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Doomsday

Doomsday La Truebrica del fantino Recensioni

Ataraxie – Résignés

Ataraxie - Résignés

Résignés è un disco degli Ataraxie prodotto in vinile e cassetta dalla XenoKorp, mentre in doppio cd dalla Deadlight Entertainment.

Sembra l’inverno abbia deciso non lasciarci ancora, colpendo dove fa più male il mio già fiacco sistema immunitario. E mentre fuori la pioggia cade a intermittenze disturbanti, perché non arricchire la propria giornata ascoltando del buon funeral doom metal? Continua a Leggere

Doomsday Recensioni Ruggiti e Nitriti

Corrupted – Paso Inferior

In realtà non dovrei neanche scriverla questa recensione, poiché in ritardo di ben ventidue anni. Però non è normale scrivere su Google: Corrupted – Paso Inferior recensione, e trovare come unico risultato Metallized. Mi tira il morale più a terra di come quando vado su Pornhub, scrivo Evil Angel, e mi ritrovo come risultati giusto due clip nuove da cinque minuti senza Joanna. Continua a Leggere

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Gli Old Man Lizard e la natura dei sottogeneri

old man lizard

Ogni genere (o sottogenere, che per me sono solo altri generi) ha la licenza di uccidere qualche aspetto del buon gusto. Ci sono i blackster che possono pisciare sul nostro bisogno di armonia e buone produzioni musicali, i doomster invece ci scartavetrano impuniti i coglioni con ritmiche lente e ossessive e prendono a pedate il nostro sogno di freschezza suonando i soliti vecchissimi accordi dei Black Sabbath e magari facendoli più lenti o più lenti ancora. Ci sono i powerster che strangolano il nostro richiamo all’ austerità con dei cori e ritornelli gioiosi oltre ogni spiegabile sfera della psiche e i thrasher che martellano sulla nostra brama di varietà con riff a ripetizione abbastanza simili tra loro ma dalle varianti ritmiche attaccate volutamente a cazzo.  Continua a Leggere

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Loimann – zuppa di vetriolo!

loimann

A Voluntary Lack Of Wisdom è un disco del 2018, realizzato dai Loimann. (non fateci caso, è roba per il SEO)

I Loimann sono italiani e fanno stoner/post-doom. Ehm… post-doom? Ovvero? Mi sono perso qualcosa? Da quando il doom è stato bypassato? Capisco il post-black quando si fa sempre black metal ma senza il facepaint e cinturoni finti in vita. Ma i Doomster che fanno doom dopo il doom a cosa rinunciano? Alle canne? O all’intransigenza? O al pessimo umore?

Non so. Ho come l’impressione che da quando le band si sono messe a fare il lavoro dei giornalisti-etichettatori abbiano incasinato ancora di più tutto quanto. Post-doom? Chi lo dice, cari Loimann che voi fate post-doom? E se invece io vi dicessi che forse davvero c’è un po’ di stoner ma siete più sulla slitta per la palude che per la terra di babbo Natale? (gioco di parole intraducibile tra sledge-slitta e sludge-genere musicale caratterizzato dai riff lenti del doom e le linee vocali urlate come nell’hardcore).

Non vorrei fuorviare i lettori. Sto qui a incasinarmi la vita con la faccende di quello che dicono di fare o non dicono di fare i Loimann quando l’unica cosa che conti è ciò che fanno per davvero i Loimann. O quello che IO ho percepito essere vero di ciò che fanno.

I Loimann suonano una roba vicina ai primi Mastodon e i Baroness di Blue Album e Red Album. Poi ci sono anche delle fiarate black metal a tradimento che mescolano un po’ le carte. I brani hanno spesso una struttura un po’ randagia che fa tanto prog-qualcosa. Il disco ha una produzione che convince per l’impatto ma non è così perfetta sulle vocals. Ci sono melodie stupende qui e là, ma non escono mai prepotenti su tutta la bolgia. Sembra che provengano dalla stanza a fianco. 

Tolte queste lagnanze bisogna dire che A voluntary Lack Of Wisdom (titolo bellissimo, qualsiasi cosa voglia dire) è una specie di perenne crepuscolo uggioso in cui non c’è proprio scampo per un briciolo di ottimismo. Vi consiglio di ascoltarlo in poltrona, di fianco al caminetto acceso, con in mano una bella tazza di cioccolata calda e una coperta a scacchi di lana a coprirvi le ginocchia intirizzite. Sentitevi l’incipit masticamacigni di V.E.T.R.I.O.L. o magari l’enfasi melodica di Mass Redemeer per rendervi conto di quanto questi tre fringuelloni di Turìn sappiano il fatto loro in termini di reali atmosfere natalizie. 

