Tutti gli articoli di

Francesco Ceccamea

Articoli

La svolta slasher metal di Alice Cooper (1985-1988)

Alice Cooper

Voglio fare la colonna sonora di Nightmare on Elm Street – Alice Cooper nel 1986 o giù di lì

Uno dei miei articoli più accorati pubblicato su questo blog, parla di un disco di Alice Cooper che si intitola DaDa. Lui nemmeno si ricorda di averlo realizzato, è il batuffolo di ovatta che assorbì l’intera merda in cui si era ficcato Mr. Cooper, tra droghe, depressione e carriera a picco tra il 1981 e il 1984.

DaDa uscì nel 1983 e non vendette un cappero. Non ci fu nemmeno un tour a supporto. Tre anni dopo, Alice Cooper tornò sulle scene ripulito, con un nuovo contratto discografico (MCA) e un partner portentoso, Kane Roberts. Continua a Leggere

Articoli

Moralismi metallari – Siccome sei davvero cattivo, io non ti ci parlo più!

Non sorprende poi tanto la scelta di Aristocrazia Webzine di escludere qualsiasi artista metal che cozzi (ferrigni) con i principi della redazione, ma trovo sia profondamente sbagliata. Puoi esprimere la tua opinione riguardo Burzum, ma non censurarlo. Escludere dal nostro mondo chi non ci piace, quello che non condividiamo, fa parte di una tendenza pericolosa, coadiuvata dai social, dove entra solo chi la pensa come noi e dice cose che NOI troviamo intelligenti e carine. Continua a Leggere

Articoli La Truebrica del fantino Recensioni

L’attrazione fatale per certi felini – I Lion e Dangerous Attraction!

lion

No, non è un articolo su Tiger King, l’incredibile documentario che potete e dovreste vedere su Netflix. Qui parliamo dei Lion e di Dangerous Attraction. Un disco che mi ha accompagnato dal 1996 a oggi, finendo per essere la colonna sonora di alcuni momenti salienti della mia vita ed emblema della costante dissociazione col mio proprio tempo (my own time).

Il mio tempo, già. Quando diciamo una cosa del genere di che cavolo parliamo? Tradizione vuole che nel 1996, se hai diciotto anni e non sei ancora riuscito a scopare, ti ascolti Jeff Buckley, gli Smashing Pumpkins o magari qualcosa di più heavy-romantico-necrotico, come i Type O’ Negative o i Paradise Lost.

Se decidi di sublimare l’autoerotismo vai su un live dei Manowar e se concludi che la tua castità è colpa delle donne, ecco Domination dei Morbid Angel. Se invece sei uno davvero tagliato fuori da tutto e non cerchi giustificazioni ma vie di fuga, allora ascolti Dangerous Attraction dei Lion e ne trai energia che nutra il tuo bisogno disperato di riscossa e di un futuro cristianamente migliore. Continua a Leggere

Articoli

One Man Metal – La sottile linea nera tra arte e patologia!

one man metal

One Man Metal. Un uomo, una band. Partendo da Bathory che lo fu per varie ragioni personali (ma piuttosto pratiche e non ideologiche) e Burzum che invece scelse di fare tutto da solo per via di uno spirito elitario o se volete una pesta tremenda per la fase anale (in senso freudiano), siamo arrivati a una serie di esempi via via più numerosi. Questo documentario ne analizza tre: Leviathan, Striborg e Xashtur. Dietro questi progetti black metal si celano tre individui con storie molto particolari, una vita al limite dell’emarginazione e un bisogno estremo di sprigionare, esorcizzare e canalizzare il disagio mentale autentico in cui sono invischiati. Continua a Leggere

La copertina del mese

Ennio Morricone e Veronica Moser ascendono insieme al cielo, secondo noi!

Caldo cazzo! Anche per dei cavalli come noi, a un certo punto arriva la voglia di rifugiarsi in qualche anfratto boschivo, sfrattando cinghiali spompi e aspettando che le temperature calino e la smettano di mandarci in ebollizione il cerebro. Sdangher, come avrete notato è in vacanza e lo sarà fino a settembre, quando torneremo con pubblicazioni più assidue, un sacco di nuove sorprese e bla bla bla. Nel mentre non vi salutiamo del tutto, ogni tanto potremmo farvi qualche sorpresa e di sicuro non molliamo l’appuntamento mensile, dedicando la copertina sdaghera al personaggio/i/e più significativo/i/u degli ultimi trenta giorni. Per il mese di luglio, ormai sul finire, non potevamo evitare l’ennesimo necrologio. Continua a Leggere

Pascolando

Io, Chelsea Wolfe e le tombe dell’amor perduto e ritrovato!

