avuto paura. In amore e guerra, con la paura spesso si sopravvive ma a volte si compiono sciocchezze impulsive che possono portarti nella tomba.

Non esagero perché mentre ero tornato di colpo single, ho iniziato a sentire un dolore così duro da sopportare che dopo due giorni di pianti quasi ininterrotti e il fisico spossato dalla tensione nervosa, ho deciso di tornare sui miei passi. Passi, ne ho fatti parecchi, camminare, camminare. Piangevo e camminavo per le strade, usando la mascherina per nascondermi il viso. La distanza di sicurezza mi ha aiutato a camuffare i singhiozzi, ma si vedeva che ero a cocci.

Così sono andato al cimitero, come faccio sempre in questi casi. Se piangi lì è una cosa normale, nessuno gli dà peso e ti giudica. Inoltre io e i morti abbiamo una specie di accordo, porto delle lacrime, di cui sono sempre assetati anche se non dedicate a loro, e in cambio mi tengono il gioco. E mentre ero davanti alla tomba di non so chi, pensavo che si mettono sempre in relazione l’amore e la morte per un motivo che mi è diventato chiaro in quel momento. Non si può sfuggire a nessuna delle due. Puoi illuderti di vivere senza amare, ma probabilmente lo dici perché già hai amato e hai scoperto la sofferenza che l’amore ti chiede in cambio di qualche giorno spensierato e di qualche notte infuocata con un’estranea che credi di conoscere da sempre. E poi scopri di no. Che è un’estranea, lo è sempre stata.

Ma l’amore non si sfugge. Puoi pensarla come ti pare, che non conviene, e che tanto alla fine ci rimetti sempre, ma prima o poi il tuo cuore partirà ancora per qualcuno e soffrirai. Soffri sia che non vivi che se vivi una storia. Non c’è via di fuga. Puoi credere di poter domare il cuore, così come puoi credere di essere eterno.

Piangendo il mio amore perduto davanti alla tomba di questo tipo un po’ rubicondo che ho il vago ricordo di aver visto qualche volta al laboratorio dove lavoravo, per delle analisi, probabilmente su trigliceridi, colesterolo e glicemia, speravo che Chelsea Wolfe mi carezzasse l’anima, come una mamma con un figlio moribondo.

Come faceva quella vecchia canzone? “Mamma, perché invece di comprarmi i balocchi, spendi tutto in quei profumi?”

La ricordate? No? Bene, perché era orrenda. Negli anni l’ha cantata Villa, Milva, De Sica e se avete fiducia, prima o poi magari la rifarà anche Battiato, un giorno che vi odierà tutti e gli girerà particolarmente male.
Ma torniamo a Chelsea. Il disco scelto come sostegno emotivo, nel momento in cui stavo convincendomi che fosse giusto chiudere la mia storia.

Cullami Chelsea, mostrami una via da seguire. Dammi coraggio, allevia le mie pene. E invece sapete cosa? Quella puttana sembrava darmi ragione, con tutte le frasi dedicate alla ricerca, la trasformazione interiore e il bisogno di ingoiare il dolore come una chiave. Poi il disco è invece diventato sale sulle mie ferite, con un brano che si intitola American Darkness, dallo stile molto vicino ai brani che si sentono nella colonna sonora del film di Paul Thomas Anderson.

Magnolia. Ricordate di averlo visto? Io non lo dimenticherò mai. Tre ore in un cinema, col mio metro e 82 incassato in poltroncine da nani. Finii per vedere l’ultimo tempo in piedi insieme agli altri spettatori, passando il peso da un piede all’altro all’infinito mentre sullo schermo piovevano rane e una canzone, Wise Up di Aimee Mann, mi trasformava il cuore in un gigantesco rospo espettorante lacrime acide di solitudine.

Che cazzo, quel pezzo è stato per me. Ed è ancora. L’intero disco di Magnolia non è semplicemente una soundtrack di un vecchio film degli anni 90, di un cinema emotivo che ormai si fa nei canali streaming e non più in tre ore ma in duecento, stagione dopo stagione. Un cinema di sogni bislacchi e maledettamente post qualcosa, solitudini moderne ricoperte di lì a poco dalla polvere e la follia dell’Undici settembre. Quel disco per me è la morte.

