Mi viene in mente la vecchia canzone di Robert Johnson sul cane infernale (“Hellhound On My Trail”) che lo insegue, ovunque lui vada. Si tratta di tempo, prima o poi lui sa che quel mastino sbavante fiamme e dannazione, lo raggiungerà. Credo che oggi la tecnologia e in particolare l’AI, rappresentino la stessa cosa per l’artista in generale. E più un artista si fermerà sul posto, più bivaccherà sul già fatto, creando qualcosa che già è stato creato da altri o da lui stesso, più si ridurrà la distanza con quel cane infernale.
Un vero artista non si mette seduto a pensare “ora cosa faccio che non è stato fatto prima?”. Se lo pensa ha già sbagliato tutto. L’arte non è assemblaggio di elementi preesistenti, ricombinazioni, rievocazioni. O meglio sì, ma rappresentano la pura azione della creazione di un’opera. Quando l’arte è vera, il corpo è guidato da una specie di stato mentale sospeso: di attesa e di scoperta.
Se uno ha davvero intenzione di sfuggire al cane, allora deve muoversi. E muoversi vuol dire imboccare la strada che ha davanti, che non conosce e di cui non ha idea della destinazione.
Quando si prende quella strada, si ha paura, ma come qualsiasi viaggio incerto che si decide di intraprendere, c’è un bisogno profondo e vorace che ci spinge fuori dalla zona sicura.
Non si può fare altrimenti. La tentazione, dopo aver viaggiato molto, è di fermarsi in un bel posto a riposare. Edificare lì la propria casa e non muoversi più. E in quel caso è meglio cambiare mestiere, perché un artista non si ferma mai.
Ora succede che molti artisti stanziali, si lamentino dell’AI: ci toglie il lavoro, ci leva i nostri diritti. Tutto vero, ma in fondo sanno che questo li costringerà a guardare in faccia la realtà di ciò che stanno facendo. La vera arte non è riproducibile da una macchina. Ergo, quello che state facendo, se può rifarlo l’AI, non è vera arte.
Ricominciare a viaggiare, a fuggire dagli assemblatori meccanici, dagli strumenti che ricombinano ciò che già esiste, guidati da una descrizione è la sola possibilità che avete di scamparla alle fauci del cane.
Se voglio realizzare un disco A.O.R., posso farlo con l’AI. E verrà fuori qualcosa di molto bello e interessante, ve lo assicuro. Cliccate a questo link. Cosa è? La fine dell’arte? Non proprio. L’A.O.R. è un genere che nessuno è riuscito più a smuovere dal 1989, di conseguenza le band che ancora fanno dischi di quel tipo, realizzano una ricombinazione di elementi preesistenti in modo cosciente, recuperano un suono del passato e restano abbarbicati all’interno di un sentiero battuto e recintato. Sono felici così. E anche chi li ascolta lo è. Ma la macchina può farlo al posto loro e gli ascoltatori saranno ingannati nel proprio letargo fruitivo. E gli artisti dell’A.O.R. dovranno e potranno dedicarsi ad altro se non sapranno condurre quel genere in nuovi posti. Questo è sicuramente un vantaggio per l’arte e per l’uomo. Basta riciclare, basta fare il già fatto. Muovete il culo o scegliete un altro scopo nella vostra esistenza. I jingle natalizi da vendere alle agenzie pubblicitarie, saranno roba da macchine. Gli uomini dovranno fare cose da uomini. L’obiezione di un musicista potrebbe essere che con un jingle ci si paga la cucina, ma ci sono tanti modi di pagarsi una cucina.