chelsea wolfe

Ho iniziato a sentire Birth Of Violence con un anno di ritardo, ma chi segue Sdangher sa quanto freghi a me e agli altri ronzinanti delle scadenze promozionali, il sushi-nastro delle nuove uscite e il treno delle recensioni che ogni giorno affossano ogni speranza di vedere qualche vero contenuto nei siti musicali che non sia “compratelo è fico!” in un mondo che non compra e non vende più dischi.
Insomma ho scelto Chelsea Wolfe senza neanche sapere il motivo. Ce l’avevo in coda sul mio lettore mp3. Mi ha tenuto compagnia in un momento molto travagliato della mia vita sentimentale. Sapete, io sto con una donna da un anno e mezzo. L’amo e credo di aver vissuto insieme a lei una relazione davvero appagante come mai prima nella mia fottuta vita fatta di pippe, abbandoni preventivi, divorzi e crisi masochistiche.

Ebbene, come succede, nel giro di pochi giorni ho deciso di lasciare questa donna. Le ragioni non contano. Diciamo che ho avuto paura. In amore e guerra, con la paura spesso si sopravvive ma a volte si compiono sciocchezze impulsive che possono portarti nella tomba.

Non esagero perché mentre ero tornato di colpo single, ho iniziato a sentire un dolore così duro da sopportare che dopo due giorni di pianti quasi ininterrotti e il fisico spossato dalla tensione nervosa, ho deciso di tornare sui miei passi. Passi, ne ho fatti parecchi, camminare, camminare. Piangevo e camminavo per le strade, usando la mascherina per nascondermi il viso. La distanza di sicurezza mi ha aiutato a camuffare i singhiozzi, ma si vedeva che ero a cocci.

Così sono andato al cimitero, come faccio sempre in questi casi. Se piangi lì è una cosa normale, nessuno gli dà peso e ti giudica. Inoltre io e i morti abbiamo una specie di accordo, porto delle lacrime, di cui sono sempre assetati anche se non dedicate a loro, e in cambio mi tengono il gioco. E mentre ero davanti alla tomba di non so chi, pensavo che si mettono sempre in relazione l’amore e la morte per un motivo che mi è diventato chiaro in quel momento. Non si può sfuggire a nessuna delle due. Puoi illuderti di vivere senza amare, ma probabilmente lo dici perché già hai amato e hai scoperto la sofferenza che l’amore ti chiede in cambio di qualche giorno spensierato e di qualche notte infuocata con un’estranea che credi di conoscere da sempre. E poi scopri di no. Che è un’estranea, lo è sempre stata.

Ma l’amore non si sfugge. Puoi pensarla come ti pare, che non conviene, e che tanto alla fine ci rimetti sempre, ma prima o poi il tuo cuore partirà ancora per qualcuno e soffrirai. Soffri sia che non vivi che se vivi una storia. Non c’è via di fuga. Puoi credere di poter domare il cuore, così come puoi credere di essere eterno.

Piangendo il mio amore perduto davanti alla tomba di questo tipo un po’ rubicondo che ho il vago ricordo di aver visto qualche volta al laboratorio dove lavoravo, per delle analisi, probabilmente su trigliceridi, colesterolo e glicemia, speravo che Chelsea Wolfe mi carezzasse l’anima, come una mamma con un figlio moribondo.

Come faceva quella vecchia canzone? “Mamma, perché invece di comprarmi i balocchi, spendi tutto in quei profumi?”

La ricordate? No? Bene, perché era orrenda. Negli anni l’ha cantata Villa, Milva, De Sica e se avete fiducia, prima o poi magari la rifarà anche Battiato, un giorno che vi odierà tutti e gli girerà particolarmente male.
Ma torniamo a Chelsea. Il disco scelto come sostegno emotivo, nel momento in cui stavo convincendomi che fosse giusto chiudere la mia storia.

Cullami Chelsea, mostrami una via da seguire. Dammi coraggio, allevia le mie pene. E invece sapete cosa? Quella puttana sembrava darmi ragione, con tutte le frasi dedicate alla ricerca, la trasformazione interiore e il bisogno di ingoiare il dolore come una chiave. Poi il disco è invece diventato sale sulle mie ferite, con un brano che si intitola American Darkness, dallo stile molto vicino ai brani che si sentono nella colonna sonora del film di Paul Thomas Anderson.

Magnolia. Ricordate di averlo visto? Io non lo dimenticherò mai. Tre ore in un cinema, col mio metro e 82 incassato in poltroncine da nani. Finii per vedere l’ultimo tempo in piedi insieme agli altri spettatori, passando il peso da un piede all’altro all’infinito mentre sullo schermo piovevano rane e una canzone, Wise Up di Aimee Mann, mi trasformava il cuore in un gigantesco rospo espettorante lacrime acide di solitudine.

