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Amore è la risposta – se ci amiamo ci ameranno

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Questo articolo parla non di Satana, di metal o di coprofilia ma di amore.

Buona domenica da venerdì. Bisogna portarsi avanti col lavoro se si vuole fare tutto in tempo. Quindi io questo post lo inizio venerdì sera, lo rifinisco sabato e lo stravolgo e riscrivo praticamente da capo la domenica mattina.

Sapete qual è il problema principale di tutti quanti noi? Quello che genera infelicità, dolore e tanta merda? La mancanza di una comunicazione con noi stessi. Ci sforziamo tanto di capire i nostri cani e gatti, i nostri figli, i nostri amici ma non ce ne frega un cazzo dei segnali, dei messaggi che mandiamo da noi a noi. Continua a Leggere

Editoriali Pascolando

Senza fine – Dell’amore e altri cactus!

Seconda domenica di fila che tocca a me. Ruggiero Cavallo Goloso se la sta spassando con la sua bella famigliola in qualche festival metal sperduto giù al sud. Neanche ricordo dove sia. Dalle foto e gli audio che mi manda sembra divertirsi sul serio e sono felice per lui. Poi tanto vi racconterà tutto domenica prossima. Io invece sono qui a gestire la vecchia stalla e patisco l’ennesima (speriamo ultima) tornata depressiva di quest’estate 2018. Per me l’estate è sempre così, quasi come il Natale. Non so se sia il caldo o le lunghe ore passate a non poter fare granché, ma soprattutto nel periodo di luglio e Agosto mi sento sempre parecchio male.

Vi descrivo il mio dolore. In effetti non sarebbe neanche corretto chiamarlo così, ma non ho parole migliori per dirvi cosa sia. È come un sottile stato tensivo che parte dalle viscere e mi taglia in due il petto e sale fino alle gengive. Talvolta è come un mal di denti. Capita che mi si veda in faccia e se qualcuno mi chiede: “ehi, ma che hai?” Io rispondo appunto che ho mal di denti, almeno non devo parlare e spiegare qualcosa che in fondo non è spiegabile e di cui parlare serve a poco. Lo scrivo qui sopra perché magari l’ha fuori c’è molta più gente che potrebbe capirmi. Sono sicuro che non porto da solo questa soma. È una fitta che a volte sparisce e altre ritorna. Non se ne va mai completamente e io ho il terrore che mi afferri proprio in momenti in cui sono più vulnerabile, magari in mezzo alla gente.

Ora che prendo certe medicine riesco a tenerla più a bada, ma ne soffro ancora perché, come ha detto il mio psichiatra: non c’è farmaco che ci possa risparmiare il dolore. Forse la morfina, ma l’effetto poi finisce e a prenderla a oltranza ci si ammazza. Questo dolore ti sarà utile, diceva qualcuno. Ne sono convinto. La solitudine, la paura di morire, il senso di fallimento, ci colgono di sorpresa, magari la mattina dopo chissà che cazzo di sogno abbiamo sognato. A volte troviamo nello sguardo di un vecchio signore sconosciuto uno sconforto che è il nostro. È come se recuperassimo uno straccio che speravamo di aver dimenticato da qualche parte. “ehi, è vostro questo?”. Sì, grazie… E con lo straccio in spalla, fetido, sporco e brutto da morire, ce ne torniamo a casa.

