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Santo Premoli

Pascolando

Nuova uscita per i SeeYouSpaceCowboy tutto attaccato!

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Songs For The Firing Squad è il nuovo album dei SeeYoySpaceCowboy, uscito nel 2019.

Con all’attivo una manciata di titoli discografici pubblicati negli ultimi tre anni, l’eccentrico combo di San Diego dei SeeYouSpaceCowboy ha fatto uscire, in occasione dell’ingresso nella scuderia della blasonata Pure Noise, Songs for the Firing Squad: una raccolta dei loro brani passati più due inediti. Continua a Leggere

Recensioni Supernatural Horse Machine

Deathrite – Il death metal si fa sornione!

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I tedeschi Deathrite si erano fatti conoscere tra il fanbase europeo per una cattivissima miscela di death metal e crust che ne aveva convinti molti. Almeno fino allo scorso Revelation of Chaos uscito nel 2015 via Prosthetic. Adesso, con un ep di mezzo (Where Evil Arises) e un paio di innesti di line-up, la band di Dresda cambia vertiginosamente la rotta della propria musica ed esalta, con questo nuovo Nightmares Reign, uscito per Century Media, tutte quelle influenze che erano state desunte da un certo death ‘n’ roll degli Entombed. Continua a Leggere

La Truebrica del fantino Recensioni

Ma a noi che cosa ce ne frega degli Inhale Exhale? Speciale del “Santo” su una band che sarebbe giusto recuperare.

Davvero interessante, in quel ginepraio che è la discografia post-hardcore, è la parabola artistica degli Inhale Exhale. Nati da una costola dei Narcissus, immensa band seminale, e nella fattispecie dalla volontà del chitarrista LaRussa, gli IE esordiscono con un po’ di ritardo nel 2006 per la Solid State records, infaticabile etichetta di genere, con l’album The Lost, The Sick, The Sacred. Continua a Leggere

Recensioni Supernatural Horse Machine

Il nuovo Inferi è dove io inizio a non capire più il metal! The Path Of Apotheosis (2014)

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Io collaboro con la rivista Classix Metal, alcuni di voi lo sanno. E sono felice di questo. Sia chiaro quindi che ciò che sto dicendo NON è per fare polemiche, solo rendervi partecipi di alcune perplessità che ho: a volte mi sembra di essere fuori posto. Ok, lo provo in qualsiasi luogo della mia esistenza, da sempre, ma in ambito musicale, scrivere di metal è sempre stato un po’ come sentirmi a casa, parlare alla mia gente, affrontare argomenti che sento nel profondo. Trovo tuttavia che alla mia età sia ancora abbastanza prematuro rifugiarsi in un tempio eretto in onore del grande passato di un genere che per quanto mi riguarda continua a esistere, a trasformarsi, evolversi e involversi. Continua a Leggere

Recensioni Top Gun Grind

Ed Gein – Bad Luck (2011)

In poco più di venti minuti di spropositata violenza sonora, gli Ed Gein (nome preso a prestito da un simpatico protagonista di un’innocua favoletta di Fedro) prendono le mosse dalla loro precedente discografia. E un lungo iato, infatti, si frappone tra Judas Goats & Dieseleaters del 2005 e la loro ultima uscita, questo Bad Luck del 2011. Durante questo silenzioso frangente la band di Syracuse ha modo di rimeditare il proprio approccio musicale. Se possiamo grosso modo descrivere i primi due album come lavori di sperimentazione volti a presentare un certo mathcore schizofrenico tipico di Psyopus o Me and Him Call it Us reso però leggermente più decifrabile da una compostezza alla Converge (perché, sì!, c’è chi è più strutturalmente disordinato) e infarcito, è più evidente in Judas Goat…, da spolverate di sludge, come avviene nei Gaza o nei Cursed; in Bad Luck si scrollano molta zavorra di dosso. Continua a Leggere

Film Sdangheri Recensioni

Speciale Takeshi Miike # 1 – Ichi the killer (2001)

Regista tra i più eclettici in circolazione, Takashi Miike, all’uscita del suo Ichi the Killer aveva già dato bella mostra di sé con tutta una serie di ottimi lavori; su tutti sicuramente Audition (1999). Nel 2001 dà alla luce i suoi due indiscussi capolavori; parliamo di Visitor Q e Ichi The Killer. E proprio di Ichi parleremo oggi.

La vicenda è questa. Un sadico boss della yakuza viene smembrato da Ichi (Nao Omori alla sua prima attoriale su pellicola). Il corpo non si trova e non si trovano nemmeno i soldi dell’organizzazione. Così i suoi scagnozzi, capitanati da Kakihara (un inarrivabile Tadanobu Asano), iniziano le ricerche. Di contro Ichi è una vittima. Dopo aver ucciso i suoi genitori, Jiji (Shinju Tsukamoto, professione regista) ha confuso i ricordi di Ichi, tramite ipnosi, inducendolo a fare ciò che fa.

