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Francesco Ceccamea

Pascolando

I Ain’t No Good Boy – Un e-book sugli anni di Lemmy negli Hawkwind, assaggiate il primo capitolo!

lemmy

Insomma non sono un bravo ragazzo e non per cattiva volontà. È che mi sono sempre divertito un casino.
A Londra, dopo una nottata di speed e senza aver dormito nemmeno un’ora, mi buttavo per strada e già alle dieci del mattino ero a far colazione con una pinta. Quelli come me sono fatti così: non ce ne stiamo lì a riflettere su cose come la pensione o un’assicurazione sanitaria. Non siamo persone normali né si può dire che all’epoca fossimo rock star. Eravamo sbandati, tutto qui. Continua a Leggere

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Metallari, che delusione… Ora che è giunto il nostro tempo ci lasciamo morire insieme al vecchio, porco mondo!

covid 19

Non so voi ma dal mio piccolo mondo fatto di caffé a tutte le ore, masturbazione compulsiva e prolasso esistenziale, ho come l’impressione che non stia più uscendo nulla di rilevante in ambito metal. Del resto il Covid 19, nemico della musica e dei giovani, ha bloccato concerti, reso difficoltose le spedizioni internazionali delle copie fisiche e bloccato l’intero carrozzone dei festival. La domanda quindi è, che cazzo lo fai uscire a fare un disco? Continua a Leggere

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Cannibal Corpse – Dalla tomba alla tomba (1987-1994)

cannibal corpse

Se gli Obituary, i Deicide, i Morbid Angel trovarono il successo sotto casa, i Cannibal Corpse furono tra le band più importanti del death a dover muovere il culo e farsi miglia e miglia di strada dentro un furgone scassato, partendo con la neve alta così, da Buffalo, New York e arrivando in Florida, ai fottuti Morrisound. Curioso, vero? Ai Morrisound oggi non va più nessun gruppo death, neanche a pagarlo. La scusa ufficiale è che pare siano poco aggiornati sulle moderne tendenze del metallo estremo (e sempre molto costosi). Eppure al tempo in cui dei ragazzi del nord rischiarono la vita pur di incidervi il loro primo album, i Morrisound ne sapevano quasi zero di death metal e su come si registrasse un disco di metal estremo, come del resto in qualsiasi altro posto del mondo, con la differenza che lì ciò che non conoscevano, lo inventarono.
Ma questo non è certo uno speciale sui fratelli Morris, qui parliamo di Cannibal Corpse. E per tornare a loro, fecero quel viaggione, che gli costò diverse piaghe da freddo al culo e alle mani e una quasi polmonite, ma fu il solo grande sacrificio che dovettero affrontare, perché bisogna ammettere che sul resto ebbero da subito la strada spianata. Continua a Leggere

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“Ciao Bob, sei fuori dalla band. Mi dispiace, amico!”

Tomb è stato l’ultimo album in cui c’ero anche io, ricorda Bob Rusey. “E devo dire che è stato piuttosto stressante per me quel periodo nella band. Non era un momento felice. Ricordo che la scena stava esplodendo. Noi ci divertimmo parecchio nei tour europei. Ci trovammo davanti a una cosa enorme. E scrivere il terzo disco fu un po’ diverso, dagli altri due, probabilmente per via di tutto quel cambiamento intorno a noi. Sentivamo che la gente si attendeva qualcosa di più e le cose tra noi tutti erano un po’ tese. In particolare io e Alex non andavamo più tanto d’accordo. Lui, Jack e Paul volevano crescere con la tecnica. I Sadus erano molto popolari a quel tempo nella scena death ed erano grandi musicisti. Nessuno di noi era vicino a quel livello tecnico. Alex voleva scrivere tutte queste parti di chitarra intricate. Ricordo che un giorno Paul si presentò con alcune idee nuove ed erano piuttosto semplici. Suonavano bene e mi piacevano. Ma Alex disse subito: “No amico, sei un batterista. Stai dietro la batteria e non preoccuparti dei riff. Insomma, c”era parecchia pressione e anche tra noi tutto si era complicato. Ricordo quando Alex ha avuto l’idea di “Hammer”. Cazzo, era una roba davvero intricata. E l’intero disco è andato in quella direzione. Nei primi due lavori io ho scritto molta musica. Con Tomb ho trovato un muro. In quelle condizioni ho faticato a tirar fuori idee. Questa competitività avrebbe dovuto spingere tutti a dare il massimo e in un certo senso così è stato, ma personalmente mi ha quasi spento la fantasia”. Continua a Leggere