Nella vita si può star male per due ragioni vere e proprie: un disordine chimico che si cura con i farmaci e un fatto spiacevole realmente accaduto. Se ci muore la moglie all’improvviso ecco il dolore e una lunga stagione in purgatorio non ce la toglie nessuno. Se abbiamo un disordine chimico la residenza in purgatorio è fissa e, a meno che non troviamo la giusta cura, lì restiamo. Nel mio caso è un misto di cose. C’è come una cosa spiacevole che mi è accaduta adesso (la separazione) e un fatto orrendo che risale a tanti anni fa. Quello è lo straccio sporco, e che provo a lasciare in giro e scappare subito. Ma inevitabilmente ecco la voce: “mi perdoni, è suo questo!”. Già. Mi succede nei momenti più disparati e sono le persone più impensate a restituirmi lo straccio. Ultimamente mi è successo con una donna. Di solito capita spesso con le donne. Sono loro le più petulanti, le più inopportune, quelle che non si lasciano mai sfuggire nulla. Soffro molto per via delle donne. Non sono loro a farmi male, diciamo che qualcosa del mio passato mi ha aperto uno squarcio e chi si premura di far saltare i punti, non volendo, è femmina. Non finisce mai niente, sapete? Mai nulla. Il tempo che passa è una bugia di comodo. Ci illude di aver messo una sorta di distanza di sicurezza dalle tragedie e i corpi dei cari che abbiamo salutato. Ci illudiamo. Siamo ancora quei bambini disperati che papà non è venuto a prendere a scuola. Siamo ancora quei ragazzini tristi che si vedono restituire la letterina con la dichiarazione d’amore per la biondina in fondo al corridoio, quella che non ci guarda mai, come non esistessimo per lei, mentre noi vediamo solo lei, quella stronza. Siamo ancora quei bambini che capiscono di non essere sufficienti a far dimenticare alla propria madre lo schifo di vita che conduce e siamo ancora quei vecchi adulti stanchi e impauriti. Tutto insieme, siamo come un mega archivio di perdenti cristallizzati che basta un qualsiasi dito a estrarre e lasciar sventolare nell’aria densa di Agosto. Eccoti qui, ragazzino! Piangi perché papà ha deciso di abbandonarti. Ecco il bel ragazzo che vide sparire la bara di suo nonno nella bocca del cimitero, quel pomeriggio di primavera del 1996.

Basta un’offesa in strada, basta che qualcuno ci ignori ed eccoci a dodici anni, a quindici o a sette anni. Non smettiamo mai di essere tutto ciò che siamo stati. Si aggiungeranno altri tipi di noi in futuro, ma le versioni precedenti saranno sempre lì, pronte a balzar fuori. Nel 2004 frequentai un corso di cinema. Il posto era una grossa classe con tante sedie e tanti banchi. Una cattedra dietro alla quale si avvicendavano i professori di sceneggiatura, di montaggio, di fotografia, di storia del cinema e poi una campanella che segnava la fine dell’ora di lezione. Dovevamo stare lì parecchio tempo e non potevamo uscire e andarcene senza un permesso. Avevo 25 anni ma nel giro di un paio di giorni mi sentii di nuovo come il ragazzino delle medie che ero stato. Faticavo a intervenire. Non avevo coraggio di alzare la mano e dire la mia. Ne sapevo più di tanti altri ma ero paralizzato dalla timidezza. Addirittura mi ritrovavo a tenere la pipì per ore perché non ce la facevo ad alzarmi e chiedere al professore di uscire un momento. Alzarmi e ammettere davanti ai 25 miei compagni di classe, che dovevo andare in bagno a svuotare la vescica. La vivevo come una vergogna. Ero sconvolto da una tale regressione. Eppure ero in quello stato. E alla fine, proprio come a scuola, la mia ribellione a tutto quel giogo si realizzò con qualcosa di eclatante. Vissi lo stesso schema. Mi bastò essere rimesso nel vecchio contesto scolastico. Anche se stavano insegnandomi il Cinema, non matematica o calcolo computistico, io sprofondavo lo stesso nei miei sogni, mi lasciavo soffocare dalle ansie e mi innamoravo in segreto di una vicina di banco e finivo per annoiarmi a sentir parlare di film d’azione. Dopo che finì quel corso non andai più al cinema per anni.

Sapete, non so voi ma io non ho mai smesso di amare nessuna donna che ho amato. Questa cosa in pochi potranno permettersi di ammetterla e magari c’è chi chiude un vecchio amore finito male e volta pagina e ama profondamente una nuova persona ma a me non è mai capitato. Pensavo che fosse un mio problema però inizio a credere che non sia esattamente così. Amo ogni donna che ho amato e chi amerò farà parte di una specie di harem. Molte delle donne che ho nel cuore nemmeno sanno di esserci. Però alcune sì. A una ho raccontato per bene questa cosa e lei mi ha detto di capire cosa dico. Che per lei è un po’ la stessa cosa. Io sto solo dicendo che nel momento in cui amiamo qualcuno, il nostro sentimento è un accordo. Ogni suono che lo compone è scaturito in differenti periodi e ogni singolo suono non ha mai smesso di suonare. Se ne è aggiunto uno nuovo a ogni donna che ho amato, per me. E più va avanti, più il mio amore assume una forma orchestrale, morbida, pazza e da tempesta wagneriana.