Soffro come un cane ogni volta che lo risento perché mi ricorda il primo amore della mia vita. Le doppiai Magnolia, per sentirlo in macchina quando non ci vedevamo, così da tenere le anime in contatto. “Ci sono io dentro quel disco. Il mio cuore suona con la voce da discount pop di questa tizia, con le chitarre arrangiate alla Nashville e le melodie in stile Ally McBeal facciamoci una birra e soffiamo palloincini alcolici in faccia alla vita dura vista da uno studio legale.

Quanto cazzo le canzoni si leghino a determinati momenti. Se questi momenti sono stati di pura felicità e sogno, quando si torna a evocarli, le note diventano chiodi. Se a quei momenti poi è seguito tutt’altro, delusione, incubo, perdita allora prendete il fottuto cd in cui l’avete intrappolato e andate sulla spiaggia dove siete stati felici. Seppellitelo sotto un metro, fateci sopra un bel castello e non vi voltate finché la marea della vita non l’ha ridotto a una poltiglia informe. Poi piangete pure e riprendete la vostra strada, senza più tornare a quelle canzoni. Mai più.

Certi dischi sono come geni nella bottiglia, ricordi di morte e di dolore profondo che restano racchiusi lì dentro, quando vuoi farti una pera di merda che ti sprofondi ancora in quel crateri bui e affamati, non ti resta che spingere play. La cosa pazzesca è che la stessa Chelsea Wolfe ha dichiarato, cosa che ho scoperto dopo aver fatto da solo la connessione, che la canzone American Darkness è un omaggio proprio a Magnolia. E questa se permettete è magia nera.

Ma è la successiva Birth Of Violence, terza in scaletta, a darmi il colpo di grazia e scagliarmi nel culo di un ghiacciaio.

Le canzoni sono come gli avvocati. Danno ragione al proprio cliente. Sempre. Ci si aspetta che la musica aiuti, che sia sempre dalla nostra parte. Quando soffriamo un abbandono, ecco che le canzoni prendono la nostra rabbia e la trasformano in speranza di rivalsa o di perdono, ci culliamo in liriche smielate che fino a poco prima ci sembravano stupide e scontate. Ci aggrappiamo a un ritornello che apre uno spiraglio di luce nel buio delle nostre viscere, ma non capita mai che una canzone prenda le difese della donna che hai scaricato.

Prima di rompere c’è stato un duro confronto tra me e lei, ma alcune parole si sono posate ai bordi delle mie orecchie senza mai raggiungere il mio cervello. Ho ascoltato ma non ho compreso o forse non ho voluto comprendere.

Ma appena Chelsea Wolfe ha iniziato a cantare le sue strofe, in Birth Of Violence, è stato come se finalmente il messaggio che la mia ex ragazza ha gridato con le lacrime agli occhi due sere prima, mi sia stato finalmente conficcato al cuore.

La prima parte del pezzo è un dialogo astruso con un uomo pieno. Quindi immaginate misteriose figure che compaiono e scompaiono, e poi ammicchi incomprensibili a quest’uomo ingenuo e che vuol cavarsela a buon mercato, ma ogni tot di rime ecco una frase che sembra riguardarmi in modo ironico:

No, non te la caverai con così poco, caro… No, non mi verrai mai davvero vicino… Non lasceremo che ti portino via da me… Mi perdonerai se sono in coma da codeina…

Le canzoni sono come le macchie di Rorschach. Sapete quelle stese di inchiostro su un foglio. I medici le sottopongono al matto e gli domandano, cosa vedi? Ecco, in un pezzo puoi vedere e sentire tutto ciò che desideri. Charles Manson nel disco bianco dei Beatles sentì il piano che gli serviva per conquistare il mondo e compiere il suo destino. Mio padre in un pezzo dei Pink Floyd con un maiale volante nel cielo ci ha sentito l’autorizzazione a prendere in moglie mia madre.

Sia Charlie che papà volevano sentirsi autorizzati in modo fatalistico a fare ciò che hanno fatto. Si tratta di un modo fanciullesco di scorgere segni fatali intorno a noi, che ci diano la spinta per credere che ciò che vogliamo sia anche ciò che vogliono gli dei, la natura, l’universo.