Uno spettatore laico avrà l’impressione di stare guardando uno yakuza movie un po’ stravagante, con una grammatica (montaggio, grandangoli) e scelte estetiche (splatter, caratterizzazioni dei protagonisti) squisitamente sottoculturali – non si dovrà dimenticare che il soggetto è tratto dal manga Koroshiya Ichi di Hideo Yamamoto così come esplicita sarà la citazione ai picchiaduro da consolle. Perciò il film, a questo livello, risulterebbe essere un pregevole cocktail di cultura da fumetti, videogame e vagonate di sangue shakerate dal frullatore Miike. Continua a Leggere

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Tutti i colori del buio – Sergio Martino (Ita, 1972)

Siamo nel 1972 quando Sergio Martino pensa bene di declinare diversamente il Rosemary’s Baby di Polanski uscito quattro anni prima. Tutti i colori del buio però non è un remake né vi sono furti intellettuali di sorta. Più semplicemente Martino è, in genere, particolarmente sensibile al mutamento del gusto e imbastisce così la sua vicenda sulla base di un complotto satanista. Ma se la scelta estetica del regista da un lato vuole rispondere alle esigenze di mercato, dall’altro cerca di svincolarsi dignitosamente dalle proprie fonti grazie alle brusche virate del soggetto che alla fin della fiera rendono lo sfondo satanista come meramente pretestuoso. Continua a Leggere

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Ombre e sangue – Vampyr di Carl Theodor Dreyer (1932)

Reduce dall’insuccesso commerciale de La passione di Giovanna d’Arco (1928), Carl Th. Dreyer, grazie al mecenatismo del barone Nicolas Louis Alexandre de Gunzburg, meglio noto con lo pseudonimo di Julian West, riesce nel 1932 a far uscire il suo Vampyr  Der Traum des Allan Grey – Allan (o David a seconda della versione) Grey interpretato proprio dal barone di cui sopra. Anche Vampyr ebbe delle prime disastrose e a Vienna pare che si scatenò una vera e propria sommossa quando non si volle restituire al pubblico pagante il prezzo del biglietto. Esce dieci anni dopo il Nosferatu di Murnau e un anno dopo il Dracula di Browning ma non ne condivide la fonte ispiratrice: Stoker per i primi due, Le Fanu per Dreyer.

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La bestia uccide a sangue freddo di Fernando Di Leo

Dopo aver riletto per noi la mitica Trilogia del Milieu, il nostro caro Santo Premoli torna sul luogo del delitto e affronta l’unica incursione del maestro Fernando Di Leo nel pure thrilling, se escludiamo I ragazzi del massacro, capolavoro sublime a metà tra poliziottesco e thriller Ladiano (nel senso di Aldo Lado). 

Questa è la storia: in una clinica psichiatrica femminile, nell’arco di una notte, un tizio fa fuori una dopo l’altra le pazienti. È però difficile trovare qualcosa che renda La bestia uccide a sangue freddo (Fernando Di Leo, 1971) un film piacevolmente memorabile. Di Leo alterna momenti di svogliatezza ad altri di orgoglio e di ingegno. Sono risapute, e d’altro canto evidenti, le motivazioni della produzione: fare un sottoprodotto a basso costo del nuovo giallo di Argento, facilmente commerciabile.

In quegli anni, infatti, Argento corre come un fuoriclasse con la sua trilogia zoologica e bisogna stargli dietro, poco importa la qualità della produzione. Low budget e velocità di esecuzione sono, dunque, i fattori che determinano maggiormente la qualità finale dell’opera che è, per stessa ammissione del regista, mediocre.

Di Leo per raggiungere quell’ottantina di minuti, che dovrebbero giustificare la spesa per la visione del film, è costretto persino all’autoriciclo. I preamboli degli omicidi sono difatti rimpolpati con flashback/riassunti, del tutto inutili, rappresentati tramite un riuso di spezzoni già visti durante il film. Il discorso cambia un po’ per i titoli di testa. Medesimo riciclaggio ma l’effetto, stavolta, ci impressiona in positivo.  Passabili sono anche alcuni momenti del montaggio come la presentazione del maniero ma soprattutto la molteplicità dei punti di vista della bestia rantolante quando studia le sue prede e le loro topiche nudità.

Ancora affascinante, e non perché siamo spiritualmente aridi, è la scena del massaggio lesbo trattata con pathos corbucciano e penso all’epica e japan-oriented scena di sesso interracial di frontiera de Il Grande Silenzio (Corbucci, 1967). Catchy e ammiccante il motivo musicale delle pazienti. Ma non basta tutto ciò, Di Leo mette troppi ingredienti e li soppesa di fretta.

Un altro problema di questo film, che sarebbe potuto essere persino ambizioso se lo si fosse affrontato tramite un’attenta progettualità, è, infatti, la mancanza di equilibrio e amalgama tra i generi percorsi dalla pellicola. E il risultato finale è una poltiglia informe e disarticolata. Quasi come il risultato del plurimo omicidio finale della bestia, probabilmente il miglior episodio del film. Il killer affastella vittime e le plasma, le fonde l’un l’altra a suon di palla chiodata fino a che non ottiene un supercadavere, la reductio ad unum delle vittime stesse. E sembra di assistere a un vero e proprio atto di creazione artistica interrotta da un ralenti niente male.

Ecco, a me pare che nell’affastellare e giustapporre diversi generi, troppi davvero, stavolta, Di Leo, come il suo killer, abbia provato a realizzare a un superfilm; ed è un peccato che in questo caso non siano risultati bastevoli il furore e l’immediatezza creativa; sembrano, anzi, largamente soppiantati da svogliatezza e assenza di coinvolgimento. Tanto che nemmeno Kinski capisce bene come muoversi né che idea voglia sviluppare Di Leo, finendo per rimanere spaesato in un carattere che sarebbe voluto essere fluido e metamorfico ma che in realtà è aeriforme e inconsistente. Proprio come l’intera pellicola.

(Santo Premoli)

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