Stai leggendo la Categoria

la biblioteca di Chtulhu

la biblioteca di Chtulhu Recensioni

Offspring – Progenie cannibale di Jack Ketchum (Cut-up Edizioni)

E tutto questo non apparteneva al mondo oggettivo, lui si era cacciato in qualche malato, oscuro, putrido nel cosmo dove arti umani penzolavano dal soffitto e l’odore di qualcosa di dolce e carnoso nella pentola si mescolava al tanfo di piscio e merda, dove scarafaggi grossi come una mano correvano dal pavimento sopra il corpo nudo di un neonato che dormiva su una coperta sudicia e sopra le gambe annerite di qualcosa col cazzo incatenato alla parete di fondo – Offspring, Jack Ketchum, 1989.

La cosa che rende speciale Ketchum è il fatto che i cattivi, i maniaci, i mostri di cui ci parla, sono chi non dovrebbero mai esserlo. L’orrore è dove non t’aspetti. E non te l’aspetti perché non vuoi nemmeno pensare che sia lì, cazzo. Padri, madri, figli, fratelli e sorelle, questi sono i maniaci, i bastardi, i demoni. Offspring (seconda parte della trilogia che parte da Off Season e si conclude con The Woman) mette al centro una famiglia di cannibali primitivi, ai margini della tranquilla e moderna vita di provincia americana. Continua a Leggere

la biblioteca di Chtulhu Recensioni

Zartana

zartana

Grazie alla Cut-up Edizione e la lungimiranza di Stefano “El Brujo” Fantelli, è finalmente tra noi Zartana! Enzo Rizzi da ora in poi non sarà più solo sinonimo di Heavy Bone e Nicola Pesce Editore (chi la capisce la capisca). 

Certo, non sarà facile per lui raggiungere ancora il successo che ha avuto con lo zombie del rock and roll. E forse lui non aveva neanche tutto sto bisogno di avviare una nuova impresa creativa. Voglio dire, quanto ancora  si può e deve fare con Heavy Bone prima di cominciare qualcosa di nuovo? Però quando ti viene una buona idea, se ci riesci la metti in pratica, cosa aspetti? Specie con un editore che ci crede ciecamente e ti incalza per realizzarla.  E mescolare blues, voodoo e spaghetti western è una trovata grandiosa. Zartana è questo, un esplosivo e caotico guazzabuglio epico fatto di chitarre e colt, incantesimi e sparatorie cruente.

Il western di Enzo non è propriamente classico. Ci sono gli zombie, i licantropi, i vampiri e altre mille simpatiche creature. Lo stesso Zartana appartiene al lato oscuro e lotta per non essere il mostro che la propria natura vorrebbe. Purtroppo la perdita della sua adorata Stella, gli rende il mantenimento dei buoni propositi un po’ più difficile, al punto di spingerlo a sfoderare gli strumenti della magia e la propria boria omicida per combattere chi gli ha ammazzato la moglie. 

Ma al di là della smania di dare vita a un nuovo personaggio e magari conquistare nuovi fan, Zartana vive ora per motivi ben più complessi e intimi. Nessun fumetto più di questo può dare a Enzo la possibilità di sublimare creativamente qualcosa di molto doloroso che scava dentro le sue viscere. Non è un tumore, ma una perdita. Diciamo che nessuno più di lui può capire lo smarrimento e la rabbia del suo personaggio, davanti alla morte dell’amata. In un certo senso, Zartana è un esorcismo alla stregua de  Il Corvo. James O’Barr lo realizzò nel momento più nero e scoraggiante della propria vita. Sua moglie era morta da poco in un incidente d’auto. La storia di Eric e la sua vendetta, l’amore oltre la morte,  servirono al suo creatore per trasformare il caos che se lo mangiava vivo, in qualcosa di buono e utile al mondo. 

Zartana potrebbe avviarsi nella stessa direzione. Per ora è presto per dire troppe cose. Le due avventure sono un fugace assaggio di ciò che il nuovo “romanzo” di Rizzi potrebbe diventare. L’episodio è disegnato da quattro autori, che rendono la storia, nel loro avvicendarsi molto dinamica, grazie agli stili contrapposti: prima impressionistico, poetico e disperato e poi più classico, d’azione e schietto (eccovi i nomi in ordine d’apparizione della nuova scuderia rizziana: Cardoselli, De Francisco, Carratu’ ed Elia).

