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Il sangue della rapa – Impennata sensibile della Barbato

barbato

Il sangue della terra è l’albo numero 391 della serie a fumetti Dylan Dog, uscito nel 2019.

Ok, abbiamo capito come Recchioni e i suoi vogliono gestire questa continuity gattopardiana, e che quindi ogni albo avrà questa meteora a far da cappello a una delle tante avventure dylaniate del nuovo corso: quindi battute su cellulari, internet e computer + solita trippa. Continua a Leggere

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La caduta degli dei – Dylan Dog e l’Homo Noeticus!

la caduta degli dei

Qui si parla di La caduta degli dei, numero 390 di Dylan Dog.

L’homo Noeticus è il passo successivo all’Homo Sapiens, ovvero l’uomo nuovo, profetizzato da Pierre Teilhard de Chardin, filosofo geusita che… andatevi a leggere wikipedia, ok?
Dylan Dog indaga su una setta che ha una teoria legata alle idee di de Chardin, la cui applicazione potrebbe rallentare o addirittura invertire la direzione della meteora. Questa teoria dice che non va incoraggiata l’evoluzione dell’uomo da Sapiens a Neoquello, ma invertita. Come? Prendendo spunto da Oprah Winfrey e Saw L’enigmista, saccheggiando le classifiche best-seller della saggistica e i romanzi del Marchese De Sade, vi sarà l’auspicato ritorno alla barbarie. Vi sembra che non abbia senso? Leggete l’albo e scoprite che… forse non è così. Io non ve lo posso garantire. Ma forse un senso nella teoria, o almeno nella storia La caduta degli dei, c’è. Continua a Leggere

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La sopravvissuta – Il nuovo attesissimo albo di DylDog!

la sopravvissuta

La recensione del numero 389 di Dylan Dog, La sopravvissuta.

Come dicevamo già, a proposito del numero precedente Esercizio numero 6, la continuity dylaniata non è davvero una continuity. La faccenda del meteorite che casca (di per sé un’idea piuttosto scontata e che butta tutto in caciara sperando di fare tabula rasa, magari restituendoci un indagatore dell’Incubo in versione Mad Max, senza telefonia mobile e tutta quella tecnologia che riduce DYD alla stregua di un inguardabile coglione analogico) è una finta. Continua a Leggere

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Dylan Dog #388 – Prendete il libro degli esercizi a pagina 6!

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Con Esercizio numero 6 Siamo al secondo episodio di questa minisaga sulla Meteora e già vengono fuori le magagne. E sorprende che a farcele vedere sia la più brillante degli sceneggiatori della serie: Paola Barbato. Io adoro le sue storie, di solito, ma ammetto che non sempre tutto vi fila liscio. Paola ha un problema che sembrava ormai superato: è prolissa. Scrive troppo. Non ha questa fiducia smodata nelle immagini, deve spiegare a parole. Lei è una narratrice tradizionale, autrice di romanzi e racconti e questo capita se ti cimenti con un medium diverso dalle tue inclinazioni naturali. Continua a Leggere

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Keep Calm And Be Dylan Dogging

meteora

Il primo numero del nuovo corso, che per comodità chiameremo “Meteora”, prevede una storia divisa in vari episodi (o una serie di storie slegate con una cornice apocalittica che fa da sfondo, non ho ben capito) che si protrarrà fino al numero 400. Dopo, Recchioni dice di saperne meno di noi su cosa e come evolverà la serie. Probabilmente tornerà molto sui propri passi e il primo episodio della restaurazione si intitolerà “Abbiamo scherzato!”

A parte la mia solita indisposizione (simpaticamente) nei confronti di Recchioni, devo ammettere che non posso giudicare una storia, o un’idea dopo aver letto uno spicchietto di ciò che sarà. Il sapore che mi ritrovo in bocca posso descriverlo, però. Dolciastro appena. 