Io probabilmente volevo ripensarci, nonostante la mia risolutezza. Il brano di Chelsea è un classico gospel cantautorale, con la voce profonda, la chitarra effettata e qualche rimbrotto sintetizzato a far da ritmo, poi nella parte finale arriva un arpeggio più selvaggio e sopra di esso, poco dopo, la voce di lei si libra come quella di una sacerdotessa del deserto africano, e poi muta di un’ottava in una colomba sanguinaria e mi ripete: Baby lo sei… Baby lo sei… L’unico… L’unico…

Le stesse identiche parole della mia ragazza che mi tornano addosso come il vento spietato del deserto di notte. Sento la sabbia delle mie intenzioni che si ritira sotto i miei piedi e sprofondo, sprofondo sempre di più. Come puoi lasciare una donna che ami, il dolore ti sta strappando la pelle di dosso, solo per le teorie di qualche generale impaurito che segue gli scontri dalla cima della montagna, pronto a salpare l’oceano, appena vede i suoi prodi diventare balle di carne e vestiti e fango? Come puoi spegnere l’anima davanti a colei che ti dice, unico, baby lo sei. Per me lo sei.

Anche oggi sono uscito a passeggiare, sotto la pioggia che mi ha sorpreso a metà strada. La musica di Chalsea Wolfe è ancora nelle mie orecchie ma non sento più traccia di quel freddo carnale, né indizi di fuga verso vie ancora non percorse. Sono tornato con la donna che amo e questo disco adesso mi culla come un disco qualunque dovrebbe sempre fare, qualsiasi cosa decidiamo di volere. Baby, tu lo sei… Baby!

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Hard Rock – Quarant’anni di giornalismo musicale senza aver imparato nulla!

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Oggi è in edicola il primo numero della rivista Hard Rock, pubblicata da Sprea editore, al costo di 6 euro e cinquanta. So che molti la compreranno. Ci sono quelli che ammettono una certa curiosità, altri lo faranno per nostalgia, chi per invidia e alcuni per completismo: collezionano riviste metal e ci tengono ad avere almeno il numero 1 di questa. Hai visto mai che tra 340 anni ci si possa ricavare un bel gruzzolo a rivenderla a qualche revisionista spaziale. Continua a Leggere

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Chi non risica e chi rosica – L’arrivo in edicola di Hard Rock crea scompiglio nel Fogametal!

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Ed eccoci tutti in grande attesa per l’arrivo dell’inaspettato terzo polo giornalistico metallaro. Hard Rock, rivista edita dal signor Sprea e che avrà come caporedattore Francesco Coniglio, fa discutere il piccolo golfo saprofitico dei durissimi del rock in Italia. Di certo le dichiarazioni del suddetto Coniglio a Metalitalia sono a dir poco heavy, definendo Rock Hard e Classix Metal, due autentiche fanzine.
Ovviamente il Fuzz non c’è rimasto molto bene, sotto i commenti all’articolo si è presentato e ha difeso con una buona dose di ironia la sua rivista, mossasi tutti questi anni a un livello “professionale” (le virgolette sono mie). Continua a Leggere

Pascolando

Un figlio senza tablet o un genitore senza figlio?

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Insomma, mia figlia è diventata un’adolescente. Ha avuto le sue prime mestruazioni e ha sviluppato tutti i segni inequivocabili della nuova fase: sguardo risentito, silenzi lunghi e lacrime, tante e assolutamente prive di relazioni con il mondo esterno. Le domando perché piange ma lei non mi sa dire. Le viene così. A peggiorare la situazione c’è che per punizione, io e sua madre abbiamo deciso di confiscarle il tablet. Ora, mia figlia adolescente senza tablet, durante l’era del Covid 19 è forse qualcosa che va al di là delle mie forze. Continua a Leggere

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Speciale Dissection – Vita, morte, ammazzamenti e suicidi di una band che faceva seriamente sul serio

Molti pensano alla storia del metal in modo lineare. Prima è avvenuto questo, poi quello… e in particolare molti credono che le forme più estreme della musica heavy si siano succedute così, cronologicamente. C’è chi crede che sia nato prim il thrash, poi il death e il grind e infine il black norvegese. Altri invece, tra cui Jeol McIver, dicono che i principali esponenti di questi generi cominciarono tutti nello stesso periodo e che solo l’attenzione del pubblico e le etichette, che via via ne aiutarono il successo, hanno determinato questa apparente “evoluzione” verso il caos.