Che cazzo, quel pezzo è stato per me. Ed è ancora. L’intero disco di Magnolia non è semplicemente una soundtrack di un vecchio film degli anni 90, di un cinema emotivo che ormai si fa nei canali streaming e non più in tre ore ma in duecento, stagione dopo stagione. Un cinema di sogni bislacchi e maledettamente post qualcosa, solitudini moderne ricoperte di lì a poco dalla polvere e la follia dell’Undici settembre. Quel disco per me è la morte.

Soffro come un cane ogni volta che lo risento perché mi ricorda il primo amore della mia vita. Le doppiai Magnolia, per sentirlo in macchina quando non ci vedevamo, così da tenere le anime in contatto. “Ci sono io dentro quel disco. Il mio cuore suona con la voce da discount pop di questa tizia, con le chitarre arrangiate alla Nashville e le melodie in stile Ally McBeal facciamoci una birra e soffiamo palloincini alcolici in faccia alla vita dura vista da uno studio legale.

Quanto cazzo le canzoni si leghino a determinati momenti. Se questi momenti sono stati di pura felicità e sogno, quando si torna a evocarli, le note diventano chiodi. Se a quei momenti poi è seguito tutt’altro, delusione, incubo, perdita allora prendete il fottuto cd in cui l’avete intrappolato e andate sulla spiaggia dove siete stati felici. Seppellitelo sotto un metro, fateci sopra un bel castello e non vi voltate finché la marea della vita non l’ha ridotto a una poltiglia informe. Poi piangete pure e riprendete la vostra strada, senza più tornare a quelle canzoni. Mai più.

Certi dischi sono come geni nella bottiglia, ricordi di morte e di dolore profondo che restano racchiusi lì dentro, quando vuoi farti una pera di merda che ti sprofondi ancora in quel crateri bui e affamati, non ti resta che spingere play. La cosa pazzesca è che la stessa Chelsea Wolfe ha dichiarato, cosa che ho scoperto dopo aver fatto da solo la connessione, che la canzone American Darkness è un omaggio proprio a Magnolia. E questa se permettete è magia nera.

Ma è la successiva Birth Of Violence, terza in scaletta, a darmi il colpo di grazia e scagliarmi nel culo di un ghiacciaio.

Le canzoni sono come gli avvocati. Danno ragione al proprio cliente. Sempre. Ci si aspetta che la musica aiuti, che sia sempre dalla nostra parte. Quando soffriamo un abbandono, ecco che le canzoni prendono la nostra rabbia e la trasformano in speranza di rivalsa o di perdono, ci culliamo in liriche smielate che fino a poco prima ci sembravano stupide e scontate. Ci aggrappiamo a un ritornello che apre uno spiraglio di luce nel buio delle nostre viscere, ma non capita mai che una canzone prenda le difese della donna che hai scaricato.

Prima di rompere c’è stato un duro confronto tra me e lei, ma alcune parole si sono posate ai bordi delle mie orecchie senza mai raggiungere il mio cervello. Ho ascoltato ma non ho compreso o forse non ho voluto comprendere.

Ma appena Chelsea Wolfe ha iniziato a cantare le sue strofe, in Birth Of Violence, è stato come se finalmente il messaggio che la mia ex ragazza ha gridato con le lacrime agli occhi due sere prima, mi sia stato finalmente conficcato al cuore.

La prima parte del pezzo è un dialogo astruso con un uomo pieno. Quindi immaginate misteriose figure che compaiono e scompaiono, e poi ammicchi incomprensibili a quest’uomo ingenuo e che vuol cavarsela a buon mercato, ma ogni tot di rime ecco una frase che sembra riguardarmi in modo ironico:

No, non te la caverai con così poco, caro… No, non mi verrai mai davvero vicino… Non lasceremo che ti portino via da me… Mi perdonerai se sono in coma da codeina…

Le canzoni sono come le macchie di Rorschach. Sapete quelle stese di inchiostro su un foglio. I medici le sottopongono al matto e gli domandano, cosa vedi? Ecco, in un pezzo puoi vedere e sentire tutto ciò che desideri. Charles Manson nel disco bianco dei Beatles sentì il piano che gli serviva per conquistare il mondo e compiere il suo destino. Mio padre in un pezzo dei Pink Floyd con un maiale volante nel cielo ci ha sentito l’autorizzazione a prendere in moglie mia madre.

Sia Charlie che papà volevano sentirsi autorizzati in modo fatalistico a fare ciò che hanno fatto. Si tratta di un modo fanciullesco di scorgere segni fatali intorno a noi, che ci diano la spinta per credere che ciò che vogliamo sia anche ciò che vogliono gli dei, la natura, l’universo.