Ho provato a uccidere i miei amori precedenti, sapete? Insomma, ho fatto quello che tutti credono giusto fare. Quando una donna ti abbandona e tu non riesci a smettere di provare qualcosa per lei, cerchi in tutti i modi di dimenticarla, di uccidere il sentimento, facendolo morire di fame, mollandolo all’acqua e al vento. Una volta vi avrei detto che l’amore è come una piantina e la donna amata è l’acqua speciale che serve a quella piantina per esistere. Se la fonte di sostentamento sparisce, la piantina muore, di stenti, a lunga distanza, ma muore. Beh, ci sono amori come cactus. Non hanno bisogno di acqua e possono vivere per secoli nel più inospitale dei deserti. In realtà molti degli amori che ho dentro si sono comportati così. Me li immagino come dei neonati che il padre, mollato dalla mamma, decide di abbandonare in strada, per dispetto, per estrema debolezza. Ci comportiamo così con l’amore. Nasce assieme a qualcuno. Ci viene restituito e ci rifiutiamo di crescerlo da soli. Che te ne fai di un amore non corrisposto? La cosa più inutile e crudele e folle che ci sia: amare una donna che non gliene frega più nulla di te. Però il pianto di quel bimbo seguitava a raggiungere le mie orecchie. Ovunque andassi. Talvolta mi illudevo di non sentirlo più e invece nel buio della notte più nera e tranquilla dell’anno, eccolo lì, come un ronzio fuori stagione, il pianto del bimbo mi trovava.

Finché un giorno non ho deciso di uscire a recuperare quel piccolo mostro d’amore. Portarmelo in casa e tenerlo dentro, dandogli ciò che potevo. Nutrendolo di altri amori, di altre donne, di altri sorrisi, di altre lacrime, di altre carezze e altri pompini. La donna per cui quell’amore era nato neanche sapeva più se io fossi ancora vivo ma il sentimento per lei seguitava a crescere e a farsi forte, a irrobustirsi grazie al cuore di altre mamme. Non so se per voialtri è accaduta la stessa cosa ma io ho vissuto questo e lo vivo ancora. Non riesco a smettere di amare. Non riesco a separarmi da “ogni piccolo mostro”. Ogni tanto una madre ancora si assicura che sia il suo piccolo sia vivo ed è felice di sapere che esiste, perché in fondo è anche roba sua. Ma devo tenerlo io solo. Portarlo avanti per conto mio. Non ho scelta perché lei ha fatto altre scelte e nonostante l’apparenza, ha una nidiata di piccoli mostri suoi, da allevare, nutrire e difendere dal dolore e dalle intemperie dei sentimenti. Non ha tempo per un altro mostriciattolo anche se è stata lei a fecondarlo.

Oggi vi parlo di roba allegra, non c’è che dire. Perdonatemi ma mi gira così. Quello che voglio dirvi è però che in fondo, per tutto il casino di emozioni e sentimenti e amori che abbiamo dentro (o che almeno io ho dentro) non ci sono colpe. Siamo sempre costretti a far entrare in certi schemi il nostro cuore e la nostra mente. Ci è stato insegnato che si ama una donna per volta, che si può amare una persona alla volta. Ci è stato detto che se amiamo qualcuno, quell’essere ci ricambierà, altrimenti siamo pazzi. E che se quella persona ci ricambierà, arriveranno i bambini, un matrimonio e l’esclusiva del suo tempo, i suoi sogni, la sua carne. Sono tante balle che ci procurano dolore e tristezza. Le cose sono molto più complicate di così. Il vecchio mondo lo sa e ci offre una vita d’uscita: scopa di nascosto chi ti pare ma non lasciare tua moglie e menti, menti, menti, nega e nega ma tieni duro. La fame ti passerà e alla fine rimarrai dove eri.

Tanti preferiscono attenersi anche per la trasgressione a uno schema predefinito. Altri rifiutano, ma non mollano lo schema del matrimonio lieto alla finché morte non ci incancrenisca e devasti. Come vedete, per me è tutto molto più confuso e non credo dipenda dalla mia situazione di separato. Troppo comodo. Mi accorgo che in fondo per me è stato così sempre. E come lo è per me, anche le donne che sono state con me hanno avuto dentro un accordo orchestrale, di cui magari io ero il primo violino. Forse si potrebbe davvero giungere a una nuova forma d’amore, a uno schema più in linea con le vere necessità dell’amore. In fondo siamo ancora ai livelli di quello “cortese”. Ma è inevitabile che se ne dovrebbe parlare. E c’è gente che preferisce morire piuttosto che ammettere quanto abbia il cuore confuso, dentro il proprio matrimonio riuscito. I nostri figli hanno bisogno di crescere su una grande bugia, secondo voi? Io ho avuto alle spalle lo sfondo felice del matrimonio di mio padre e mia madre. Oggi a vederli sembrano attori sempre più stanchi ed è come se la mia presenza li irritasse, non solo perché a 40 anni vivo di nuovo tra i loro piedi, ma anche perché non vedono l’ora che mi levi di torno per potersi rilassare e togliere quelle cazzo di maschere.