Secondo me non puoi fare industrial metal con una vecchia Epiphon del 1925. La Bonelli è decrepita. I suoi disegnatori pure (nella media). Recchioni è come Freccero che prova a ringiovanire la RAI. Senza riuscirci. Non puoi ringiovanire uno che ha ottant’anni. Puoi non farlo sembrare troppo vecchio se gli permetti di seguire il naturale svolgimento dei suoi riflessi e tempi motori. Se uno di 80 anni lo fai correre, si vede che è vecchio. Se lo fai camminare con un bastone, in un bel giardino fiorito, è sempre vecchio ma non stai pensando, “come è vecchio”, pensi, “ehi, ma che bel signore distinto!” E hai rispetto e fascinazione per lui. Pensi, “arrivassi così io alla sua età. Deve trattarsi di un vero signore, come minimo”. 

La storia di “Meteora” parte da John Ghost, signore oscuro che sta dietro i famigerati “poteri forti” e che medita di gettare il mondo nel caos assoluto perché è il caos che ha ucciso i dinosauri. Praticamente un 5 Stelle. 

E come i 5 Stelle pure John Ghost si risolverà in una bolla di sapone alla varecchina. Perché ovviamente Dylan Dog, dopo numerose peripezie, lo fermerà. Amen. 

Di sicuro si nota il ritorno allo splatter, l’ironia macabra, il cinismo, la retorica sui mostri, l’ironia british (variegata all’Italiana), il citazionismo spinto (che essendo scritto, ai tempi di internet non vale un fico) e la gran voglia generale di ripristinare vecchi ingredienti dimenticati nel corso della serie; allo stesso tempo c’è la gran voglia di cambiare molto altro. Si nota. E non va bene. Purtroppo Recchioni (la sceneggiatura è sua) è talmente preso dal voler dimostrare questo e quello, che non dedica le sue energie alla sola cosa che conti: la storia. Recchioni non è qui per fare il suo mestiere di amministratore, lui vuole cambiare Dylan Dog. Del resto, così gli è stato domandato. Ma non puoi cambiare l’Inter. Puoi renderla fortissima usandola come la sua natura ti permette di usarla. Altrimenti fai la fine di Orrico, e non quella di Mourinho. 

John Ghost non è nulla di ché. Il maniaco macrocitemico dall’aspetto rubato a Slash mostra che il target cultural-pop è sempre sopra i quaranta. Del resto oggi nel nuove generazioni non hanno più icone aggressive. Forse l’utilma è stato John Cena, ma combatteva per finta. 

Ripeto, le storie dell’indagatore dell’incubo dovrebbero spaventare. Per fare quello non occorrono i telefonini o il complottismo da social. Basta una vecchia casa, un rumore strano, una mano sulla bocca di un bambino. 

Almeno per una volta, Dylan non si scopa nessuna (ops, spoiler) e ci sono dei magnifici tarocchi (i primi venti). Non sto scherzando. Sono stupendi.

Alcune raccomandazioni sui tarocchi per voi lettori che li avrete tra le mani. Il mazzo di quel tipo di carte non è come quello per la briscoletta. I tarocchi sono roba seria. Portateli sempre con voi se avete intenzione di imparare a usarli e non fateli toccare a nessuno. Altrimenti metteteli in un posto dove non arrivi qualche mano offensiva. 

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Dylan Dog e l’occhio della madre! (Hyppolita, n.386)

hyppolita

Hyppolita, questo è il titolo del Dylan Dog numero 386, scritto da Marsano e disegnato da Dell’Agnol e un altro tipo. Anche se il nome lo lasciava sperare, non ci sono cavalli. Ah, oltre alla nuova avventura, in fondo all’albo trovate altre figurine da attaccare sul frigo. Dal prossimo numero poi potremo beccarci i tarocchi di Dylan Dog disegnati da Steno. Abubah! Ormai la via del gadget è presa. Bisognerà attenderci i pupazzetti dei personaggi principali, le calamite, i poster di Dylan da appendere in cameretta o il kit per farsi i baffi come Recchioni. 

Ma parliamo della storia. Buona, anche se è asciutta, ma così asciutta che sembra la vagina di mia nonna morta. Sul serio, non esce una goccia di sangue. La narrazione è tutta così compatta che quasi soffocavo prima, mentre attendevo il mio turno a… va beh, non c’entra. 