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Hammer Smashed Face è dedicata a una persona in particolare…

Così ricorda Jack Owen la rottura durante la preparazione di Tomb Of Mutilated. “C’erano opinioni diverse nella band, quindi Rusay e Barnes andarono via per un po’. Paul e Alex invece rimasero assieme e continuarono a lavorare. Hanno scritto Hammer Smashed Face durante quel periodo. Io ero sempre nel mezzo. Come nei Deicide, Steve lo è sempre stato tra gli Hoffmans e Glen. Non sapevo davvero cosa fare con Rusay e Chris, ma penso che stessi cercando di tenere tutto insieme”.

Jack Owen sentiva che il gruppo doveva proseguire unito, almeno per un altro po’ di tempo. “Se mi fossi riunito con Alex e Paul, probabilmente avremmo trovato un altro cantante e un altro chitarrista, seguitando a usare il nome, visto che era stato proprio Alex a inventarlo. Ma avevamo tutti firmato un contratto e c’erano degli impegni da rispettare e un tour da fare. Era tutto troppo bello per lasciarsi andare così”.

Uno dei motivi della scissione erano le divergenze creative ma non solo. Pare fosse pure una questione di soldi. “Non abbiamo mai reso pubblico questo split” dice Alex. “Chris stava gestendo il tour. E iniziammo a fargli delle domande su cosa stesse succedendo ai soldi. Ne discutemmo.  C’erano molti attriti. Io e Paul iniziammo a scrivere “Hammer” durante la rottura che ne conseguì. Eravamo come, “Fanculo! Siamo fuori. “Eravamo parecchio incazzati l’uno con l’altro. Eravamo un gruppo di ragazzini alle prese con un tour per la prima volta nella loro vita. Eravamo vissuti in un furgone per un mese e alla fine del mese eravamo pronti a separarci. E questo è quello che facemmo. Litigammo e ci mandammo al diavolo. 

Paul Mazurkiewicz: “Io e Alex ci spostammo lungo il corridoio della sala prove. Ufficialmente lasciammo la band ma continuammo a utilizzare il posto dove suonavamo. Spostammo tutte le nostre cose lungo il corridoio e in tre giorni scrivemmo Hammer Smashed Face. Era di Chris la faccia che volevamo spaccare. Lo scrivemmo spinti da una gran rabbia. Ma alla fine tornammo insieme. Ci riconciliammo e andammo avanti. Volevamo tutti solo incidere un altro album e andare avanti, alla fine dei conti”.

Alex: “la separazione durò una settimana o poco meno”

La prassi di una buona separazione, tolte le inevitabili eccezioni, è che prima di avvenire sul serio, c’è un tentativo, solitamente breve, a cui segue un repentino ritorno all’ovile. Le due parti, spaventate e pentite, sprofondano in una cascata di incertezze e paure e alla fine ritornano sui propri passi. Ma si tratta della prima breccia di quella che poi sarà la rottura decisiva, quasi sempre di poco successiva al ritorno insieme.

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Obituary 1999-2019 – Dalla criogenesi alla vecchia fattoria – Seconda parte di uno speciale che levati!

