Il Carnevale di Venezia, nel Settecento, durava sei mesi. Da ottobre a marzo la città intera spariva sotto le maschere, la bauta bianca che cancellava il volto, il tabarro nero che cancellava il corpo, il tricorno che cancellava la classe sociale. Il nobile diventava popolano, il mendicante diventava doge, la monaca diventava cortigiana. Era una democrazia del travestimento, un esperimento sociale di massa dove l’identità era sospesa e l’unica legge era che nessuno potesse essere riconosciuto, nessuno potesse essere giudicato, nessuno potesse essere se stesso, perché il sé era la prigione da cui il Carnevale liberava. Goldoni lo mise in commedia. Casanova lo visse come filosofia. Gli Arcturus lo tradussero in musica.
Kristoffer Rygg, Garm, il lupo della mitologia norrena che divora il dio Tyr, canta con una voce che cambia maschera a ogni verso. Baritono, tenore, sussurro, urlo, canto lirico, parlato teatrale: mai la stessa voce due volte, mai lo stesso volto sotto la bauta. “La Masquerade Infernale” è il Carnevale trasferito nell’inferno, non quello cristiano dei castighi, ma quello pirandelliano delle identità che si dissolvono, dove ogni personaggio è una maschera su un’altra maschera su un’altra maschera, e quando le togli tutte non trovi il volto ma il vuoto.
È il “Sei personaggi in cerca d’autore” tradotto per orchestra e blast beat. Steinar Sverd Johnsen alle tastiere è il clavicembalista di Palazzo Labia, il musicista che accompagnava i balli in maschera con quel suono metallico e brillante che il pianoforte avrebbe sostituito e mai eguagliato, quel suono che dice “qui tutto è finto, e la finzione è più vera della verità”.
Carl August Tidemann e Sverd alle chitarre costruiscono melodie che sono corridoi del Palazzo Ducale, quei corridoi dove le maschere si incrociavano scambiandosi segreti, veleni, baci, pugnalate, tutto con la stessa grazia perché la grazia era l’unica cosa richiesta, e il contenuto, amore o morte, era irrilevante purché la forma fosse rispettata. Skoll e Hugh Mingay alla batteria e al basso sono il canale sotto il ponte, l’acqua scura che riflette le maschere senza giudicarle, che le porta dove devono andare, che le inghiotte quando il Carnevale finisce e le maschere cadono e i volti, quelli veri, quelli nudi, quelli terrificanti nella loro normalità, riemergono dal travestimento come i cadaveri riemergono dalla laguna nelle mattine di febbraio.
La Masquerade Infernale non somiglia a niente, il che è il complimento più alto che si possa fare a un’opera d’arte, come non somigliava a niente la maschera che Casanova indossava per entrare nel convento delle monache: unica, irripetibile, progettata per un solo uso e poi distrutta, perché la vera maschera non serve due volte. La Masquerade Infernale è come il Carnevale di Venezia, che ogni anno sembra lo stesso ma non lo è mai, perché sotto le maschere i volti cambiano, e i volti sono ciò che conta.