Anche con i raccordi si sono fatti prendere un po’ la mano. Va bene uno, che cominci una frase e un altro, in un contesto diverso che la finisca, ma è un escamotage vincente se non ne si abusa. Questo continuo corrispondere ironico tra tutti i vari scorci narrativi finisce per distrarre più che rendere fluido al massimo il racconto. O no?

Il problema comunque, al di là di questi sfoggi virtuosistici di sceneggiatura, è sempre il solito. Mi chiedo se, come per le battute di Groucho non ci sia anche quello che è pagato alla Bonelli solo per inserire i rimandi tecnologici e all’attualità social. L’ostentazione della modernità, messa a forza in una storia come Hyppolita, tutto sommato buona, ma che potevano aver scritto cinque anni fa, quando i telefonini e la parola wireless sulla serie dell’indagatore erano quasi tabù, l’ostentazione modernistoide, dicevo, è fastidiosa e stridente. Non è detto che non possa esserci un albo in cui tutta la guarnizione elettrodomestica 2.0 sia meno sbandierata. E invece giù di IP statici, internet di qua, telefonini di là. Sembra Dylan Drony, (non ci sono paragoni). Perché non fare un albo con lui da Unieuro, visibilmente scosso e sudato nel reparto ipod e un commesso ciccione e foruncoloso che,  ghignante gli si avvicina alle spalle con un ennesimo nuovo smartphone ultima generazione?

E poi mi viene da pensare una cosa, leggendo Hyppolita (della cui trama di cui non vi svelo nulla, così potete godervi i colpi di scena): Dylan Dog perché non prova più a far paura? Recchioni e i suoi amigos cercano di dargli un taglio più modernista (dove il post ormai ha solo senso parlando di blog o facebook) e di rendere quella componente emotiva forte e generazionale che ebbe il picco massimo tra il 1992 e il 1995, ma il terrore, l’angoscia, l’incubo dove sono finiti? Anche le citazioni. A parte la musica, che non esiste praticamente più dall’albo 105, ma il cinema? A un certo punto della storia Dylan e la co-protagonista Hyppolita vanno al cinema, naturalmente a vedersi un horror, ma di quale si tratta? Ai bei tempi avremmo riconosciuto il film, o magari sarebbe stato l’indagatore fuori dal cinema a indicarcelo, invece qui è solo un anonimo horror, senza alcuna specificazione. Non si fa così. Vogliamo sapere che film è, cazzo.

Ma tornando alla questione strizza… Possibile che non sia ora, anziché mettere in mezzo figli a sorpresa, nuovi cattivi e finte defezioni di quelli storici, perché non scrivere una bella storia de paura? Io ricordo che da ragazzino non dormii due notti dopo aver letto Il castello della paura e anche qualche anno più avanti ebbi i miei problemi con Mana Cerace. Insomma, Dylan oltre a commuovere e far riflettere, spaventava, non era solo esistenzialismo pop.

Ultimo appunto: i poliziotti che hanno sostituito Bloch non si sopportano. Perché non li fate morire e provate a sostituirli con qualcosa di meno antipatico e odioso?

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Dylan Chien – Per il nuovo corso ci scappa la trasferta!

Dylan Dog numero qualche cosa – Titolo: Perderai la testa.
C’è solo un appunto che voglio fare a questo albo, a parte la discutibile idea di allegare le figurine da attaccare sull’Albo degli Eroi Bonelli o magari sul frigo di casa se non facciamo la raccolta. Devo dire però che Perderai la testa non è così male. Magari con tutti quei flashback e le digressioni didattiche, la trama scorre poco ma è ricca di robette interessanti, idee che possono tornare buone per il futuro, tipo l’asta segreta dei cimeli più insanguinati della Storia.

