Editoriali Pascolando

POPPORNO – QUARTO E ULTIMO MOVIMENTO: IL FESTIVAL DI SAN REMO


Non ha senso, parlando del Festival di San Remo, fare quello che il festival e chi lo organizza vuole, ovvero polemizzare. Durante il festival polemizzano anche i tori e le meduse. Tutti in polemica! Non voglio trasformarmi anche io, come fanno tanti opinionisti appositamente per la settimana festivaliera, in critico televisivo competente che attacca le scenografie, la regia, la scaletta di uno spettacolo goffo, decadente, a tratti quasi dilettantesco. Io di tv non capisco nulla e lascio e lascio l’onerosissimo compito di giudicarla ad Aldo Grasso. Non mi curo neanche di tutta la questione economica, lo sperpero in faccia alla gente terrorizzata dalla crisi, i cari abbonati che ancora, per dovere civile o coatto, tirano fuori i soldi del canone e li vedono buttar via così. Continua a Leggere
Editoriali Pascolando

POPPORNO! TERZO MOVIMENTO: BEEN BIAGIO ANTONACCI

Se De André non era solo un cantautore ma un grande poeta, allora Biagio Antonacci non era solo un cantante per le donne che leggono Fabio Volo e Baricco, ma un cantautore. Lui si reputa tale e tecnicamente lo è. Solo che in Italia i cantautori, checché ne dicano i canonisti di Repubblica, non sentono di avere nulla a che spartire con quel figo impomatato che riempie le arene plagiando i motivi musicali della coppia Iapino Carrà e vendendo sentimentalismo da discount, soprattutto mostrando a tutti che bel cazzone tormentato risieda tra le sue gambe. Continua a Leggere
Editoriali Pascolando

POPPORNO – SECONDO MOVIMENTO: I CANTAUTORI SONO LA PARTE RICATTATORIA DEL MALE

 

Ora, io non ce l’ho con i cantautori, anche se una certa avversione nei confronti di chi ci sciala dalla mattina alla sera sparandoseli in ogni dove, dallo stereo della macchina all’mp3, insomma sì, sono diffidente verso costoro. Sono diffidente verso Morgan che li esalta in tv neanche fossero Milton, Musil o Joyce, ma lasciamolo perdere, fa solo spettacolo come Mourinho fa calcio, con intelligenza, sfacciataggine e culo.  Continua a Leggere
Editoriali Pascolando

POPPORNO! PER UNA SANA DEMONIZZAZIONE DEL POP/ROCK ITALIANO IN QUATTRO MOVIMENTI – Primo movimento: I musicisti metal donati al regno del Pop Italiano

 

Prima o poi bisognerà farlo un articolo su tutti i musicisti ‘talli prestati al mondo del pop italiano, dagli anni 70 fino a oggi, no? Quasi tutti questi grandi cantanti e cantantesse da classifica sfoggiano sul palco, di solito per fargli suonare tre assoli micragnosi su un campionario di quindici brani, un chitarrista solista con i capelli legati, l’abito elegante e una posa inoffensiva. Costretto a lasciarsi andare a smorfie sessuomani giusto quando arriva il momento fatidico, ovvero nell’attimo in cui quelle quattro note stiracchiate su un giro di DOo di RE gli permettano di esprimere l’animalaggine che imperversa dentro un energumeno da rock vero. Continua a Leggere
Finché morte non vi separi Recensioni

Finché morte non vi separi n.9 (Rubrica Death, Black, Grind)

CRIPPLE BASTARDS – Senza impronte (Italia 2012)

 

Non sarà facile ripetersi dopo quel capolavoro grind di “Variante alla morte”. Le premesse sembrano però essere delle migliori perché “Senza impronte” è un Ep ruvido al punto giusto, grezzo ad hoc in attesa del loro album che sarà pubblicato, come è avvenuto per questo mini, niente poco di meno che dalla mitica Relapse records! Vi aspettiamo! Continua a Leggere
Articoli Giapponesate

Giapponesate #11 – Aida Makoto

Io d’arte moderna non ci capisco molto, a volte neanche riesco a considerarla arte forse perché troppo legato ai miei miti d’infanzia, che poi sembra quasi abbia 500 anni per avere miti d’infanzia simili, ma io sono nato vecchio e morirò bambino come fossi vissuto al contrario nell’attesa di nascere.  