Solo due appunti posso fare. Il primo è che, pur capendo il poco spazio disponibile, ci vuole più blues, più canzoni, citazioni, rimandi alla musica. La seconda è che per quanto sia un western soprannaturale, non è accettabile una così scarsa presenza di cavalli! Sono certo che per il futuro Enzo e i suoi uomini provvederanno a dare più zoccoli a Zartana. E più blues. 

Con Zartana le cose potevano essere ancora più difficili, se non ci fosse stato Stefano Fantelli, meglio noto come “El Brujo”, che fin dai primi accenni di Enzo si è arrazzato e ha prenotato le avventure del nuovo eroe rizziano per la Cut-Up Edizioni. 

la biblioteca di Chtulhu Recensioni

Gli angeli perduti di David J. Schow – Lost Angels

Si parla del lontano 1999 e se non ricordo male Lost Angels fu l’ultima uscita che mi portò all’attenzione la Phoenix Editore. Il libro sono riuscito a trovarlo e leggerlo solo ora, dopo quasi vent’anni, grazie a e-bay. Quando Daniele Brolli (se ci sei batti un colpo, amico) lo fece uscire per la collana Sangue, dopo The Cleanup (L’angelo della carne) di John Skipp & Craig Spector e Slob di Rex Miller, il fenomeno splatterpunk ormai non faceva più sensazione. E forse in Italia non era mai stato una cosa tanto rilevante. Continua a Leggere

la biblioteca di Chtulhu Recensioni

Dirge – Si sente che sono franzosi

dirge

Non ditemi come ho fatto ma, a sentire i Dirge, prima ancora di andarmi a informare, ho sgamato che erano francesi. Non lo so, c’è qualcosa nel metal che viene da lì che… Noi italiani siamo sempre pronti a disprezzarci, dicendo che persino il Portogallo e il Brasile hanno dato una grande band al genere, ma anche Francesi e Spagnoli non è che se la siamo cavata tanto meglio di noi. I Mago de Oz e Tierra Santa? Ma per favore. Gojira? Sì, niente male, però se li mettiamo vicino ai nostri Sadist, non è che abbiano tanti motivi per arrossire, eh?

I Dirge fanno sludge. O meglio, sono un misto di sludge, space metal e c’è pure qualche varicocele industriale qui e lì. Lost Empyrean è l’ottavo, dico ottavo album. Praticamente questi girano dal 1994 e io me ne accorgo solo ora. E scommetto, anche voi! In ogni caso il disco non è male. I pezzi hanno tutti questa enorme andatura da obeso al supermercato degli scafandri, con le tastiere che gravano sulle chitarre, i vocioni catarrosi o mugugnanti da qualche parte e la sensazione che magari ogni tanto avrebbero potuto anche alleggerire un po’ la mole di arrangi. Insomma, non è possibile che sia tutto così imponente e greve dall’inizio alla fine. Non incute timore. Non mette angoscia. Annoia. Le band metal non riescono a spogliarsi del casino, ogni tanto. Non tutto deve per forza essere estremo, marcio, pesantissimo per quasi un’ora. A ogni pezzo si cerca sempre di mettere lo stesso vestito e alla fine ecco otto tizi in divisa che ci guardano senza dire molto. La violenza esce meglio se alternata a passaggi meno estremi. La melodia… 

Ma che parlo a fare? Va beh, i Dirge non mi spiacciono. Vi direi qualcosa in più su ‘sto disco ma le informazioni sono davvero poche. Credo che la line-up sia composta di quattro persone. Probabilmente hanno prodotto l’album da soli. Di buono c’è che tolto Marc T., che si diletta anche nel mixing di altre band, il resto della band non fa altro, a parte suonare nei Dirge. E questa è cosa buona e giusta. Sapete cosa ne penso di quegli abulici che tengono in piedi diciotto formazioni differenti, vero? Che poi fanno diciotto dischi in tre anni e magari mi tocca pure recensirli tutti quanti. I Dirge hanno realizzato troppa roba per avere ancora ragione di esistere. Voglio dire, altri tempi sarebbero falliti e amen. Oggi invece nessuno fallisce più. Si spende poco, si vende niente ma si tira avanti. E quindi ci tocca sopportare anche i Dirge. Il metal finché aveva un valore commerciale era mortale, come tutte le cose che rientrano nel mondo dell’economia e non della velleità. Ora che non c’è più economia e tutto è amatorio, si finisce per non morire praticamente più. Ci vorrebbe un altro grunge, ma cosa farebbe? Nulla. I Dirge, i Tierra Santa, i Fifth Angel o persino io e il mio gruppo power che non suona più dal 2005, tutti potremmo fare un altro album e metterlo in rete. Esisteremmo ancora. E qualcuno dovrebbe recensirci. Altri come me. 