L’appunto è questo, comunque. Qui Dylan va a Parigi, ok? E per il prossimo albo ha un problem child, come direbbero gli AC/DC. Il numero dopo scoprirà di avere un tumore. No, non è vero ma tanto ci arrivano, scommettiamo? Insomma, quello che dico è: lo volete lasciar respirare sto poraccio di indagatore? Ha sessant’anni circa e ogni albo lo mettete fuori dal proprio elemento o ci infilate dentro qualcosa di nuovo. Come se bastasse una variante sulla consueta routine clarino, battute di Groucho, thé con Bloch, campanello che urla, rithé con Bloch e via così? Capisco il bisogno di smuovere la serie ma in questo modo finisce che prima o poi uscirà un albo con “Le dimissioni di Dylan Dog”… ah, no, aspetta. L’ha già fatto la Barbato. Magari sparirà e basta. Ecco, un’idea Recchioni. Te ne piazzo una a ogni recensione, che dici? Mi assumi? Senti qui: un albo senza Dylan Dog.

Sparito. Non si trova più. Groucho, Bloch e Lord Wells e Carpenter e lady burka si uniscono nel tentativo di spiegare l’arcano e ritrovarlo. Ecco anche il titolo: “Che fine ha fatto Dylan Jane?”. No, meglio: “Che fine hai fatto, Dylan Dog?”. Troppo inquisitorio? Allora, sintetizziamo in “Scomparso!” Con la copertina che fa vedere, nella città deserta e piena di cartacce che il vento tira via lungo le vie e su un palo e addosso ai muri, ci sono appesi i cartelli  con la faccia di Dylan e sotto all’intensa foto dell’old boy c’è scritto Missing!

Mica male, no? E ti dico anche il motivo della sparizione, Recchiò. Se l’è squagliata perché stufo di tutti questi cambiamenti costanti nella sua vita. Non ne può più.

Torniamo alla storia del mese: Perderai la testa lo fa volare a Parigi. Rapito. Comincia alla Polanski. Dylan in un bagagliaio semi-incosciente. Riprende bene i sensi ma non ricorda cosa ci faccia. Scoprirete che la faccenda è molto paranormale e se accade a Parigi c’è un motivo preciso che rimanda alla Rivoluzione, la ghigliottina e gli intrighi alla Giacobbo che farciscono la Storia vera, quella che la Famiglia Angela si ostina a non volerci raccontare.

Per la prima volta trovo una citazione musicale a verso. Miss Lucifer dei Primal Scream per una sfilata di moda. E la Barbarella Baraldi sa temperare la vicenda con una sottile e garbata glassa di ironia. Il suo conto alla rovescia del bagagliaio è davvero ganzo. Sette prima del bagagliaio, due ore prima del bagagliaio… Ottimo!

La cosa più inquietante di tutte però è Ghauce. Il sosia di Groucho. Leggete e scoprite da voi. Paese che vai e Groucho che trovi. Solo che questo ha qualcosa di inquietante. Fa sempre battute dementi e inopportune ma nell’insieme è più tagliente. Sarà che essendo francese è solo un po’ più stronzo. Però nel finale vederlo con quella paletta all’asta diabolica sembra qualcosa di sinistro, non un banale ammiccamento da chiusura in stile Casa Keaton.

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Dylan Dog e il maggiolone tutto serial killer!

Povero Dylan Dog! Adesso pure il maggiolone… E non ne può più. Ogni mese/albo ce n’è una. Non i mostri, gli incubi o gli inciuci paranormali. Quelli sono sempre i benvenuti. Sono i continui cambiamenti. E prima gli levano Bloch e lo sostituiscono con uno che è pure antipatico. Poi gli danno lo smartphone. E gli inventano nuovi e impegnativi acerrimi rivali. Poi gli mettono Dario Argento a scrivere le sceneggiature. Poi gli levano il maggiolone. Poi gli fanno arrivare tra capo e collo un figlio (il prossimo numero). Cacchio, è chiaro che l’indagatore sta per avere un esaurimento nervoso. Prima lo lasciano in un limbo temporale che va dal 1986 al 1992 per circa 30 anni e ora si ritrova di colpo nel 2015-18. Ed è una guerra contro il tempo, un ammodernamento vistoso, che nonostante l’aspetto da perenne trent’enne, lui rifiuta come se davvero avesse dentro l’età anagrafica che dovrebbe avere: più di sessant’anni. 

