Gli Alter Bridge vs. A.I.

Salve ronzini, qui è il padrecavallo dalla discarica che vi scrive. Sto ascoltando un vecchio disco di U.D.O. e intanto ripenso a una dichiarazione pazzesca di Mark Tremonti (o era Myles Kennedy?) a proposito dell’intelligenza artificiale e al futuro che immaginano ci si prospetti. Trovo interessante il punto di vista degli artisti su questo argomento. Si sentono minacciati e la temono quasi come la bomba atomica. Credo sia proprio Myles (o era Mark) a fare un parallelo con l’invenzione più tragica della storia umana dicendo che probabilmente sarà la stessa cosa con l’A.I. Vale a dire che la useremo, capiremo il casino che produrrà e ci organizzeremo per metterla sotto controllo. Immagino si stia un po’ esagerando, ma in fondo non sappiamo davvero dove questa roba ci porterà. Farà bene e male perché è in mano all’uomo e come ho detto giorni fa, secondo me, siamo nati per creare le condizioni ideali a distruggerci e insieme trovare il modo di sopravvivere a noi stessi. Esistiamo con questo dualismo interno: in noi c’è Satana e c’è Dio, se vogliamo metaforizzare le due forze che ci guidano e che in fondo siamo noi a dover gestire (almeno in certi margini d’azione che ci sono concessi di intervenire su noi stessi) la faccenda.

Ma tornando agli Alter Bridge, sono rimasto davvero “flashato”, trovo sia il termine adatto, da una visione ipotetica di Mark (o Myles)… forse mi converrebbe andare ad accertarmi chi dei due l’abbia detto, ma sono troppo pigro, quindi userò questo sistema di parentesi fino alla fine dell’articolo. Insomma, uno dei due ha immaginato un futuro in cui, un ragazzino, per gioco, dirà all’intelligenza artificiale di fare un pezzo in stile Alter Bridge. L’intelligenza, come un bravo genio della lampada, esegue e quel pezzo, pubblicato per gioco in rete, diventa virale e si trasforma nel più grande successo degli Alter Bridge, anche se non è vero, non l’hanno fatto loro.

Cosa succede?

Beh, da qui è Black Mirror, vi avverto. Gli Alter Bridge continuano ad andare in tour e fanno il loro repertorio tranquilli, ma la gente invoca la canzone degli Alter Bridge che amano tanto (e che loro non hanno ovviamente scritto né suonato mai). All’inizio ci scherzano nelle interviste, poi iniziano le dichiarazioni seccate, fin quando non sono costretti, per soldi e per placare la rabbia di tutte le persone venute al concerto a sentire e cantare a squarciagola “LA canzone degli Alter Bridge”, di eseguirla. Nel finale, Myles tra gli applausi prende fiato e poi dice: “grazie!”. Ma questo lo immagino io.

Mi viene in mente un episodio vero del passato. Non è la stessa cosa ma un po’ ci somiglia. Mi riferisco a Piero Pelù “costretto” a cantare la sigla di Jeeg Robot dopo che per un decennio buono la gente gli chiedeva di farla, convinta che fosse stato lui a cantare il pezzo. Pelù aveva negato, a un certo punto anche con un po’ di fastidio, poi un giorno la incise, nel 2008, in versione più rockeggiante. Trovate il brano sul tubo. E secondo me non è granché cantato da lui.

Se non l’avesse fatto, qualcuno con l’A.I, oggi potrebbe rendere la cosa reale in altro modo.