Magari in Francia i Dirge sono come da noi i Meshuggah o i Fear Factory. Chi lo sa? Lì ogni cosa prodotta in casa ha un seguito nutrito. Forse intorno a Marsilia sono rispettati e tutto il resto. Voglio dire, i Francesi sono accorsi in massa a vedere La cena dei cretini e adorano Christophe Gans e Gaspar Noé. Voi neanche saprete di cosa io stia parlando, specie se avete meno di 28 anni. 

Avrei finito ma se non cito qualche brano pare che questa non sia una recensione. Allora ecco qua: mi piacciono molto Algid Troy. E dicendo che mi piace Algid Troy, praticamente ammetto di gradire anche le altre tracce. Perché sono tutte uguali, sia chiaro. Lunghe tirate rarefatte in cui fraseggi post-punk gongolano su riff alla Fear Factory e Deftones. L’intero Lost Empyrean fa pensare a un’astronave piena di morti che vaga nello spazio in cerca di un buco nero che la evacui. Sembra un relitto di vecchie poesie dimenticate. Va ascoltato passeggiando lungo una strada che attraversa dei campi, possibilmente una mattina d’inverno, con la glassa di brina ghiacciata che copre l’erba secca e qualche carcassa di gatto scalzato via da una macchina in corsa durante una delle lunghe notti precedenti. 

la biblioteca di Chtulhu Recensioni

Quella strana ragazza che abita in fondo al viale – Laird Koenig

Quella strana ragazza che abita in fondo al viale è un romanzo non propriamente horror ma dai risvolti macabri e sovversivi in quantità giuste per piacere a un pubblico in fissa con Poe o Stephen King. La storia di questa ragazzina di 13 anni che vive sola in una casa assediata dagli adulti, intenzionati a portarla via (o scoparsela) e consegnarla nelle rassicuranti e decerebranti braccia delle istituzioni scolastiche è un po’ la versione per grandi di Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren. Solo che la piccola Rynn di Laird Koenig non ha una forza sovrannaturale e un baule pieno di monete d’oro. La sua risorsa principale è un’intelligenza che rasenta la diavoleria e quanto al baule, dentro c’è la legna per il caminetto e l’ombrello appartenuto a una delle sue vittime.

Come nelle fiabe e le teorizzazioni del reietto psicanalista Bruno Bettelheim, il bambino ha la meglio su orchi e streghe (gli adulti) grazie all’ingegno, con esso vince la forza dei mostri. Anche qui Rynn se la cava usando il cervello, sia con una madre avida e anaffettiva e la dispotica e sospettosa padrona di casa (le streghe) e il figlio di quest’ultima, pedofilo recidivo e impunito che gira intorno a casa sua come il lupo di Cappuccetto, anche se è più facile, dati gli appetiti sessuali del personaggio Frank Hallet, paragonarlo più a un orco, appunto. E la casa in cui vive Rynn, ovviamente è isolata ai margini del bosco.

Quella strana ragazza che abita in fondo al viale è in tutto e per tutto di una fiaba nera, in cui però gli aspetti oscuri finiscono per bagnarci le scarpe, nonostante cerchiamo di tirarci indietro, e non rimettere nulla al proprio posto. La bambina è guidata da un’ideale per lo sviluppo integro che la porta a difendere la propria solitudine e indipendenza con qualsiasi mezzo ma non prova alcun tipo di rimorso per ciò che arriva a fare pur di impedire agli adulti di smascherarla e toglierle quella libertà. Le sue vittime sono nella cantina e lei continua a vivere sopra i corpi in decomposizione, leggendo sia libri su come impedire ai corpi di puzzare che le poesie di Emily Dickinson, scrivendo poesie, accendendo il caminetto, pulendo casa e cucinando pranzetti da consumare in solitaria o assieme a Mario, un ragazzo storpio che finisce per diventare suo complice (tipico aiutante proppiano) che il primo amore. La passione tra questi due ragazzini sboccia durante la sepoltura di due corpi in giardino.