L’idea di non far passare la revisione al maggiolone DYD 666 è buona, se la valutiamo nell’ottica del “tutto cambi affinché quasi niente cambi” che la Bonelli ha imposto a Recchioni; tanto più che (sul serio pensate sia uno spoiler?) alla fine il suddetto maggiolone, che per circa un’ottantina di pagine si comporta come una Christine in menopausa, resta dove è sempre stato: sotto il culo di Dylan Dog.

Però La macchina che non voleva morire tutto sommato è una storia garbata, scritta bene da Gigi Simeoni e disegnata non so da chi. Sarò io ma prima chi faceva le tavole mi rimaneva impresso come un giocatore titolare della mia squadra del cuore, ora è un po’ come un giocatore titolare della mia squadra del cuore e non me lo ricordo più. Io sono dell’Inter, esatto. Dicevo, l’albo di Simeoni e coso ha un taglio leggero, molto ironico e tranquillino. La violenza e lo splatter quasi non ci sono. Ricordo che Recchioni auspicava un ritorno al sangue ai tempi del suo avvento, ma almeno negli ultimi albi DYD pare un televisivo su Canale 5 nel 1998, alle 15 di un pomeriggio d’estate.

E nonostante i continui richiami al presente con le MAILLL!, gli accessori tecnologici della nuova auto che Dylan sta quasi per comprare dopo essersi illuso di aver rottamato la sua vecchia, nonostante questi aggiorni infausti dell’elettrodomesi, le battute di Groucho parlano ancora di fame nel mondo e guerre come i problemi sociali da risolvere, quindi siamo sempre al 1992. Dove lo tiri, Dylan, di là si accorcia. La fame nel mondo ormai non è più attuale, Groucho. Avresti dovuto parlare di lotta al terrorismo e non la generica guerra.

C’è una cosa che non sopporto nelle sceneggiature di Dylan Dog. Ogni volta che due personaggi nuovi entrano in scena, i loro nomi sono all’interno delle prime battute. Odio questo sistema per farci capire chi siano. Sa di scuola elementare del fumetto. “Sei sicuro di quello che hai detto, Herb?” “Ma certo, Tom”. Vi immaginate di parlare con un vostro amico e dire: “Ehi, ho voglia di comprare un giornale, Luigi” “Vuoi che ti presti gli spicci, Giovanni?”. Ecco, nella vita vera questa comunicazione non avverrebbe. Sapete come vi chiamate, non c’è bisogno di nominarvi reciprocamente. Se foste in un fumetto Bonelli sareste degli ebeti e parlereste proprio così, Giovanni. Da non crederci, Luigi. Ma non ti chiamavi Tom? Ma no, Herb.

Io sta cosa del restyling non la sopporto più. Ammetto di averla sostenuta all’inizio ma adesso che siamo sui fatti devo riconoscere che non era la soluzione giusta. Se continua così finisce che Dylan si trasferisce da Zagor e non ne vuole più sapere di smartphone, Airbag, Wi-fi e di Netflix. Io però non sto solo qui a criticare e basta, vorrei proporre un’idea a Recchioni. Non la userà perché è orgoglioso, e fa bene. Poi nemmeno legge le mie boiate. E se lo facesse non lo ammetterebbe nemmeno sotto dettatura. E  per carità, io non sono nessuno per avere la soddisfazione di poter cambiare tutto quanto al posto suo. Magari me la ruberà l’idea dicendo che ci aveva pensato già lui da tempo. Lo capirò, Rob, niente rancore. Lo prenderò come un complimento.