Editoriali Pascolando

Amore e garroni – Tre cose che possono aiutarmi a vivere meglio se non me le scordo!

Salve, salvino miei cari puledrino. Lo metto al singolare per fare la rima, se avessi messo al prulare “salvino” sarebbe venuto fuori il nome di un politico che non mi piace. Dire un politico che non mi piace è un po’ come dire un dilatatore anale che non mi piace. Come se ce ne fossero di piacevoli… Parliamo d’altro. Sto scrivendo per la domenica ma è sabato pomeriggio e sto ripensando al venerdì sera, pensate che bordello! Ieri ho rivisto Ruggiero Cavallo Goloso Musciagna, la sua signora Francesca e poi c’era lo Zio Putre (Zebraflex). Tutti e quattro abbiamo fatto una bella riunione redazionale che ci è stata utilissima a bere birra di qualità (merito della sapienza dello zio) a mangiare una buona pizza e a spararci addosso montagne di cazzate. Di solito è così che ci vengono fuori le idee migliori per il blog e magari qualcosa sta già fermentando nella testolona di qualcuno di noi. O più probabilmente NO!

Abbiamo cenato a Trastevere “core de Roma”. Di solito io ci passo il sabato mattina con il furgone pieno di ciccia, diretto al mercato di Garbatella, e mi capita di gettare un’occhiata e vedere scale e vicoli pieni di sporcizia. Ieri sera ho girovagato tra i responsabili di quel casino nel mentre si abbandonavano alla convivialità e all’inquinamento. Poi abbiamo pensato male di andare a un concerto sull’Appia antica (mi pare) e la serata è finita troppo presto per assistere agli headliner e troppo tardi per la mia levataccia di sabato mattina. Non importa. Era troppo bello rivedere gli altri cavallucci, ieri sera. Abbiamo indossato le maschere tutti insieme. Quando succede si avvicina sempre qualcuno. Non pensano che stiamo per fare una rapina. Credono solo che siamo dei buontemponi da accalappiare per un selfie.

Poi ci domandano perché siamo così in fissa per i cavalli. Non è facile rispondere a questa domanda. Io neanche ci provo più. Oggi sono di umore difficile e questo caldo non aiuta. Ho creduto come quasi tutti alla bugia che dalla seconda settimana di Agosto ci sarebbero stati forti cali di temperatura e temporali a non finire. Tuoni, lampi e scrosci di mezzo pomeriggio ne abbiamo avuti dalle mie parti, quanto alla diminuzione delle temperature però lasciamo proprio perdere. Comunque è un periodo davvero strano della mia vita, gente. Tanto strano. Sono stato messo in cassa integrazione dal mio matrimonio. So che non riavrò il mio posto e intanto cerco di crearmene uno nuovo. Sto molto meno peggio di quanto la gente si immagini, in realtà. A volte ricevo abbracci e sguardi da tumore in fase terminale, ma è sempre bello quando gli altri ti dimostrano affetto, seppure in maniera un po’ cupa.

Ci sono tre cose che ho realizzato nel corso dell’ultimo anno. Tre cose che ho messo bene in chiaro nella mia testa e che vorrei tanto non scordare mai. Purtroppo nella vita funziona così. Mentre restiamo sul bordo della piscina a boccheggiare, ci rendiamo conto di tante cose, poi una mano ci trascina di nuovo in acqua e tutto quello che era così chiaro nella nostra testa fino a poco prima, se ne va con le bolle che ci escono dal naso. Tenete presente che io non so nemmeno nuotare. E a volte il non saper nuotare è una condizione esistenziale di una vita che sembra una fottuta piscina dove non si tocca e dentro la quale tutti sguazzano, magari aggrappati a delle ridicole paperelle o sfoggiando degli stili olimpionici da invidia cruda, con le paperelle che stanno nel cervello, in ogni caso. Io odio i gonfiabili e non ce la faccio a darmi un tono se ho una ciambella intorno al ventre. Allo stesso modo non credo che riuscirò mai a nuotare in modo olimpionico. Probabilmente sarò un magnifico morto a galla il giorno che morirò.