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Komatsu – Nu Stoner metal!

komatsu

I Komatsu sono quattro ganzoni olandesi provenienti da Eindhoven, per la precisione la provincia di North Brabant. Molto che ve ne frega, lo so. Ma pur essendo gente cresciuta in mezzo ai tulipani, con grandi canne tra le labbra e vetrine piene di schizzi vaginali messe di traverso a far da serra per i tulipani stessi, i Komatsu si sono messi nome Komatsu. Vale a dire qualcosa che in giapponese significa qualcosa. O meglio, qualcuno. Komatsu infatti è la protagonista di un manga. Anche questo molto che ve ne frega.

Passiamo al disco. Quarto disco. In otto anni. Uno ogni due anni, e questo esce per Argonauta Records. Come il precedente. Che si intitolava More Thath Interesting You! Per chi non lo sapesse, questa etichetta è italiana. Argonauta Records. La voglio citare una volta e fatto bene, perché spesso mi mandano cose buone dal mondo e io neanche dico che sono le loro. Che pessimo cavallo… E i Komatsu sono decisamente piacevoli. Non so nulla dei lavori precedenti e nulla mi importa, a dire il vero. Non ho tempo di sentirli. Devo recensire millemila nuovi promo per la fine del mese, cazzo. Ma questo, vi assicuro che è davvero un album fico.

Album fico, sì. Ah, troppo informale? Ok, allora: questo è un lavoro di pregevole fattura. No? Bene: il platter ha un esito complessivamente felice. Vi va bene così? Ma perché vi piacciono tanto i recensori che scrivono come avessero un palo su per il culo? Insomma, A New Horizon è un bel disco, scivola via come un buon vino tra le tette di una vecchia zia riprovevole. La cosa che mi ha colpito è l’equilibrio tra stoner (loro si definiscono così) alla Fu Manchu e COC e il nu metal. Non sto scherzando, vi basti prendere Prophecy o la title-track. I riff sembrano usciti da un album a caso degli American Head Charge ma quando entrano i fraseggi di chitarra, il suono, certe variazioni ritmiche, vira tutto decisamente nel freakettame odierno di tanto underground cannaiolo. 

I Komatsu però sanno scrivere dei pezzi. Ritornelli, you know? Riescono a lasciarvi qualcosa nel cranio dopo che avrete stoppato il lettore mp3 o il giradischi o il cacchio di attrezzo anal-ogico che usate per sentir musica. E ogni pezzo ha un sapore diverso. Magari la produzione non sempre riesce a esaltarne tutti i sapori. A momenti ho avuto come l’impressione che il mixer attufasse un po’ tutto, però è innegabile che non è una taranta ripetitiva con la stessa idea messa in croce da cima a fondo in nome dell’impressionismo furbettismo di tanto metallismo undergroundista. Qui c’è diversa robetta intrigante. Sentite l’attacco di Walk A Mile e ditemi se poco dopo non state lì con lo sguardo perso a fare sì e sì al muro? E non avete nemmeno fumato. Secondo me questo pezzo è un singolo cagato e servito. 

La title-track poi si regge su un testo apparentemente da fattoni in preda a una sbobba ottimistica su qualche fantomatico cambiamento atmosferico e ideologico sia in procinto di, mentre la musica esprime sofferenza e oppressione. Belli. Belli!

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Juniper Grave – The Occult rock buona maniera

juniper grave

Juniper Grave. Scozzesi, di Edimburgo. Tre donne che si occupano rispettivamente di voce, tastiera e chitarra, e un uomo dall’aria molto scoglionata alla batteria. Un mix di Black Sabbath, Jethro Tull, Kansas, Deep Purple e bla bla bla, con testi esoterici. Insomma, la solita sbobba Occult Rock psycho-doomy-gloomy anni 70 tipo Blood Ceremony, Christian Mistress, Alunah e via così. Roba che personalmente adoro. Sarei però poco obiettivo (oltre il lecito dell’umana natura, di cui anche io, ahimè rendo la mia parte) se negassi che tutte ‘ste donnine con i mantelli, le candele, gli sfondi forestali e i pentacoli, non inizino a rappresentare una folla sempre più omogenea e impicciante.

E i Juniper Grave sono all’esordio con questo Hellions & Harridans a ridosso di un momento in cui il genere ormai sembra aver raggiunto lo stallo. E nessuno pretende dal questo quartetto una rivoluzione. Sono carini, bravi compositori e bisogna ammettere che, per quanto non aggiungano nulla a quanto già detto dalle succitate female-occult band britannico-canadesi, pezzi come Rest With Your Dead (così sprofondata nel folk e nel gothic doom) o l’inno da adunata sabbatica Dance Of The Daemon Queen (mistura tra ultimi Opeth e vecchi Candlemass) sono incontestabili prove di bravura tecnica e interpretativa e di estroso gusto armonico. E non è poco, certo. Però se non vi piace il genere, lasciate perdere: i Juniper Grave vi tedieranno e nutriranno la vostra smania incipiente di rispolverare il vecchio Malleus Maleficarum e fare un po’ di pulizia etno-artistica con la pira.