Poi se si mettesse male, dirai che è un’idea mia e che mia è la colpa se la serie continua a non funzionare nemmeno in quest’altro modo. In ogni caso, sentite qui. Perché non fare come Strange Things e ricondurre Dylan Dog al 1990 e farlo vivere lì. Usare i rimandi storici di allora, i casini politici di allora, le tecnologie di allora, i dischi di allora, i personaggi celebri di allora, i film, gli stilemi erotici. In questo modo riporteremmo l’indagatore nel suo habitat temporale e non sarebbe così stressato come è oggi nella riserva in stile Unieuro che gli hanno creato attorno. Sarebbero felici quelli che amano il vecchio Dylan e che rimpiangono con nostalgia i bei tempi di quando facevano le medie e lo portavano in classe per leggerlo sotto banco. e c’erano i calendari di MAX e Tangentopoli, il bagaglino al Sabato e il Berlusca faceva danni solo nel mondo del Calcio. E sarebbe una cosa modernissima, oltretutto DYD90, perché oggi le ambientazioni moderne ricostruite, giocando sugli stereotipi artistici di un certo periodo, funzionano e vanno alla grande. Io credo sia una bella pensata, che ne dite? Che ne dici Recchio? Non rispondi, eh? Algido, Olimpico, lui. Claudio Magris al confronto è Cristiano Malgioglio in una gelateria in notturna a Cuba.

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Dylan Dog e Dario Argento in “Profondo qualche cosa”

Allora, è ufficiale, riprendiamo la rubrica dedicata a DYD. Se fate una ricerca nel nostro archivio, trovate (forse) un pezzo dedicato al numero uno della serie L’alba dei morti viventi. Prima dell’espulsione da Altervista, con relativa perdita di due anni e passa di articoli, ce n’erano anche altri di pezzi sull’Indagatore. E alcuni erano dedicati alle uscite del nuovo corso della serie gestito da Roberto Recchioni. Al tempo ero entusiasta delle migliorie (almeno a parole) che lui voleva apportare e oggi che più o meno tutte le cose pianificate sono state messe in pratica, posso dire che era meglio restare come si stava peggio: cercando di svecchiare Dylan Dog, lo si è invecchiato ancora di più.

Leggendo l’Albo numero 383, firmato da DARIO ARGENTO e Stefano Piani, ho capito una volta per tutte che il tentativo di portare Dylan ai giorni nostri, anziché relegarlo in un limbo temporale tra il 1988 e il 1997 come stava accadendo praticamente da 300 numeri, è stato un autogol. E non sto criticando come è stato fatto il tentativo di attualizzare la serie da Recchioni e co. Un modo migliore non c’era. Semplicemente non funziona. Ogni rimando a internet, wikipedia, i selfie, lo smartphone, Amazon nella solita vecchia Craven Road e così via, è equiparabile a delle gocce d’olio in un bicchiere d’acqua. Purtroppo c’è una totale mancanza di naturalezza, già in fase di sceneggiatura, nell’inserire degli accenni alla modernità. Sono troppo squillati. Perché mettere in grassetto ogni parola nata dopo il 1998?Facendo in questo modo poi si è inevitabilmente tagliato fuori l’Indagatore non solo dal mondo in cui vivono i lettori, e che avrebbero potuto contare su una fuga dal reale per il rassicurante paese degli Incubi anni 90 di Mr. Dog. Facendo così si è tagliato fuori anche lo stesso Dylan dal proprio di mondo e lo si è reso vecchio ed estraneo persino dalla Londra di Sclavi, che non sarà mai quella di Recchioni. Recchioni è solo un restyler. Il suo ingresso in regia non ha altri fini. Non inserisce una propria filosofia esistenziale, non offre una visione diversa. Lui amministra da “ggggiovane” una roba giudicata, proprio da lui “old”. Il Dylan di Recchioni è solo un vecchio di merda in un corpo di un 35enne, un rompicoglioni che ai miei tempi era meglio e oggi va tutto a catafascio e che ancora ascolta la musica in vinile, non sa usare il cellulare e se deve comprare un libro va in libreria sentendosi in parte un handicappato e in parte uno degli ultimi giusti.

Per esempio, se fosse coerente con la mentalità dei cinquantenni, come in gran parte è, DYD avrebbe un profilo facebook in cui posta articoli estremi su vegetarianesimo, la violenza sugli animali e sulle scie chimiche e dietrologie occulte varie. Dylan, se fosse vero, oggi userebbe facebook anche per stalkerare tutte le belle femmine, di cui, dopo averle solo viste in foto nei profili suggeriti dal social, (come gli capita sempre anche in strada), si innamorerebbe perdutamente di loro, e inizierebbe a tartassarle in chat in nome del suo quinto senso e mezzo che gli dice “scopare, scopare, scopare!”. Ma niente, il Signor Dog è uno alla vecchia maniera per quello che fa comodo agli sceneggiatori.