I Dissection però non appartengono a quella prima generazione di folli bambini del nord-Europa. Iniziarono a darsi da fare nel 1990 e avevano le idee piuttosto confuse. Fu in primavera. A quanto pare anche il male rigoglie insieme ai fiori e le foglie… Che fa pure rima. Ammesso che sia corretto dire rigoglie, ma della grammatica non me ne coglie.

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Anche la provocazione dopo un po’ diventa parte del loop

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Una volta un tipo mi disse che io scrivo articoli fastidiosi, in cui attacco a destra e a manca la tresca (ma qualcuno la chiama scena) metallara italiata, solo per diventare lo “Sgarbi del metal”. E in effetti ho rotto un po’ i coglioni, qualcuno si è offeso, c’è chi ha fatto il vocione e parlato di avvocati; in generale però non è cambiato niente. I miei articoli inizialmente li scrivevo per sfogarmi, tiravo fuori quello che sul serio poteva infastidirmi, che non condividevo e desideravo diverso. Oppure cercavo di suscitare un confronto senza ipocrisie, cominciando io per primo a spogliarmi delle mie. Oh, certo, anche per le visite. Ovviamente. La provocazione rende sempre. Continua a Leggere

zoccoli e zolfo

Zoccoli e Zolfo – La rubrica sul rock/metal occulto

zoccoli e zolfo

Questa nuova rubrica parlerà principalmente degli aspetti occulti nella musica. Non si tratta di un appuntamento specifico sull’occult rock, sia chiaro, ma tratterà molto anche quello. Ciò che interessa a me è la magia che sovente un disco sprigiona e soprattutto se questa magia è creata in modo consapevole dall’artista, con rituali dentro e fuori al pentagramma o se sia frutto del lavoro di un mago naturale. Continua a Leggere

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La morte è mia consigliera nella vita. Ogni giorno è il mio ultimo!

-Cosa rende speciale la vita, Jon?
-La fine.

Ovviamente è così facile, col senno di poi, scorgere le avvisaglie di un gesto estremo, ma nel caso di Jon Nödtveidt non sembra neanche un atto distruttivo, sfugge al normale concetto che abbiamo del suicidio. Solitamente, quando una star del cinema si ammazza, andiamo a ritroso, guardiamo i filmati più prossimi al suo gesto, l’ultima intervista e cose così, nel tentativo di rintracciare “il segno” che stava per farlo. Seguono le varie speculazioni su quanto fosse depresso, sull’uso eccessivo di farmaci e su quanto abbiano pesato, la separazione dalla moglie e l’allontanamento dai figli, le critiche all’ultimo album e via di questo passo, di illazione in illazione. C’è un clip di Chester Benninghton dei Linkin’ Park poco prima di suicidarsi. I commenti esprimono tutti una grande perplessità, perché a vederlo così sorridente e rilassato, sembra impossibile credere che poco dopo Chester si sia tolto la vita. Forse era sorridente e rilassato perché aveva già preso la sua decisione. Ma non voglio infognarmi nelle solite chiacchiere. Continua a Leggere

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Soulreaper – Traditori di tutti!

soulreaper

Penso sia una vergogna che gli stessi traditori che hanno fatto del loro meglio per uccidere i Dissection e mettermi in prigione, cerchino di trarre beneficio dall’essere ex menbri dei Dissection. Tuttavia, così facendo si sono fatti male da soli. Il percorso dei Dissection ovviamente divenne troppo oscuro per questi deboli traditori. – Jon Nödtveidt

In effetti, la breve storia dei Soulreaper non rappresenta una pagina edificante nella storia del metal, però bisogna capirli anche, Tobias Kellgren e Johan Norman. Costoro presero il posto rispettivamente di Ole Öhman alla batteria e John Zwetsloot  alla chitarra in un periodo piuttosto instabile nella storia dei Dissection, tra il 1994 e il 1997. Satanisti sì, ma non ai livelli fanatici di Jon, che via via sembrò preso da altre cose rispetto al cammino discografico della band.

Non so di preciso il ruolo che Tob e Johan abbiano avuto nell’arresto di Nödtveidt ma devono essersi sentiti molto frustrati come musicisti. Loro volevano solo suonare e fare tour, niente diavolerie settarie e addirittura omicidi ritualistici del cazzo. E così, appena il loro leader finì in prigione, con la prospettiva di restarci anni e anni, i due pensarono (male) di darsi da fare e sfruttare al massimo la situazione, rilasciando frasi molto pesanti, ahiloro.