Scherzi a parte e a parte degli scherzi, questo inizio è comunque pregevole. Se i Juniper Grave tenteranno con qualcosa di più personale e audace a livello di stile, magari tra un paio d’anni scriveremo di loro, con smodato entusiasmo, indossando biancheria intima femminile e con il pene ulcerato dalla corteccia di qualche quercia troppo sfacciata. Altrimenti ci resta questo buon lavoro per adepti dell’esoterismo wiccano, innocuo, dolce come il mosto d’ottobre e poetico quanto la luna piena che guida le stregucce alle loro cene a base di cose vegane con aggiunta di saporanti al gusto di capretto e quel fottuto incenso appiccato ovunque.

Discorso a parte per la traccia numero tre: The Bridge Between Words. Picco dell’album capace di rievocare il melodramma dark di Vanilla Fudge. Le chitarre in special modo, ricordano l’epicità di certi fraseggi dei CSNY di Déjà-vu. Tené, l’ho detta grossa, eh? A un certo punto però, cazzo, in questo pezzo c’è una melodia che spacca in due ogni scetticismo, aumentando i battiti del polso e spingendo la mente verso un tiepido sole d’autunno la cui luce scivola come salsa sulla torta dei più reconditi cazzi vostri. Provate a sentirla, è al minuto 03:00.

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Di’Aul – Nessuno fluidifìca, nessuno Maradona!

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E così i Di’Aul (i diauli? Maronna li diauli pe li capelli?) son de Milàn. O meglio di Pavia, che tutte “qualsiasi cosa ci metti” fa rima con si porta via. Allora, per cominciare bisogna dire che non ho pensato mai si trattasse di connazionali. Ed è un bene. Nel senso che quando affermi, di un gruppo Italiano, che ascoltandolo neanche sembra un gruppo italiano, gli stai facendo essenzialmente un complimento. Perché noi, che ci facciamo sempre riconoscere, è meglio, almeno nel metal, che non ci facciamo riconoscere. Solo così magari riusciamo a prenderci sul serio, come meritiamo. Non sempre, ma i Di’Aul sì. Meritano di essere ascoltati senza i paraorecchi di chi pensa: “ah, che palle, questi sono milanesi e suonano come funghi nati sotto le ascelle di Kirk Windstein, qualcosa non mi torna. Ma vaffanculo. Senti la musica e pensa a quello che penseresti quando sai che è gente svedese, finnica, irlandese, tedesca o di qualsiasi altro cazzo di posto che non sia la tua merdosissima Italietta.

Secondo me i Di’Aul sono grandiosi. E non è vero, come scrive Metalitalia, ripetendo la parola “personalità” nel giro di due righe, che peccano di personalità. Io trovo invece che questi quattro menegazzi sappiano il fatto loro. E che, per inciso, se un gruppo dopo un ep e due album ancora non ha una personalità così sviluppata è del tutto normale. Ma vogliamo finirla di comportarci con i gruppi esordienti con la stessa pazienza e lungimiranza degli osservatori dell’Inter? Che poi è vero, molte volte non si trova differenza tra un gruppo all’esordio e uno che ha otto album sulle spalle ma nel caso dei Di’Aul c’è tempo per dire che non sono maturi.

E comunque i Di’Aul sanno scoparci già bene. Per prima cosa propongono un doom trascinante, cosa che molte band dedite a questo genere trascurano (la musica metal deve farci fare a tutti sì con la capa, altrimenti qualcosa non va, chiaro?). Però non si limitano a ripetere il verso dei gruppi di New Orleans e tanto meno cileccano il Southern birignau di Zakk Wylde. No, rombano sodo, con bei quarti pentatonici e quando pensi di aver già capito più o meno tutto, ecco che ti immergono fino al collo in una pozione grunge sopraffina. E allora taci e ascolti… e magari ti commuovi pure.

Sentite Garden Of Exile e ditemi se non sembra una ballata elettrica depressiva affogata in qualche tazzona di Starbuck. Vi assicuro che ci vuole classe per realizzare un pezzo del genere. Fossero dei fighetti di Seattle già parleremmo di ferite riaperte sul culo del fantasma di qualche martire anni 90. Non bastano due riffoni in croce alla Tony Iommi e nemmeno qualche urlo alcolico per fare una canzone che sappia dare del tu agli affari esteri. Qui c’è un sentimento puro che sale come un fottuto serpente predatorio lungo le spalle e ci avvolge amichevole, sospingendoci verso una lunga strada buia e deserta per darci poi in pasto a gigantesche fauci di malinconia. Ecco, cosa c’è.

