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Max Incerti Guidotti

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Pay to Play – Ultima spiaggia del Music Biz?

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Pay To Play: una storia vecchia

Il “pay to play” è un fenomeno presente in diversi ambiti e che ha dato vita a ramificazioni piuttosto complesse da analizzare. Oggi ci vogliamo occupare di quello musicale, che tanto sta facendo parlare di sé e che esisteva già in una sua forma nella scena rock losangelina degli anni ’80. Funzionava così: consapevoli dell’esplosione della musica rock e della presenza di molte giovani band vogliose di sfondare, parecchi locali lasciavano utilizzare la propria venue per concerti rock. Questo avveniva a patto che i rocker in erba, di solito alla ricerca di un contratto discografico, fossero in grado di trasformarsi in una sorta di piccoli promoter del proprio gruppo. Se il complesso vendeva o faceva piazzare un numero minimo di biglietti, la data nel locale, più o meno prestigioso, andava in scena e per il reciproco interesse.
pay to playI gestori dei locali, gli agenti intermediari e i gruppi emergenti, avevano tutti la loro fetta della torta ma la ricompensa della band era la visibilità, una “exposure” che, negli anni ’80, a Los Angeles, aveva un senso e prospettive ben diverse da quelle attuali. Allora c’erano davvero gli scout delle major a sondare sul campo i nuovi talenti su cui investire. Era un po’ come nel calcio, quando i nostri dirigenti dei club di Serie A (che lo fanno ancora ndA) andavano in Sudamerica a seguire le partite minori del campionato brasiliano per scovare i nuovi Zico e Falcao. Peccato che gli scout delle label (e i dirigenti sportivi) non fossero sotto il palco (o sugli spalti nei piccoli stadi) per ogni concerto (o partitella di calcio), frantumando così i sogni di molti giovani artisti (o calciatori) di belle speranze. I gestori dei locali ovviamente facevano il loro interesse e ce li immaginiamo come dei volponi a raccontare la fiaba del film Rock Of Ages (il sogno americano dei rocker) a ogni aspirante stella del firmamento musicale.

Dalle stelle alle stalle

Nell’attuale mercato discografico, e non stiamo di certo scoprendo l’acqua calda, i dischi vendono pochissimo, il music biz è dominato dalle vendite digitali e, di norma, gli album si ascoltano grazie ai servizi di streaming come Spotify, attraverso il download illegale o su YouTube, canali che tolgono altri soldi a quello che una volta era un mercato piuttosto florido. Sono rimasti un po’ di “old schooler”, che comprano ancora gli album su supporto fisico, dei più elitari “audiophiles” e quelli del cosiddetto “ritorno del vinile”, ma non sono che una piccola fetta della torta stando alle ultime statistiche sulle vendite in ambito musicale suddivise per supporto o piattaforma. Anche nel “music biz” contemporaneo resiste ancora la citata forma di “pay to play”, particolarmente diffusa negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ma la più discussa e per molti versi discutibile versione di questo fenomeno la cominciamo ad analizzare insieme dal prossimo segmento.

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