Infatti, prima ancora di far uscire qualcosa con i Soulreaper anticiparono di avere per le mani quello che avrebbe dovuto essere il materiale del terzo album dei Dissection mai realizzato. Bum!

Chiaro che non è vero niente, rispose Jon in un’intervista esclusiva per Metal Shock!, avvenuta poco dopo il rilascio. Quei due erano fuori dai Dissection alcuni mesi prima che io finissi in galera. Il cammino dei Dissection era diventato troppo oscuro per loro. La ridicolaggine riguardo l’album dei Soulreaper che contenga materiale di un successivo disco dei Dissection, è falsa, basta ascoltare Written In Blood. È una vergogna e una disgrazia vedere come quei due traditori si avvalgano del beneficio d’essere ex membri della band per poter sopravvivere, quando poi in realtà hanno fatto del loro meglio per uccidere i Dissection e farmi finire in galera!

Non ci ha cacciati. Siamo andati via noi, replicò Tobias. “E non so se Jon avesse intenzione di continuare con i Dissection mettendo in piedi un’altra formazione e nessuno può saperlo perché è stato messo in galera e questa è storia”

In effetti, poco dopo l’uscita dell’album, nelle interviste promozionali, Tobias cercò di insabbiare certe chiacchiere negando che ci fossero collegamenti con le cose in cantiere per la band di Nödtveidt e tentando di ridimensionare così le aspettative del pubblico; questo sapendo in cuor suo che Written In Blood, primo disco della su nuova band, alla fine non era uscito granché bene. L’illusione che vi fossero dei collegamenti con Storm e The Somberlain andò in fumo con una produzione molto in stile death floridiano e dei contenuti di scarso interesse. Gregariato puro, insomma, così come il seguito Life Erazer del 2003.

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MLO – Una piccola infarinatura prima dell’infornata!

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“Sono un membro del MLO (Misanthropic Luciferian Order) dal 1995. MLO è un ordine caos-gnostico, che cerca la vera luce di Lucifero attraverso lo studio, lo sviluppo e la pratica di tutti i sistemi magici oscuri, gnostici e satanici. Il nostro obiettivo è quello di creare una sintesi tra le tradizioni oscure di tutti gli eoni, in questo modo creare le chiavi occulte che apriranno le porte all’imminente eone oscuro senza fine. Il mio status all’interno dell’ordine è quello di un membro a pieno titolo e di un sacerdote di Satana. Per diventare un candidato bisogna prima di tutto essere già un satanista anti-cosmico e praticare attivamente la magia nera. Lui / Lei deve simpatizzare con tutto il cuore e condividere i valori misantropici e anti-cosmici dell’ordine, e quindi essere pronto a dedicare tutta la sua esistenza a seguire la sua vera volontà secondo gli dei oscuri. Diventare un iniziato è un processo lungo e difficile e può richiedere diversi anni”. – Jon Nödtveidt

Seguire la propria volontà secondo gli dei oscuri è un concetto un po’ controverso, non trovate? La volontà è mia o di questi dei?

“La mia vera volontà è la mia legge e quindi, senza pietà, punisco tutte le violazioni contro di essa” rispondeva Jon, dicendo più o meno la stessa cosa di ogni satanista che si rispetti, dentro o fuori la sua cricca di sulfidi.

Ma non conta la mia opinione sull’MLO. In questo contesto sono solo uno che vi informa di cosa si tratti: un’associazione di satanisti che aveva i Dissection e la loro musica come esternazione pricipale. Se vi piacciono i dischi della band, probabilmente, senza rendervene conto, vi piace un po’ la voce dell’MLO, con tutto quello che possa conseguirne in voi una simile consapevolezza.

Jon Nödtveidt, non è il fondatore di questo gruppo satanico. Vi fu introdotto quando era piuttosto giovane. La base della dottrina su cui si fonda l’MLO è la misantropia. Loro si sentono eletti e il resto del mondo è fatto solo di pecore d’argilla, malleabili e dominabili. Il disprezzo però si limita a tutti coloro che non sono fan della band. In quel caso, le cose sono diverse. Solo l’ammirazione che la musica dei Dissection produce in te, è la dimostrazione che non sei una pecora d’argilla e magari sei fatto di qualche altro materiale. E forse appartieni a una specie animale diversa. Di sicuro però non sei un eletto perché non fai parte dell’MLO.

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