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“Più che una pausa la definirei criogenesi” – Frank Watkins

Durante il break degli Obituary che va dal 1998 al 2004 si è scritto e chiacchierato parecchio. La band si era sciolta? Si era presa una lunga pausa? Erano morti e sepolti o in eterno attendenti? Possiamo basarci sulle sensazioni di Allen West (e quindi andiamoci cauti). Lui è l’unico che sembra aver trasgredito la linea dicendo la verità, o almeno ciò che lui percepiva come la verità.
“In quegli anni Allen vivevo con una certezza profonda: gli Obituary erano andati per sempre. John ormai si trovava fino al collo nel business dell’informatica, Trevor e Don tiravano ancora avanti con la musica come potevano: il primo con una band piuttosto modesta, i Catastrophic, e l’altro come mercenario per Andrew W.K. E io mi sfondavo di canne e assemblavo Jacuzzi, dopo che anche i Six Feet Under mi erano stati tolti da sotto il culo da “quel figlio di puttana di Chris Barnes”. Continua a Leggere

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A proposito di alcune copertine dei dischi degli Obituary…

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Non so bene come gestire questo box. Non si tratta di una gallery di tutti gli artwork degli Obituary, commentati uno per uno. Non mi interessa farlo. Durante le mie ricerche ho scoperto diverse cose interessanti e sorprendenti, come mi capita ogni volta che decido di approfondire su una band di cui mi illudo di conoscere già praticamente tutto quello che c’è da conoscere. Nel caso degli Obituary ne avrei per venti box. Ce ne sarebbe da fare uno su Don Tardy e i suoi gatti, uno sugli ultimi anni di Frank Watkins nei Gorgoroth e tanti altri ancora. Purtroppo non mi tira di farli ma un articoletto sulle copertine mi sembra necessario.

Ci sono tre cose interessanti a riguardo. La prima è che l’artwork di Slowly We Rot si ispira alla copertina di noto romanzo horror. Ecco cosa dice Peres a riguardo: “Il disegno è di Rob Mayworth, un ragazzo di Tampa, lo stesso che ha realizzato le Hot Tuna T-shirts, così popolari in Florida. Gli ho fatto vedere il nostro vecchio logo e lui ci ha lavorato sopra ispirandosi a una copertina di IT di Stephen King.

La seconda cosa interessante riguarda il pasticcio diplomatico nato intorno alla copertina di Cause Of Death, che per Don Tardy è la più bella e rappresentativa del sound degli Obituary.

Allora, per cominciare si tratta di un pezzo di un quadro più grande. La Roadrunner lo propose al gruppo appena terminato l’album dimenticando che già i Sepultura l’avevano scelta per Beneath The Remains.

Gli Obies se ne innamorarono subito e diedero l’ok per farne la copertina di Cause Of Death e la cosa non piacque molto ai fratelli Cavalera. In particolare Igor.

Gli Obituary chiesero scusa alla band brasiliana. C’era un gran bel rapporto di amicizia tra i due gruppi e i Tardy non si sognavano certo di rovinarlo per una copertina, ma quando i Sep vennero a sapere la cosa, era praticamente tutto fatto. Fu un errore di Monte Conner e pare che ancora oggi Igor non glielo abbia perdonato.

Ma vi ho detto che l’occhio terrorizzato che vi guarda dal 1990 vi implora di acquistare il disco dal 1990, è solo un pezzo del quadro di Michael Whelan, autore di molte altre copertine della Roadrunner di quegli anni. La parte esclusa dalla copertina di Cause Of Death se lo presero i Demolition Hammer per usarla come artwork del loro Epidemic Of Violence, uscito con la Century Media. (Vedi qui sopra).

Per finire una considerazione sull’artwork di The End Complete (vedi qui sopra) che oltre all’album è anche la t-shirt degli Obituary più venduta di sempre. Al tempo, da fan ricordo che la trovai davvero suggestiva e anche originale, perché non c’era un personaggio, solo uno scenario di desolazione estrema, allora infatti almeno uno scheletro, un mostriciattolo, uno spettro decomposto, le band death lo facevano sempre piazzare davanti a un paesaggio brullo e minaccioso. In The End Complete no, c’erano solo i sassi. Il titolo associato a quel disegno poi ha suggerito a tutti un pronostico sull’estinzione umana, diffondendo l’idea che la parentesi ecologista del gruppo nascesse prima del 1994.