E con Mother Witch andiamo anche oltre. Non è la solita stoneggiata esoterica da fumati del piffero, qui c’è tutto un naufragio di riff e melodie catarifrangenti. Sto fuori, lo so. Melodie. Catarifrangenti. Ok, mi spiego meglio: in un certo senso le buone melodie riflettono i sentimenti, i dolori, i sogni e gli incubi con cui illuminiamo il buio davanti a noi. E quando ci imbattiamo a tutta birra in un pezzo catarifrangente, ecco che la notte risponde e ci impedisce di precipitare in un burrone là davanti. Ci dice, fai sta cazzo di curva e procedi ancora. La fine non è questa.

Inoltre, i Di’Aul non la tirano troppo per le lunghe, mai. Con il precedente Garden Of Exile non hanno sforato i quaranta minuti e questo è indice di buona educazione, quanto meno: qui ce ne mettono una trentina e qualche spiccio per triturarci in una melassa di groove, magia nera e mestizia esistenziale. E congedarci in un bagnasciuga di arpeggi e cantati alla Pearl Jam con la ciambella in un mare di petrolio e pesci morti.

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DIRGE – AH PUCH! Qualsiasi cosa voglia dire il titolo

dirge

Prima di tutto voglio specificare che, nonostante abbia sentito per bene il disco, non ho avuto mai e dico mai il sospetto che si trattasse di gente indiana. I Dirge sono indiani ma non vogliono in alcun modo farcelo pesare. Io immaginavo, a sentire i pezzi, che fossero italiani o inglesi, figurarsi. O magari francesi. Anzi, no, troppo intelligibili e orecchiabili per essere francesi. I francesi credono nella sofferenza e nella monotonia come garanzia di non so cosa. Ma non importa.

Insomma, i Dirge sono una doom-death-sludge band indiana, all’esordio, e con un concept dedicato a Montezuma e Cortez. La storia vera la conosciamo tutti: gli Aztechi (i futuribili messicani) attendevano gli dei bianchi, dispensatori di saggezza e conoscenza. Quando arrivarono i conquistadores spagnoli, pensarono che fossero loro gli dei che attendevano, e così gli permisero di raggiungere (a cavallo, non dimentichiamo che i cavalli in questa storia furono determinanti) il cuore della loro civiltà, ovvero il palazzo di Montezuma. Il re li ospitò con grande piacere e rispetto. Quando però Cortez e i suoi si accorsero che c’erano stanze piene d’oro, pensarono che fosse doveroso per il re e i suoi selvaggi di lasciarglielo portare in Europa. Montezuma disse: “ehm…” e Cortez rispose “ah, è così che la metti?” Da lì le cose andarono sempre peggio, fino allo sterminio totale degli Aztechi. I Dirge probabilmente raccontano più il mito che la realtà dei fatti svolti al tempo. Parlano di demigod, Revenge of Montezumadeché e di altre cose spiritiche. Il che va benissimo, ci mancherebbe. Questa è la prospettiva metal. Un po’ la stessa di Rambo e Asterix, per intenderci.

Il bello è che se non avessi capito di cosa parlava l’intero concept, non avrei immaginato altro che brughiere, metallari malnutriti in giro per i cimiteri di Halifax e qualche resuscitato cieco qui e là. E invece no, bisogna trascinare la mente nell’America centrale, al cospetto delle grandi piramidi Azteche, la giungla torridissima, i beceri e spietatissimi conquistatori spagnoli e tutto quel sangue e quell’oro e quel sangue…

Le tracce del disco sono sei, ma una è quasi un piccolo intervallo respiratorio di tre minuti e mezzo (The Dilemma) con una chitarra che strimpella accordi apparentemente non a caso. Le altre cinque durano tutte nove minuti e rotti… I coglioni pure, qualche volta. Ma non sempre. Bisogna dire che i Dirge sanno variare le lunghe composizioni, con brani cadenzati, altri più tirati, frammezzi acustici e atmosferici e persino momenti corali. Sì, c’è di buono che si canta pure, come per esempio nel finale enfaticissimo di Montezuma’s Revenge.

I Dirge infatti guardano parecchio alla tradizione anglosassone del death-doom di inizio anni 90, ai Black Sabbath e Maiden e allo sludge più canonico di Neurosis e Eyehategod. La voce è un urlo costante che dopo un po’ titilla la ghiandola biliare ma la musica sa come spaziare e stimolare. Non è sempre tutto riuscito ma tenendo presente che si parla di quasi cinquanta minuti divisi per cinque segmenti, solo gli Opeth potevano cavarsela in un’impresa del genere senza annichilire il mondo suscitando vandalizzanti scenate di insofferenza.

Quindi bravi. Ah Puch! (che a dispetto di quello che possa significare, noi lo facciamo suonare come Chapeau!)