In ogni caso bisogna che tenga presenti queste tre cose se voglio una vita migliore di quella che ho avuto fino a qui. La prima è che se mai una donna si innamorerà di me, allora dovrà amarmi per quello che sono. Per far questo io per primo dovrò, prima o poi, amare quello che sono. In altre parole, se non sono abbastanza atletico, non sono abbastanza ricco, non sono abbastanza razionale, non sono abbastanza generoso, non sono abbastanza intelligente, non sono abbastanza delicato per la tua fica, beh, mi spiace ma io sono così. E voglio che impazzisci per la mia figura integrale e non per i ritagli. Voglio che impazzisci a vedermi che ticchetto come un matto sulla tastiera del mio PC e quando mi volto e ti guardo alla decima volta che mi hai chiamato, sembra che proprio non ti vedo. Non è mancanza di rispetto, non è che preferisco scrivere che sentire le tue minchiate, è che io vado con quel tipo di benzina, quindi adora la mia benzina perché è la base di tutto quello che ami di me, porca troia.

Voglio che impazzisci a vedere i miei peli sulla schiena. E che non mi dici cose assurde tipo che sono bellissimo ma solo se mi guardi da questo lato del viso. Voglio che mi guardi e dici che non c’è niente di più bello al mondo del mio sorriso. Se non è così allora ciao. E farò in modo che non ci siano fraintendimenti tra me e te, cara. Se mi dirai che sono così intelligente allora dirò una cosa talmente stupida che ti ricrederai subito. Perché io sono sì intelligente, ma anche profondamente idiota. Quando dirai che sono generoso ti farò una bella sborrata in faccia, almeno capirai che io do molto ma prendo il doppio. E quando ti sembrerò così preso dalle cose che dici io ti confesserò che stavo pensando al tuo culo, almeno non ti illuderai di aver trovato il tuo biografo. 

Ovvio che non sarà una cosa semplice ma pensateci. Scommetto che state con donne che vogliono cambiarvi. In realtà andate bene così. Solo non avete incontrato la persona adatta a voi. Siamo tutti troppo pigri per la ricerca del tipo o la tipa giusta e allora ci facciamo andare bene quello che ci casca tra i piedi e lo chiamiamo “destino” per non ammettere che stiamo raccattando il primo o la prima persona decente e con un po’ di chimica che si combina bene con la nostra. Poi, siccome non può essere quello giusto allora iniziamo la chirurgia relazionale e iniziamo a tentare di modificarlo a nostro piacimento. Rendendo infelice lui e rendendo infelici noi. 

Magari la persona giusta non la troveremo mai. Questo però non ci deve spingere a vivere con uno che non ci sopporta se passiamo tre ore al giorno a suonare la chitarra e ci fa sparire i CD in mansarda e ci frulla la t-shirt dei Kreator solo perché è vecchia, sudicia e orrida. E senza dirci un cazzo. Oh, anche noi non dovremmo rompere se lei o lui si veste come nostro zio e ciabatta per casa senza muovere un dito, chiaro, no?

La seconda cosa che ho capito è questa: siamo tutti tremendamente incasinati in amore. Tutti pazzi, indifesi, spaventati e puri. Ho vissuto tutti i miei anni fino a qui credendo di essere il solo folle quando ci sono di mezzo le donne, i sentimenti, le relazioni, gli appuntamenti. E invece le bellissime ragazze che ho amato in segreto o quelle che non mi hanno voluto e quelle che mi hanno lasciato e le poche che dicono di avermi amato, sono tutte state vigliacche, maniache, squilibrate allo stesso modo. Siamo tutti sopravvissuti a una guerra totale. Il paragone tra amore e guerra è fin troppo scontato ma se iniziaste a vedere la vita sentimentale come una foresta piena di bombe e trappole e fucili spianati, allora vi potete rendere conto di quanto dire ti amo sia un atto folle e non di coraggio, come alzare le mani e gridare alla foresta, “avanti, sparami, mi fai una sega!”.

Se vedessimo l’amore come un Vietnam non ci sentiremmo più tanto vigliacchi. Viviamo da secoli con quest’idea che nella vita si debba avere una moglie, dei figli e amare, amare, amare. Ho amato e sofferto così tanto e nulla tranne la sofferenza d’amore mi ha trasmesso il senso di inutilità di certo dolore esistenziale. Tutto crolla, devi rimetterti insieme e aspettare il prossimo bombardamento che ti sparga di nuovo in giro. Quel bombardamento si chiama crescita, evoluzione, maturità. E qui arriviamo al terzo concetto fondamentale: il dolore c’è e dobbiamo accettarlo e amarlo perché è un buon segno. Questo dolore ti sarà utile, scriveva qualcuno.

