Tutti gli articoli di

Francesco Ceccamea

Pascolando

Dal Folkstudio a Dylan Dog, generazioni a confronto sul posto fisso

posto fisso

Ciao sdangheri, spero stiate passando una domenica decente, anche se la situazione ormai è talmente depressiva che persino la prospettiva di mangiare la pizza non basta più a farci passare il nervoso.

Nei giorni scorsi stavo ascoltando il primo disco di Edoardo De Angelis (realizzato in coppia con Stenlio) Il paese dove nascono i limoni. A un certo punto i due attaccano una cover del celebre pezzo di Venditti Sora Rosa.

Sapete, quando arriva la parte in cui dice:
Me ne vojo annà da sto paese marcio,
Che cià li bbuchi ar posto der cervello,
Che vò magnà dull’ossa de chi soffre,
Che pensa solo ar posto che po’ perde

Ecco, quando ho sentito l’ultimo di questi versi io ho trasalito (ma potrei anche dire sono trasalito, eh).

Poi ieri stavo ascoltando il primo album dei Grosso Autunno (1976) e a un certo punto Luciano Ceri canta, in un brano che si intitola Foschia di pioggia:

Non ho scarpe per tornare in fabbrica
A vendere l’anima
Di nuovo ho avuto un trasalimento. Stiamo parlando della prima metà degli anni 70 dello scorso secolo, quando c’era una rabbiosa contestazione giovanile verso ogni genere di istituzione: dal matrimonio alla proprietà privata, dalla Chiesa al concetto bistrattatissimo di posto fisso.

In molti dischi italiani di quegli anni (influenzati da quelli stranieri di allora, ovvio) si parla spesso di andare via, di fuggire verso mondi nuovi, cercando alternative a un sistema che, grazie alle sicurezze illusorie che ti offriva, mirava a tarpare le ali a poeti, innamorati e idealisti. C’era un costante bisogno di parlare di rivoluzione. Farla era un altro discorso, ma intanto parlarne.

Io voglio solo riflettere su quanto oggi sia per me importante avere un misero posto fisso e su come non senta alcun bisogno di fuggire, volare via, verso l’India o altre mete esotiche e dal voltaggio spirituale spintissimo. Non vedo nell’impiego sicuro una violazione della mia dignità, una fregatura o una sconfitta. Sono ricattabile? Andatelo a domandare a quei disoccupati che accettano contratti ridicoli per pochi mesi l’anno, in cooperative dove li sfruttano e umiliano.

Ricattabile per cosa? Combattere il potere e le ingiustizie? Beh, diciamo che non credo si possa cambiare niente di questo sistema se non con un martire del livello di Ghandi o Cristo e siccome non credo di essere io colui, né mi sembra di vedere dei facsimili in giro, ho l’impressione che sia impossibile fermare questo sistema orribile che ci governa. Cerco solo di sopravvivere.

Sarà orribile da dire ma è ciò che penso. La mia esperienza di 40 anni mi dimostra che è così.

Ho un contratto di tre mesi e praticamente è quasi scaduto. Forse tornerò disoccupato e questa prospettiva mi atterrisce.

Ricordo che ancora da adolescente, nei primi anni 90, mi capitava di vedere il posto in banca come qualcosa di orribile, mortale quasi. Un mio amico un giorno mi guardò negli occhi e mi disse: “non intendo fare la fine di mio padre, in un ufficio tutta la vita a contare i soldi di qualche riccone”.

Non era Marx o Castaneda a ispirare certi discorsi in me e nei miei amici, ma Tiziano Sclavi. Nei primi numeri di Dylan Dog non si faceva altro che parlare di cosa fosse il VERO orrore o i VERI mostri, indicare le cose più banali come fare la spesa, guardare la TV, i politici, andare in ufficio ogni giorno contrapponendoli a un malinconico vampiro o un patetico freak in un sottoscala.

I veri mostri erano quelli che facevano le cose secondo il sistema, mentre le creature che si nascondevano nell’ombra, i sognatori, i ribelli e i reietti erano angeli pericolanti in un mondo mostruosissimo.

Ho dedicato la mia esistenza alla scrittura: romanzi, articoli, saggi, lettere anonime… Sogno tanto, e credo di potermi salvare buttando giù parole, appresso dai pensieri che condivido con voi.

Ma sono qui che prego più di tutto il rinnovo del mio contratto perché voglio un lavoro, capite?

Voglio i soldi per mangiare, per non pensare al grande casino della sopravvivenza, che è molto peggio del casino della politica che non va e degli abusi di poteri da impedire. Non c’è scrittura senza cibo, non c’è sogno senza un letto e non c’è desiderio di fuggire senza una prigione.

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Alexi Laiho eh, ma che brutta sorpresa!

alexi laiho

Sostanze stupefacenti e alcool sono la causa di una morte su quattro nel mondo del rock and roll, secondo il Journal of Epidemiology and Community Health. Cento tra i “wild child” deceduti presi in esame avevano meno di quarantadue anni e sono scomparsi tra il 1956 e il 2005. Gli inglesi in media a 35 anni, gli americani di 42 anni. 

