Quando si parla di basso rock anni ’70, i nomi volano come confetti a un matrimonio londinese: Entwistle, Squire, Glover. Ma c’è un nome che troppo spesso scivola tra le crepe della storia, e quel nome è Gary Thain. Un neozelandese che suonava come se il suo Rickenbacker fosse collegato direttamente alla rete elettrica dell’universo. Il Predestinato di Wellington.
Gary Mervin Thain nasce nel 1948 a Christchurch, Nuova Zelanda, in un’epoca in cui il rock’n’roll stava ancora imparando a camminare. Ma Gary? Gary non camminava. Gary correva. A quindici anni già massacrava le corde del basso con una disinvoltura che avrebbe fatto invidia a jazzisti con trent’anni di esperienza. Non era talento: era predestinazione.
Nel 1966 sbarca in Inghilterra con i New Nadir, e capite bene che con un nome del genere o spacchi tutto o torni a casa. Gary spacca. Entra nei Keef Hartley Band, dove inizia a sviluppare quello stile melodico-aggressivo che diventerà il suo marchio di fabbrica: linee di basso che non si limitano a reggere il ritmo, ma conversano con la chitarra, sfidano la batteria, seducono l’ascoltatore.
L’Ingresso nell’Olimpo: Uriah Heep (1972) – Quando nel 1972 Paul Newton lascia gli Uriah Heep (dopo un significativo interludio di Mark Clark, ex Colosseum), Mick Box e compagni si ritrovano senza bassista, ma non ne cercano uno qualsiasi. Vogliono un titano. E si imbattono in Gary Thain.
Il suo debutto su “Demons and Wizards” è roba da manuale: ascoltate “The Wizard” o “Rainbow Demon”. Quel basso non accompagna: guida. È melodico ma cattivo, tecnico ma viscerale. Gary suona come se stesse raccontando una storia epica mentre contemporaneamente ti mena in un vicolo buio.
Ma è con “The Magician’s Birthday” (1972) e soprattutto “Sweet Freedom” (1973) che Thain entra nella leggenda. “Sunrise” è un capolavoro di dinamiche: il basso serpeggia, esplode, sussurra, urla. In “Sweet Freedom” costruisce una base ritmica così solida che potresti costruirci sopra un grattacielo. E in “Stealin'” ? Ragazzi, in “Stealin'” Gary Thain ruba letteralmente la scena a tutti.
Il Virtuoso maledetto – La bravura di Thain non sta solo nella tecnica (che è mostruosa: dita velocissime, senso ritmico da metronomo svizzero, orecchio armonico sopraffino). Sta nell’intelligenza musicale. Gary capisce quando deve essere protagonista e quando il collante invisibile del sound. Passa da assoli fulminanti a linee di accompagnamento ipnotiche con una naturalezza disarmante.
Il suo uso del Rickenbacker 4001 è rivoluzionario: lui ne sfrutta la brillantezza naturale per tagliare il muro di suono degli Heep senza mai risultare invadente. Ha studiato jazz, ha digerito Motown, ha assorbito il blues. E poi ha preso tutto e l’ha passato attraverso il tritatutto del rock progressivo britannico.
La Caduta dell’Angelo – Ma il rock degli anni ’70 non è solo musica: anche eccessi, autodistruzione, vivere veloce e morire presto. Gary inizia a combattere con la droga, con l’alcol, i demoni che troppo spesso abitano nelle teste dei geni. Nel 1974, durante un concerto a Dallas, prende una scossa elettrica dal microfono che quasi lo uccide. Un segno del destino che non coglie.
Gli Uriah Heep lo licenziano nel 1975. Troppo inaffidabile, troppo fuori controllo. Gary Thain, il bassista che ha contribuito a definire il sound di una delle band più importanti del progressive rock britannico, si ritrova fuori.
L’Epilogo tragico – L’8 marzo 1976, in un appartamento di Norwood, Londra, Gary Thain viene trovato morto. Overdose di eroina. Aveva 27 anni. Troppo giovane, troppo talentuoso, troppo maledettamente bravo per finire così.
L’Eredità Immortale – Ma ecco il punto: Gary Thain non è morto. Ogni volta che qualcuno mette su “July Morning”, ogni volta che un bassista scopre “Demons and Wizard”, ogni volta che un ragazzino si chiede “ma come diavolo fa a suonare così?”, Gary Thain è vivo.
E’ stato un virtuoso in un’epoca di virtuosi, un innovatore in una scena che pullulava di innovatori. Eppure è riuscito a distinguersi. Il suo basso non è stato solo uno strumento ma un’arma, una voce, un racconto epico compresso in quattro corde.
Gli Uriah Heep senza Gary Thain hanno continuato a fare bella musica, per carità. Ma quei tre anni (1972-1975) rimangono il loro periodo d’oro. E non è un caso.
Gary Mervin Thain: il fulmine di Christchurch che ha illuminato il rock e si è spento troppo presto. I fulmini però, anche quando svaniscono, lasciano sempre il segno. E che segno, cazzo.

