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Diamonds Or Rust – Vogliamo essere la ruggine o brillare come diamanti ?

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Vogliamo essere la ruggine, o brillare come diamanti ? Vogliamo che la luce rifletta e si espanda sulle sfaccettature preziose della pietra, o riposare nell’ombra ? La ruggine è capace di nascondersi, di fuggire la luce, di camuffarsi tra le zolle di terra arsa, di suscitare indifferenza. Nessuno, o quasi, si prenderà la briga di toglierla da qualche attrezzo, o dalle travi di metallo di un capannone in disuso, essa resta immobile e quieta, una macchia inerte e senza vita, un parassita non troppo invasivo, che nulla porta all’economia dell’esistenza. Ma il diamante ? Continua a Leggere

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“Come vorrei questa TV? La vorrei morta!”

In questo momento apocalittico non posso fare a meno di pensare agli avvoltoi televisivi.
Partiamo dai giornalisti e conduttori di talk show. Si tratta del loro momento di gloria. Nessun delitto ha mai avuto una tale resilienza sui mezzi di informazione. Anche il più efferato, due, tre giorni e poi scivolava, come le notizie su Facebook, inglobato da nuovi atti di criminalità o dibattiti politici. Questo Coronavirus offre tutto e da più di un mese. Risonanza mondiale, dibattito scientifico, economico e rincorsa allo scoop. Vanno in onda senza pubblico ma anche senza mascherina… e la distanza di sicurezza? Davvero questi eroi si immolano per il servizio pubblico? Continua a Leggere

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Obituary 1999-2019 – Dalla criogenesi alla vecchia fattoria – Seconda parte di uno speciale che levati!

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“Più che una pausa la definirei criogenesi” – Frank Watkins

Durante il break degli Obituary che va dal 1998 al 2004 si è scritto e chiacchierato parecchio. La band si era sciolta? Si era presa una lunga pausa? Erano morti e sepolti o in eterno attendenti? Possiamo basarci sulle sensazioni di Allen West (e quindi andiamoci cauti). Lui è l’unico che sembra aver trasgredito la linea dicendo la verità, o almeno ciò che lui percepiva come la verità.
“In quegli anni Allen vivevo con una certezza profonda: gli Obituary erano andati per sempre. John ormai si trovava fino al collo nel business dell’informatica, Trevor e Don tiravano ancora avanti con la musica come potevano: il primo con una band piuttosto modesta, i Catastrophic, e l’altro come mercenario per Andrew W.K. E io mi sfondavo di canne e assemblavo Jacuzzi, dopo che anche i Six Feet Under mi erano stati tolti da sotto il culo da “quel figlio di puttana di Chris Barnes”. Continua a Leggere

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A proposito di alcune copertine dei dischi degli Obituary…

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Non so bene come gestire questo box. Non si tratta di una gallery di tutti gli artwork degli Obituary, commentati uno per uno. Non mi interessa farlo. Durante le mie ricerche ho scoperto diverse cose interessanti e sorprendenti, come mi capita ogni volta che decido di approfondire su una band di cui mi illudo di conoscere già praticamente tutto quello che c’è da conoscere. Nel caso degli Obituary ne avrei per venti box. Ce ne sarebbe da fare uno su Don Tardy e i suoi gatti, uno sugli ultimi anni di Frank Watkins nei Gorgoroth e tanti altri ancora. Purtroppo non mi tira di farli ma un articoletto sulle copertine mi sembra necessario.

Ci sono tre cose interessanti a riguardo. La prima è che l’artwork di Slowly We Rot si ispira alla copertina di noto romanzo horror. Ecco cosa dice Peres a riguardo: “Il disegno è di Rob Mayworth, un ragazzo di Tampa, lo stesso che ha realizzato le Hot Tuna T-shirts, così popolari in Florida. Gli ho fatto vedere il nostro vecchio logo e lui ci ha lavorato sopra ispirandosi a una copertina di IT di Stephen King.

La seconda cosa interessante riguarda il pasticcio diplomatico nato intorno alla copertina di Cause Of Death, che per Don Tardy è la più bella e rappresentativa del sound degli Obituary.

Allora, per cominciare si tratta di un pezzo di un quadro più grande. La Roadrunner lo propose al gruppo appena terminato l’album dimenticando che già i Sepultura l’avevano scelta per Beneath The Remains.

Gli Obies se ne innamorarono subito e diedero l’ok per farne la copertina di Cause Of Death e la cosa non piacque molto ai fratelli Cavalera. In particolare Igor.

Gli Obituary chiesero scusa alla band brasiliana. C’era un gran bel rapporto di amicizia tra i due gruppi e i Tardy non si sognavano certo di rovinarlo per una copertina, ma quando i Sep vennero a sapere la cosa, era praticamente tutto fatto. Fu un errore di Monte Conner e pare che ancora oggi Igor non glielo abbia perdonato.

Ma vi ho detto che l’occhio terrorizzato che vi guarda dal 1990 vi implora di acquistare il disco dal 1990, è solo un pezzo del quadro di Michael Whelan, autore di molte altre copertine della Roadrunner di quegli anni. La parte esclusa dalla copertina di Cause Of Death se lo presero i Demolition Hammer per usarla come artwork del loro Epidemic Of Violence, uscito con la Century Media. (Vedi qui sopra).