E tutto quello che gli viene messo davanti e che sa di presente, è doloroso come supposte moderne nel suo culo anni 80. “Sto usando WIKIPEDIA, così trovo l’informazione che cerco” – Dolore e sgomento di Dylan. “Ehi, ma dimmi cosa contiene la MEEEMORY CARD??” “Sgomento e perdizione spirituale di Dylan. Sembra che ogni volta sia citato un po’ di presente (tecnologico più che altro) si senta quasi l’orchestra di Terminator in sottofondo. DYD alle prese con cellulari e software vari è come gli Iron Maiden che volevano introdurre la doppia cassa nei primi anni del nuovo millennio. Ascoltate, stiamo usando la DOPPIACASSA! Ora basta, però che Nicko fa la spuma. Senza esagerazioni. Signori, avete visto, se vogliamo, la DOPPIACASSAAAA ce l’abbiamo anche qui all’Iron Maiden pub!

Io me lo immagino Dylan Dog nel dietro le quinte sempre più depresso, con quel cellulare che gli pende dal saccoccino e che magari gli costerà un tumore al cervello che sconfiggerà tipo tra duecento numeri. Lo vedo che sente voci terrificanti dalla sala riunioni, gente che confabula di mp3 posseduti dal demonio, della vendetta degli Smartphone assassini e dei temibilissimi social, che lui dovrà affrontare con la sua pistola scippata di nascosto a Tex, molti anni fa. Che palle! Era meglio se mi facevano tornare nel medioevo, trasformandomi in una specie di stregone indagatore alle prese con vampiri, alberi carnivori e templi dedicati alla dea Badoo!

Coinvolgere Dario Argento a scrivere una sceneggiatura di Dylan Dog è come chiamare Diego Armando Maradona e metterlo a fare il preparatore atletico della tua squadra. Nel giro di un mese ti ritroverai 22 obesi con qualche dipendenza e nessuna voglia di allenarsi. Mi spiego meglio. Argento è sempre stato grande a mettere in scena le proprie visioni ma con i dialoghi e gli incastri narrativi non ha brillato neanche negli anni in cui era al massimo della sua creatività. I soli film suoi che funzionano in fase di sceneggiatura o non li ha scritti lui (Daria Nicolodi è l’autrice di quella di Suspiria) o non li ha scritti da solo (Profondo rosso è co-realizzata con Bernardino Zapponi). 

Sapere quindi che assieme ad Argento ci sarebbe stato un certo Stefano Piani mi ha rincuorato perché magari ho pensato, Darione mette le idee, le visioni e l’altro sta attento alla sinossi e agli avverbi e magari scrive i dialoghi. Apro l’albo e inizio a leggere. Dopo due pagine buona parte delle mie speranze sono finite nel cesso.

Scambio di battute tra due donne:

“Resta qui, BEATRIX, controlla che non venga nessuno!”

“Sei sicura di volerlo fare, MARY ANNE?”

Allora… BEATRIX e MARY ANNE. In uno scambio di battute sappiamo già i loro nomi. Perfetto, no? NO! Perché non ha senso. Se voi parlaste con un amico che vi conosce bene lo chiamereste per nome? E lui? Capisco che il pubblico deve conoscere i nomi dei personaggi ma così è giocare sporco o essere molto ingenui. Un esempio per dirvi che le cose dopo non migliorano di molto a livello di dialoghi: a un certo momento Dylan è fermato da un poliziotto e pensa la cosa più normale del mondo: “quando mi ferma un poliziotto mi sento sempre colpevole”. Lo sentiamo tutti quel disagio, i poliziotti lo sanno e si muovono in modo da metterci addosso una strana pressione. In pratica è come se ci spremessero tipo foruncoli e il pus che schizza fuori è il nostro senso di colpa. Se c’è altro, lo vedranno. Ma questo pensiero potevano darlo in testa a una comparsa, non a Dylan Dog. Lui è un ex poliziotto, e anche se al momento con Carpenter non va tanto d’accordo è sempre di casa a Scotland Yard. Quindi il pensiero da comparsa non sembra il suo. Serve a identificarsi col personaggio, ok, ma fategli dire qualcosa che tenga conto dei trascorsi di Dylan Dog. Patente e libretto l’ha chiesto anche lui a tanta gente, per anni.