E invece è sbagliato. In pratica il gruppo scelse il quadro dopo aver composto il pezzo e solo il pubblico interpretò titolo e immagine come un monito per la razza umana e la sua attitudine distruttiva e irriguardosa verso il pianeta che lo ospita. Con la successiva copertina di World Demise anche il gruppo palesò il concetto suggerito con quella di The End Complete. Il secondo paesaggio senza attori è giudicato però dalla band stessa, ormai a posteriori, troppo debole. In particolare Allen West ha sempre pensato che non fosse brutale a sufficienza per un disco death metal.

La tradizione del paesaggio come protagonista assoluto trova la sua ipotetica conclusione trilogica nell’artwork di Frozen In Time, che sembra una versione natalizia di quello di The End Complete, non vi pare?

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Allen West vs Chris Barnes – La verità ha sempre più di un paio di mutande

Allora, noi tutti sappiamo da quel dì, che Six Feet Under era un progetto nato dalla volontà di Allen West degli Obituary e Chris Barnes dei Cannibal Corpse, durante un periodo in cui i due si sentirono in qualche modo vogliosi di riportare il death metal alle origini marce e grezze, dato che tra produzioni sempre più sofisticate e furbe (World Demise) e l’esasperazione tecnica (The Bleeding) i due iniziavano a non vedere più la via di casa. Continua a Leggere

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A Vetralla tutto bene ma che vento…

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Qui a Vetralla il virus non è ancora arrivato. C’è un solo caso registrato di una signora anziana ricoverata già da tempo ma appena Tusciaweb ha scritto “…Vetralla 1”, in paese si è scatenato il “totoinfetto” e di sicuro molti sono certi di conoscere nome, cognome e circostanze del ricovero del vero malato uno. E come minimo sarà un solo infermo ma con venti nomi e più volti diversi. Niente morti, comunque. Per ora da noi è arrivato solo il franchise del Coronavirus: le mascherine, gli spruzzini di Amuchina fuori dai negozi, gli sguardi torvi e sospetti, i metri di distanza e le strade deserte, i bar chiusi e l’ansia. Tutti in casa davanti ai televisori a sentire gli aggiornamenti del bollettino della Protezione Civile. E con il franchise pandemico che il Governo ha elargito all’Italia intera per bocca del mellifluo e piacionico Conte, è arrivato il senso di attesa per qualcosa che deve accadere, un peggioramento, un pan-demonio. Continua a Leggere

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Speciale Obituary 1985-1999 – Quando la putrefazione era una roba da ragazzi!

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Nota: Salve primati, prima di immergervi in questo articolone sugli Obituary (Obies, per gli amici) vi chiedo un momento di attenzione. Troverete dei link ma non pensate siano i soliti rimandi a Wikipedia o a vecchi articoli sdangheri. Si tratta di pezzi nuovi nuovi che ho scritto appositamente per questo specialone. Prendeteli come dei box di approfondimento, che siete liberi di leggere o magari risparmiarvi e tirare dritto con il pezzo principale. Fate come vi pare, ma non sottovalutate i link, tutti (tranne il primo e il secondo) conducono a stanze interne che completano il lavoro sugli Obituary e se li leggete sono contento.

Francesco Padrecavallo Ceccamea

Gli Obituary un tempo erano una band dall’alone misterioso e decadente. Purtroppo dal 2004 hanno iniziato a mostrarsi sul palco con le loro pance prominenti e l’aria rilassata, quell’attitudine cazzona USA da bbq e birra, spinelli e old records, che onestamente converte in modo assai sconveniente tutto quel loro mistero primordiale emerso dai gloriosi anni in cui la Florida esportava puzza e grasso cadaverino un tanto al chilo e l’urlo di John Tardy si ergeva su un cumulo di purulente macerie. Continua a Leggere

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