Il Giappone è il paese degli eccessi, di certo non è una novità e ringrazio Mara per avermi passato forse un nuovo tassello ai limiti che la mia mente possono raggiungere nel paese del Sol Levante. Scherzo, quelli li ho già superati da tempo quando ho iniziato a vedere la pornografia snuff e i film della Troma.  

  Beata infanzia perduta…     Aida Makoto – Monument For Nothing.

    Io fino a cinque minuti fa manco sapevo chi fosse, ora voglio un suo autografo. Il ‘Monument For Nothing’ è la sua personale galleria artistica d’un monumento al nulla, qual è la società giapponese con i suoi eccessi. Amato, criticato, io non vedo altro che un crudo ritratto della perversione, dei falsi miti sfatati nella loro natura.  

  Non mancano momenti anche di pop art quali graffiti futuristici deviati, dalle crome accese capaci di rubarmi più d’un sogno immaginando Aida di fronte quel muro come un writer in pensione che si chiede se questa sua arte sarà criticata dai più, odiata dai pochi e amata solo da lui….  

    O che quasi potrebbero rubare un goliardico sorriso al Tarantino di turno…  

    Il Giappone è un paese d’anziani che odia gli anziani, come ci ha ricordato il suo primo ministro Taso. Che poi non ci si stupisca se l’anzianità ha la ribalta sulla giovinezza, perché l’esperienza uccide l’inettitudine.  

    Nato nel 1965, fa il suo debutto nel 1980 con un idea ben precisa: mostrare due volti ambivalenti del suo Giappone, il disprezzo e la condivisione.  

    I suoi temi girano attorno al sesso e alla politica, icone senza mai, come un novello Da Vinci, fissarsi su un unica arte, o stile quale sia disegno, scultura, video o rappresentazione.  

    Che sia criticato o apprezzato non importa cosa ottiene, ma il fatto stesso è che ogni sua opera nel suo eccesso riesce sempre e comunque a rubare l’attenzione mediatica da lui richiesta.  

La Truebrica del fantino Recensioni

HATEBREED… CON IL MARTELLO!

Quello che non mi spiego degli Hatebreed è che pur facendo un tipo di metal accessibile, comunissimo, acchiappone, molto groovy e catcthy anziché suscitare la solita diffidenza che i metallari europei ammettono di avere verso il metal americano “moderno” estremo degli anni ultimi vent’anni (inclusi Lamb Of God, Slipknot e Pantera), ecco che gli Hatebreed li rispettano e lasciano in pace. Non li ama quasi nessuno, li ascoltano in pochi, ma convincono tutti. Forse è questo il punto: non hanno fatto tanto successo da finire su XL, o magari è perché James Jasta non ha il faccino carino di Chris Cornell e quindi se ti parla di cose orrende che farebbe alla schiena di qualcuno, tu, con quell’espressione da neonato che non mangia da troppe ore, gli credi eccome. Ci credi a lui e alla sua band.
Gli Hatebreed vogliono far male, liberare odio, rabbia e sangue e lo fanno senza mai cedere alle civetterie, i trucchi della discografia estremista tecnicool. Musicalmente un loro disco non aggiunge molto rispetto al precedente e non c’è chissà cosa in termini artistici, eppure quando parte l’ascolto, ti senti come messo a sedere e preso a schiaffi, avverti dentro di te degli strattoni, insulti spruzzati in faccia. Alla fine, quando vieni restituito al silenzio e ti alzi sei uno straccio, te ne vai e cazzo non li rispetti più, tu li temi!