Ma smettiamola di fare le pulci alla sceneggiatura e teniamoci sull’idea complessiva. Profondo Nero porta Dylan nel mondo del Bondage e la cosa di per sé mi sembra buona e giusta. Si tratta di un contesto in cui direttamente l’Indagatore non ha mai indagato e quindi ok, vediamo un po’ di carne cruda e magari il gioco su fa ehum, duro. Purtroppo i disegni di Roi qui sono la cosa più vigliacca che si potesse usare. In alcuni momenti sono così sfumati che pare di essere in mezzo a una nebbia. Per distinguere due chiappe di culo con le sferzate ci vuole una gran forza di volontà. Non si può girare un porno impressionista, giusto? 

Sul piano dell’intreccio la storia è piuttosto noiosa. C’è Dylan che cerca una donna che ha visto in una specie di sogno eccetera. Se ne innamora eccetera ma siccome la bella dama misteriosa a)non diffonde il suo numero di CELLULARE e b)nemmeno ha un’EMAILLLL! e c) non usa L’INTERNEEETTT, allora Dylan non sa che fareeee! Ma come? Praticamente c’è un problema in linea con la sua dimensione temporale 88-97, ovvero una persona da trovare a mano, e lui è in difficoltà? Dovrebbe esserne felice e godersi i suoi vecchi metodi, invece è ancora un coglione perso davanti a un PC ma se glielo levate è perso come chiunque di noi.

C’è da dire però che Dylan Dog non è uno snob. Pare abbia letto sia 50 sfumature di grigio che Il codice Da Vinci. Belli i tempi in cui passava da Conan Doyle ad H.P. Lovecraft a Villon. Anche se per recuperare da Dan Brown, ARGENTO e Pianino citano Giuseppe Parini e il pittore Hans Holbein, quindi l’equilibrio post-moderno tra Alvaro Vitali e Orson Welles è ripristinato ancora una volta.

Bella l’idea di usare la figura del whipping Boy (già che c’erano avrebbero potuto citare di rimando qualche strofa della canzone di Ben Harper, ma persino un musicofilo come Argento rinuncia a far “suonare” DYD come non avviene praticamente più dal numero 100, se escludiamo i tentativi timidissimi del nuovo corso Recchionico).

Se c’è una cosa in cui l’albo delude è nella realizzazione degli omicidi. A parte che ce ne sono solo tre, più uno di cui veniamo a conoscenza dopo che è accaduto, sono roba di una pugnalata e una pistolettata. Quanto avrebbe potuto sbilanciarsi Argento con le sue visioni sadiche? E Roi a disegnarle?

Argentiano però è il doppio finale. Non voglio svelarlo perché di sicuro adesso andrete su un piede solo in edicola a comprare l’albo, se ancora non l’avete fatto, e devo preservarvi dallo spoiler MA! se siete in fissa con Argento dovete aspettarvelo, il doppio finale. In ogni suo film c’è il primo finale (dove di solito l’assassino è un maschio) e il secondo, in cui invece l’assassino è una donna. (Sto citando Chiara Pani). Non vi ho detto niente, ok?

E in ogni caso la grande insofferenza che il regista romano ha per le logiche narrative qui trova un certo sfogo proprio nel colpo di scena in conclusione. Se c’è una cosa che funziona sul serio nel contesto dylaniato, e che ad Argento fa molto “nature”, è proprio lo zig-zag sulla linea di confine tra cosa reale e cosa soprareale, e che ogni sceneggiatore di DYD è libero di superare quando meglio crede. E Argento lo fa (lui e Piani) alla grande. Al cinema forse non glielo avrebbero perdonato ma in casa Sclavi vigono altre regole.