Il pubblico dei metallari è curioso. Passa la vita a sentire gente che canta di suicidio, dipendenze, depressione e tristezze varie, ma se poi uno di questi artisti finisce in obitorio, si sorprende e addirittura si scandalizza.  Continua a Leggere

Pascolando

Auguri bro! Riflessioni equine su compleanni facebook, smettere di essere follower e la ricerca della felicità!

auguri

Ehi, voi sdangheri che non siete altro, come ve la sgroppate? Qui si va a meraviglia. L’amore c’è, la grana pure e la salute… beh, non voglio dirlo forte di questi tempi, quindi ci siamo capiti. Vi avverto, non leggerete un post incentrato su una sola cosa, andrò a random, come un amico cavallo che vi scrive dopo non essersi fatto sentire per un po’. Continua a Leggere

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Aerosmith – Speciale Permanent Vacation (in occasione di nessuna cazzo di occasione ma solo perché ci andava di scriverne)

permanent vacation

Come ho fatto presente nell’articolo dedicato a Done With Mirrors, gli Aerosmith, a un certo punto, hanno consegnato il proprio destino in mano a degli esperti di hits, gente che sapeva letteralmente fabbricarne e in questo modo si sono assicurati un futuro, oltre alla possibilità di suonare, all’interno dei dischi zeppi di successoni appositamente costruiti, anche la musica che realmente ritenevano rappresentativa di ciò che desideravano fossero gli Aerosmith. Continua a Leggere

Pascolando

La monnezza che abbiamo dentro possiamo spazzarla solo da noi!

Passavano al mattino presto. La luce arancione a intermittenza si rifletteva sul soffitto della sua camera più o meno quando si svegliava, e lui rimaneva disteso sul letto ad ascoltare il frastuono dei rifiuti che venivano compattati. A volte, si alzava per andare alla finestra a osservare i netturbini con le loro tute che, con un gesto reso semplice dall’abitudine, gettavano il sacco dentro al camion e spingevano il pulsante. Le ganasce del camion si apriano e si chiudevano, i netturbini saltavano sul predellino e il camion si muoveva in direzione del portone successivo. Ogni volta che li osservava Oskar provava una sensazione di calore. Si sentiva al sicuro nella sua camera perché le cose funzionavano.  (Tratto da Lasciami entrare di John Ajvide Lindqvist, Marsilio Editore)

Mi permetto di cominciare questo post domenicale con una citazione che esprime al meglio quello che è la nettezza urbana per la maggioranza di noi: la prova che le cose funzionano. Continua a Leggere

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Pink Cream 69 – La band che ha finito per svanire sotto i propri stessi accordi

pink cream 69

I Pink Cream 69 sono la band dove cantava Andi Deris, vero? Esatto. La maggior parte di voi, nel proprio file mentale, ne troverà uno con il nome di questo gruppo e dentro leggerà solo questa informazione. Andy con la ipsilon o Andi con la i, a seconda del periodo storico, ovviamente.
In effetti fino a un anno fa, anche io non mi ero mai troppo soffermato su questo gruppo, poi un giorno ho sentito dire cose stratosferiche di Dennis Ward come produttore, in particolare per il lavoro svolto su Electrified dei Pink Cream 69, band dove ha suonato per quasi trent’anni e che ha mollato di recente, con una serie di motivazioni abbastanza deprimenti, che affronterò più avanti. Continua a Leggere

Pascolando

Un netturbino al tempo del Covid

netturbino

Cari sdangheri, è un po’ che non vi scrivo. Sì, certo, ho pubblicato articoli monografici (presto ne arriveranno altri due, uno su Pink Cream 69 e uno sugli Helloween post Kiske) più qualche altra cosetta riflessiva e invettiva, ma un bel domenicale era da tempo che non lo buttavo fuori. Sono mesi e mesi, davvero. Più o meno dal primo lockdown. Probabilmente ho accusato il colpo. In questo blog abbiamo sempre tenuto un alto tasso di biografismo, con momenti di confessioni incresciose e imbarazzanti (per voi lettori, io non mi pento mai di scrivere con sincerità). Continua a Leggere

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La micro-editoria e il futuro della musica da leggere

mercyful coven

Leggendo Mercyful Coven, il volumetto fanzinaro scritto da Marco Grosso e interamente dedicato agli “evil years” dei Mercyful Fate, non ho potuto fare a meno di riflettere su alcune questioni. Non voglio soffermarmi sul librino in oggetto, sarebbe un gesto poco rispettoso nei confronti dei lettori e dell’autore stesso, visto che io e lui ci conosciamo bene (ha pure scritto su Sdangher). Finirei per compitare una delle solite marchette inutili tra “colleghi”, che si vedono spesso in rete e anche su certe riviste. Continua a Leggere

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