Chiamatelo amore, chiamatelo scelta, chiamatelo coraggio o anche solo follia ma nella vita possiamo fare due cose: o seguire la strada che ci viene indicata da chi è arrivato prima di noi o seguire ciò che sentiamo dentro. La prima strada potrebbe essere quella giusta per noi. Ci sono uomini felicemente sposati che la domenica adorano prendere moglie e figli e portarli alla Villa Comunale a fare una passeggiata. Io ero uno di questi, a volte. Più spesso avrei preferito passare i pomeriggi chiuso in casa a guardarmi qualche cannibal movie e scrivere lettere minatorie a una mia ex professoressa delle medie che non usa internet.

Ci sono uomini (e donne, certo) troppo diversi per qualsiasi modello sociale prefissato. Non se ne rendono conto. Pensano che per magia basti entrare nel template del matrimonio o della genitorialità e tutto acquisterà senso. E così certi si sposano e cadono in depressione perché non sanno più chi sono. Allora scelgono di tirarsene fuori o di restare al loro posto e drogarsi di psicofarmaci. E questo perché? Il dolore. Andare per la tua strada è doloroso. Dire io non sono questo, io non voglio questo conduce alla perdita. Di cosa? Tante cose: amici, affetto, sostegno, lavoro, amori. E quando si perde si soffre da cani. Riappropriarsi di se stesso è doloroso. Dire no a chi ci ama è terribile. Noi esseri umani abbiamo l’obbligo di chiederci chi siamo e di ascoltare noi stessi. Fa male e spesso porta solo ad altro dolore, ma seguire gli schemi che la collettività ha organizzato per noi: sposati, consuma, crepa, per parafrasare un po’ chi ci credeva quando ci credeva, non è la risposta. Non sentitevi in colpa se il vostro matrimonio non vi appartiene. Non vi sentite mostri se vedere i vostri figli in giro per casa non soddisfa ogni risposta che vi ponete. Siete molto più complessi di una casetta in periferia, un lavoro da milleduecento euro e un abbonamento a Netflix per vincere le tenebre e i demoni della notte. 

Dolore però vuol dire io. Nel momento stesso in cui veniamo al mondo piangiamo con tutto il fiato che abbiamo. E ogni volta che soffriamo, noi riprendiamo il discorso avviato con quel pianto e quel pianto è un’affermazione forte e insopportabile alle orecchie della Madre Terra, così sfiancata e distratta per i troppi cuccioli che la assediano ogni secondo. Quel pianto però è il solo modo che abbiamo, ieri come ora, per farci sentire da Mamma natura, così che lei si accorga che siamo lì e non ci schiacci con il suo flaccido e stanchissimo culo frollato.

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Cavalli al bar – Amore, depressione, bariste e ancora amore!


Ed eccoci a un’altra domenica, anche se scrivo di venerdì sera, sono stanco morto e non ho la più pallida idea di cosa dirvi. Perché scrivi se non sai cosa scrivere? Se nessuno avesse mai fatto come me ora, probabilmente non avreste letto il 69 per cento dei capolavori della letteratura. Non dico che il mio pezzo sarà uno sballo ma insomma, avete capito. Continua a Leggere

Editoriali Pascolando

Dalla Vita alla Morte, Dalla Morte verso la Vita: i Bivi della Vita


Senza alcun riferimento alla mia posizione di Zombie Sdanghero, ho un brutto rospo in gola da volermi levare, un qualcosa che ho sorpassato ma che, purtroppo, temo continuerà a rosicare nella mia anima come un tarlo per chissà quanto tempo. E non è detto che lo supererò in toto, forse, però ho un ottimo medicinale per farlo: la Vita, vale a dire quell’incalcolabile insieme di leggi casuali denominate Fato, mi ha offerto una seconda chance. Continua a Leggere

Editoriali Pascolando

Crescere finché non si è in due… riflessioni su vita di coppia, rabbia e solitudine in tandem


Salve equinidi, è Padre Cavallo che da che pulpito vi dice un paio di cosette sull’amore e il rapporto di coppia. Secondo me infatti l’uomo, dal momento in cui viene fuori sulle sue zampe secche e tremanti e la codina guizzerell… ehm, no scusate, dicevo, l’uomo, da quando nasce e si aggrappa alla tetta ha un solo imperativo: crescere. Continua a Leggere

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