Per finire una considerazione sull’artwork di The End Complete (vedi qui sopra) che oltre all’album è anche la t-shirt degli Obituary più venduta di sempre. Al tempo, da fan ricordo che la trovai davvero suggestiva e anche originale, perché non c’era un personaggio, solo uno scenario di desolazione estrema, allora infatti almeno uno scheletro, un mostriciattolo, uno spettro decomposto, le band death lo facevano sempre piazzare davanti a un paesaggio brullo e minaccioso. In The End Complete no, c’erano solo i sassi. Il titolo associato a quel disegno poi ha suggerito a tutti un pronostico sull’estinzione umana, diffondendo l’idea che la parentesi ecologista del gruppo nascesse prima del 1994.

E invece è sbagliato. In pratica il gruppo scelse il quadro dopo aver composto il pezzo e solo il pubblico interpretò titolo e immagine come un monito per la razza umana e la sua attitudine distruttiva e irriguardosa verso il pianeta che lo ospita. Con la successiva copertina di World Demise anche il gruppo palesò il concetto suggerito con quella di The End Complete. Il secondo paesaggio senza attori è giudicato però dalla band stessa, ormai a posteriori, troppo debole. In particolare Allen West ha sempre pensato che non fosse brutale a sufficienza per un disco death metal.

La tradizione del paesaggio come protagonista assoluto trova la sua ipotetica conclusione trilogica nell’artwork di Frozen In Time, che sembra una versione natalizia di quello di The End Complete, non vi pare?

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Allen West vs Chris Barnes – La verità ha sempre più di un paio di mutande

Allora, noi tutti sappiamo da quel dì, che Six Feet Under era un progetto nato dalla volontà di Allen West degli Obituary e Chris Barnes dei Cannibal Corpse, durante un periodo in cui i due si sentirono in qualche modo vogliosi di riportare il death metal alle origini marce e grezze, dato che tra produzioni sempre più sofisticate e furbe (World Demise) e l’esasperazione tecnica (The Bleeding) i due iniziavano a non vedere più la via di casa. Continua a Leggere

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La notte in cui i rockers bruciarono la disco music

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Seconda metà degli anni ’70,complice anche l’eclissarsi dei vecchi gruppi hard rock un nuovo fenomeno musicale dominava le classifiche: la disco music. Un miscuglio di influenze portò alla ribalta il nuovo genere musicale e l’industria discografica non si fece trovare impreparata, dall’oggi al domani invasero il mercato dischi su dischi e lanciati nuovi fenomeni musicali (o presunti tali), i juke box di tutto il mondo si riempirono dei 45 giri di Donna Summer, Barry White, Gloria Gaynor et similia e le discoteche di mezzo mondo spopolarono… Continua a Leggere

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Speciale Manilla Road – Epic metal e la strada della luce

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Il 27 luglio del 2018 ci lasciava Mark Shelton: istituzione dell’epic metal, un’icona autentica per gli appassionati del genere: una sorta di hippie sopravvissuto all’inesorabile scorrere del tempo.
Con la “sua” creatura, i Manilla Road, fondati a Wichita (Kansas/U.S.A.) nel 1977 insieme al batterista Ben Munkirs, questo guerriero del metallo ha lasciato in dote agli appassionati di epic metal un’eredità artistica che ogni metallaro che si rispetti avrebbe il dovere morale di preservare da qui all’eternità, di generazione in generazione. Continua a Leggere

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A Vetralla tutto bene ma che vento…

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Qui a Vetralla il virus non è ancora arrivato. C’è un solo caso registrato di una signora anziana ricoverata già da tempo ma appena Tusciaweb ha scritto “…Vetralla 1”, in paese si è scatenato il “totoinfetto” e di sicuro molti sono certi di conoscere nome, cognome e circostanze del ricovero del vero malato uno. E come minimo sarà un solo infermo ma con venti nomi e più volti diversi. Niente morti, comunque. Per ora da noi è arrivato solo il franchise del Coronavirus: le mascherine, gli spruzzini di Amuchina fuori dai negozi, gli sguardi torvi e sospetti, i metri di distanza e le strade deserte, i bar chiusi e l’ansia. Tutti in casa davanti ai televisori a sentire gli aggiornamenti del bollettino della Protezione Civile. E con il franchise pandemico che il Governo ha elargito all’Italia intera per bocca del mellifluo e piacionico Conte, è arrivato il senso di attesa per qualcosa che deve accadere, un peggioramento, un pan-demonio. Continua a Leggere

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Speciale Obituary 1985-1999 – Quando la putrefazione era una roba da ragazzi!

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Nota: Salve primati, prima di immergervi in questo articolone sugli Obituary (Obies, per gli amici) vi chiedo un momento di attenzione. Troverete dei link ma non pensate siano i soliti rimandi a Wikipedia o a vecchi articoli sdangheri. Si tratta di pezzi nuovi nuovi che ho scritto appositamente per questo specialone. Prendeteli come dei box di approfondimento, che siete liberi di leggere o magari risparmiarvi e tirare dritto con il pezzo principale. Fate come vi pare, ma non sottovalutate i link, tutti (tranne il primo e il secondo) conducono a stanze interne che completano il lavoro sugli Obituary e se li leggete sono contento.

Francesco Padrecavallo Ceccamea

Gli Obituary un tempo erano una band dall’alone misterioso e decadente. Purtroppo dal 2004 hanno iniziato a mostrarsi sul palco con le loro pance prominenti e l’aria rilassata, quell’attitudine cazzona USA da bbq e birra, spinelli e old records, che onestamente converte in modo assai sconveniente tutto quel loro mistero primordiale emerso dai gloriosi anni in cui la Florida esportava puzza e grasso cadaverino un tanto al chilo e l’urlo di John Tardy si ergeva su un cumulo di purulente macerie. Continua a Leggere

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