Io ho timore degli Hatebreed perché loro non scherzano, non raccontano bugie, non posano, non gli è mai fregato nulla di fare altro, solo prenderci tutti a pugni. Per loro la parola onore ha un significato, non vogliono convincerti che fanno sul serio, perché lo senti e loro sanno che lo senti. Non hanno bisogno di conquistare la tua fiducia perché sei tu a chiederti se non preferiresti le rassicuranti menate pseudonichiliste di Corey Tyler mascherato da Mocho Vileda. Gli Hatebreed sono quello che dicono di essere: odio tirato per una quarantina di minuti. Loro hanno sempre fatto questo e l’hanno fatto sempre meglio, disco dopo disco.
L’ultimo album te lo immagini ancora prima di metterlo nello stereo. Al punto che non pensi nemmeno di sentirlo tanto non ci saranno sorprese. Poi capita che una mattina in cui ti rode di molto il fesso esci di casa per andare al lavoro e ti viene automatico di sentire gli Hatebreed: come staccare via il martello dal muro a cui è appeso, lo stesso muro e lo stesso martello davanti a cui passi tutte le mattine diretto al tuo solito lavoro, alle solite incazzature, tristezze e ristrettezze quotidiane. Ecco che scegliendo di ascoltare il nuovo “Sound Of Purpose” per me è stato come andare a lavorare con il martello e propositi in testa per niente rassicuranti.
“Put It To The Torch”, “On Your World” e “Before The Fight” sono la colonna sonora ideale per un sanguinario combattimento tra cani pieni di amfetamine. “Dead Man Breathing” è un sentito omaggio agli Slayer ma privo di soggezione, “Honor Never Dies” ha un ritornello per certi versi “arioso” ma come può esserlo uno scantinato dove si gira un torture porn dal vivo.

Massimiliano Lodigiani su Brutal Crush li ha definiti Metalcore e Alessandro Ve di Metallized ci è rimasto così male che anziché scrivere un commento stizzito sotto l’articolo di Max, mi ha scritto in privato per lamentarsene e chiedermi spiegazioni. Anche Wikipedia dice che fanno Metalcore, sapete?
Diciamo che, per non offendere nessuno, con gli Hatebreed… “si parla essenzialmente di un gruppo hardcore east coast, secondo una discendenza abbastanza logica (Minor Threat – Agnostic Front- Sick Of It All – Madball) aggiornato alla pesantezza e allo spirito apocalittico del death metal. Cioè, partire dal presupposto che si parli di metal è sbagliato” (così mi ha rivelato Zorba e io mi inchino davanti alla sua infinita spericolata saggezza).
(Francesco Ceccamea)

 

Film Sdangheri Recensioni

TARANTINO E LA GENTE DI MERDA – Considerazioni sclerotiche su Django Unchained

 Ne parlavo giusto con un amico tempo addietro che è sempre così: appena esce qualcosa di nuovo appartenente a qualsiasi fascia, pure fosse un WC capace d’attrarre l’attenzione mediatica della massa come la merda con una mosca tutti si sentono in dovere di dire la propria. Recensioni, anteprime, pareri personali, tutti che spulciano quest’oggetto del desiderio convinti di possedere l’unica verità, un po’ come quando un testimone di Geova ti fa’ “si, gli altri possono dire la propria, ma solo noi deteniamo la verità” – quanto odio quei bastardi.

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Editoriali Pascolando

SCRIVIMI UNA CANZONE – SECONDA PARTE: “Baroness: Construction time again?”.

Anno 2012: un’inversione di tendenza rispetto a questa legge paiono volerla imporre i Baroness. Precedentemente considerati i fratelli minori dei Mastodon, che erano arrivati alla ribalta con qualche anno d’anticipo, in occasione dell’ultimo album come loro si sono spostati verso canzoni dalle strutture più snelle e con melodie in maggior evidenza. Continua a Leggere
Editoriali Pascolando

SCRIVIMI UNA CANZONE – PRIMA PARTE: “Campaign for musical destruction”

 

L’heavy metal contemporaneo avrà tanti pregi ma certo non quello dell’accessibilità. I gruppi acclamati come i più validi, evoluti, originali, innovativi emersi nell’ultimo decennio non hanno il proprio punto di forza nella maestria compositiva alle prese con la forma-canzone. Gojira, Kylesa, A Life Once Lost, Sikth, The Sword, Between The Buried And Me, Norma Jean, Intronaut, giro Relapse, giro Prosthetic … per tutti si potrebbe parafrasare quanto lo scrittore François Mauriac ebbe a dire del poeta Paul Éluard: “Eccellente, ma chi ne ricorda un verso?”. Continua a Leggere