Io probabilmente volevo ripensarci, nonostante la mia risolutezza. Il brano di Chelsea è un classico gospel cantautorale, con la voce profonda, la chitarra effettata e qualche rimbrotto sintetizzato a far da ritmo, poi nella parte finale arriva un arpeggio più selvaggio e sopra di esso, poco dopo, la voce di lei si libra come quella di una sacerdotessa del deserto africano, e poi muta di un’ottava in una colomba sanguinaria e mi ripete: Baby lo sei… Baby lo sei… L’unico… L’unico…

Le stesse identiche parole della mia ragazza che mi tornano addosso come il vento spietato del deserto di notte. Sento la sabbia delle mie intenzioni che si ritira sotto i miei piedi e sprofondo, sprofondo sempre di più. Come puoi lasciare una donna che ami, il dolore ti sta strappando la pelle di dosso, solo per le teorie di qualche generale impaurito che segue gli scontri dalla cima della montagna, pronto a salpare l’oceano, appena vede i suoi prodi diventare balle di carne e vestiti e fango? Come puoi spegnere l’anima davanti a colei che ti dice, unico, baby lo sei. Per me lo sei.

Anche oggi sono uscito a passeggiare, sotto la pioggia che mi ha sorpreso a metà strada. La musica di Chalsea Wolfe è ancora nelle mie orecchie ma non sento più traccia di quel freddo carnale, né indizi di fuga verso vie ancora non percorse. Sono tornato con la donna che amo e questo disco adesso mi culla come un disco qualunque dovrebbe sempre fare, qualsiasi cosa decidiamo di volere. Baby, tu lo sei… Baby!

Articoli

Hard Rock – Quarant’anni di giornalismo musicale senza aver imparato nulla!

hard rock

Oggi è in edicola il primo numero della rivista Hard Rock, pubblicata da Sprea editore, al costo di 6 euro e cinquanta. So che molti la compreranno. Ci sono quelli che ammettono una certa curiosità, altri lo faranno per nostalgia, chi per invidia e alcuni per completismo: collezionano riviste metal e ci tengono ad avere almeno il numero 1 di questa. Hai visto mai che tra 340 anni ci si possa ricavare un bel gruzzolo a rivenderla a qualche revisionista spaziale. Continua a Leggere

Articoli

Chi non risica e chi rosica – L’arrivo in edicola di Hard Rock crea scompiglio nel Fogametal!

hard rock

Ed eccoci tutti in grande attesa per l’arrivo dell’inaspettato terzo polo giornalistico metallaro. Hard Rock, rivista edita dal signor Sprea e che avrà come caporedattore Francesco Coniglio, fa discutere il piccolo golfo saprofitico dei durissimi del rock in Italia. Di certo le dichiarazioni del suddetto Coniglio a Metalitalia sono a dir poco heavy, definendo Rock Hard e Classix Metal, due autentiche fanzine.
Ovviamente il Fuzz non c’è rimasto molto bene, sotto i commenti all’articolo si è presentato e ha difeso con una buona dose di ironia la sua rivista, mossasi tutti questi anni a un livello “professionale” (le virgolette sono mie). Continua a Leggere

Pascolando

Un figlio senza tablet o un genitore senza figlio?

tablet

Insomma, mia figlia è diventata un’adolescente. Ha avuto le sue prime mestruazioni e ha sviluppato tutti i segni inequivocabili della nuova fase: sguardo risentito, silenzi lunghi e lacrime, tante e assolutamente prive di relazioni con il mondo esterno. Le domando perché piange ma lei non mi sa dire. Le viene così. A peggiorare la situazione c’è che per punizione, io e sua madre abbiamo deciso di confiscarle il tablet. Ora, mia figlia adolescente senza tablet, durante l’era del Covid 19 è forse qualcosa che va al di là delle mie forze. Continua a Leggere

Articoli

Speciale Dissection – Vita, morte, ammazzamenti e suicidi di una band che faceva seriamente sul serio

Molti pensano alla storia del metal in modo lineare. Prima è avvenuto questo, poi quello… e in particolare molti credono che le forme più estreme della musica heavy si siano succedute così, cronologicamente. C’è chi crede che sia nato prim il thrash, poi il death e il grind e infine il black norvegese. Altri invece, tra cui Jeol McIver, dicono che i principali esponenti di questi generi cominciarono tutti nello stesso periodo e che solo l’attenzione del pubblico e le etichette, che via via ne aiutarono il successo, hanno determinato questa apparente “evoluzione” verso il caos.

I Dissection però non appartengono a quella prima generazione di folli bambini del nord-Europa. Iniziarono a darsi da fare nel 1990 e avevano le idee piuttosto confuse. Fu in primavera. A quanto pare anche il male rigoglie insieme ai fiori e le foglie… Che fa pure rima. Ammesso che sia corretto dire rigoglie, ma della grammatica non me ne coglie.

Continua a Leggere

Iscriviti alla Mailing List di Sdangher
Inserendo la tua email, acconsenti al trattamento dei tuoi dati personali.