Di questo libro funziona ancora tutto quanto. C’è poca audacia nella descrizione dell’amore tra i giovani protagonisti, in lotta contro il mondo dei grandi che vogliono interferire con la loro indipendenza, ma nell’insieme è impossibile mollare la lettura senza il desiderio di riprenderla quanto prima. Laird Koenig viene da Hollywood (lui è autore della sceneggiatura tratta dal proprio romanzo e su cui si basa il film interpretato da Jodie Foster, Martin Sheen) e sa come imbastire uno script pieno di ritmo e ganci al posto giusto ma sorprende per la scelta di un finale, sia nel romanzo che nella pellicola, talmente aperto da risultare quasi monco. Si volta pagina pensando che ce ne sia almeno un’altra mezza a spiegare davvero come a Rynn riesca il gioco delle tazze. Personalmente ho avuto una sorta di vertigine, tipo davanti a una voragine improvvisa.

Di sicuro Quella strana ragazza in fondo al viale è una storia molto più ambigua e inquietante di quanto sembri in apparenza; un piccolo classico per l’infanzia (sbagliata) da riscoprire.

la biblioteca di Chtulhu Recensioni

Poppy Z. Brite e il jazz della città dei morti vivi!

Il cadavere uscito dall’armadio succhiò i liquidi e la carne in parte digerita che trovò nel suo stomaco. La testa morse lo scroto di J. e inghiottì la massa salata dei suoi testicoli come fossero un paio di tenere ostriche. Il cimitero dei vivi – Poppy Z. Brite (Indipendent Legions, – vi direi il prezzo ma nella copia che ho io non c’è! E vi assicuro che l’ho pagato regolarmente, però non ricordo più quanto)

Poppy  Z. Brite non abita più qui, in realtà. La raccolta di racconti Il cimitero dei vivi, pubblicata dalla benemerita Indipendent Legions (se solo stessero più attenti alle coniugazioni verbali e i refusi sarebbero davvero impagabili…) appartiene a una bomba di scrittrice di New Orleans, definita nelle note biografiche come regina dello splatterpunk e autrice di Lost Souls, Drawing Blood e Cadavere squisito, oltre a una serie di romanzi e antologie datate fino ai primi anni duemila.  Continua a Leggere

la biblioteca di Chtulhu Recensioni

Monster Masters – Il presente e il futuro dell’horror secondo Alessandro Manzetti (Cut-up Editore)

Paolo Di Orazio, nel retro di copertina di Monster Masters, ci dice che questo volume è imprescindibile: la nuova bibbia dell’horror, nientemeno. Anche se mi ha ricordato per certi versi l’impareggiabile volume di Paul M. Sammons Splatterpunk. Extreme Horror (edito da Mondadori quando molti di voi andavano ancora alle elementari) Monster Masters – I segreti dei maestri dell’horror non ha purtroppo la stessa veemenza. Si tratta però di un libro necessario e appassionato che nel suo piccolo vuol colmare un gap vergognoso che si allunga da oltre vent’anni dal nostro paese al mercato orrorifico internazionale. Continua a Leggere

la biblioteca di Chtulhu Recensioni

Alraune – La storia di un essere vivente di Hanns Heinz Ewers – (Hypnos Edizioni, 18,00 euro)

Lo scrittore tedesco Hanns Heinz Ewers, noto ai cultori italiani dell’horror letterario per il racconto Il ragno, (che potete recuperare in Il ragno e altri racconti. Edizioni Del Bosco, 1972) fu famoso negli anni lontani del primo dopoguerra grazie a questo capolavoro di perversione e decadenza: Alraune. Die Geschichte eines lebenden Wesens (1911).

Secondo capitolo di un trittico romanzesco che ruota attorno alla figura dello scaltro e terrigno Frank Braun, a quanto pare Ewers qui raggiunge il suo apice creativo (escludendo Il ragno, ovviamente). Dobbiamo fidarci di chi ce lo dice perché l’opera di questo autore è quasi del tutto inedita nel nostro paese e il tedesco è una lingua tuttora proibitiva ai più, quasi quanto i prezzi delle edizioni ultra-rare che si potrebbero reperire su ebay.

L’apprendista stregone e Vampir, gli altri due episodi della Frank Braun Trilogy risulterebbero assai riusciti anch’essi secondo chi li ha letti, ma sono introvabili o quasi; Alraune in ogni caso proprio non si batte. Alraune is the best! Continua a Leggere

Iscriviti alla Mailing List di Sdangher
Inserendo la tua email, acconsenti al trattamento dei tuoi dati personali.