Mi piace molto l’estetica dei Castle Rat, per quanto non la trovi originale e nemmeno fedele a un tempo passato realmente esistito. Frank Frazetta (periodo creativo 1975-81) e i Black Sabbath (periodo creativo 1969-1975) non hanno mai avuto nulla a che fare l’uno con l’altro. La commistione tra la band e le figure femminili forti e sexy create dal disegnatore, sono state poi fuse insieme nei fumetti della rivista Heavy Metal e nel relativo film di inizio anni 80. Ecco, per quanto Riley Pinkerton racconti in tono quasi miracolistico il suo cammino personale d’artista, che l’ha portata a sposare la visione dell’illustratore americano e i riff classici della band inglese partendo da un territorio creativo molto diverso, vale a dire quello del folk in gonnella, qualcuno l’ha fatto prima di lei. Non voglio togliere nulla ai Castle Rat in questo senso, li trovo molto intriganti. La Rat Queen è perfetta come cantrice delle visioni e i suoni della band. Si tratta di doom? C’è chi dice con sicurezza che si tratti di questo, anche se io, più passano gli anni e meno sono certo di capire cosa si intenda con la parola doom. Per ora sono sicuro di una cosa sola, con doom si intende una band che “somiglia ai Black Sabbath dei primi dischi e va per lo più lentamente”. Il doom può affrontare tematiche fantasy, horror o esistenziali al di là dei riff alla “Young Iommi”, che restano la sola discriminante. A confondermi ancora di più c’è l’elenco di quelle che sono considerate le band portabandiera del doom, vale a dire i Saint Vitus, i Pentagram, i Trouble, i Witchfinder General. Associare insieme questi gruppi, trovare un nesso che li accomuni, è un po’ come intuire il senso logico che possa passare in un verso poetico fatto di parole apparentemente molto lontane le une dalle altre.
I Castle Rat sono stati frettolosamente infilati nel grande baccanale delle band “traditional heavy qualcosa” e anche in quello delle pagane ed esoteriche regine dei boschi, tipo Blood Ceremony o Jex Thoth. Non mi sembra che possano rimanere a lungo in nessuno dei due filoni. Questo è senza dubbio un punto a favore della Pinkerton, che ricordiamolo, è figlia d’arte. Suo padre è Jim McCurry, è l’autore del riff di “Poison” di Alice Cooper e tra le tante altre cose, è stato il chitarrista della Cindy Lauper dei tempi d’oro.
Per quanto la ragazza faccia un po’ la parte della reginetta naïf folgorata sulla via dell’heavy metal, è un’autrice in gamba, dalle solide capacità compositive e in grado di tessere e interpretare grandi melodie (“Cry For Me” e “Crystal Cave”, per esempio). Inoltre è una vera manager e sa individuare e coinvolgere al suo progetto gli architetti e i costruttori in grado di aggiungere travi e muraglie di riff al robusto castello pullulante di topi e di visioni grimmesche, nel senso dei fratelli tedeschi.
Inoltre c’è una visione ben chiara sull’elemento scenico e sono certo che quello crescerà sempre di più, ovviamente in rapporto alle possibilità economiche e quindi al successo concreto che il gruppo raggiungerà nei prossimi anni. I segnali incoraggianti ci sono. Se il buon giorno si vede dal mattino, allora sappiate che i Castle Rat hanno raggiunto un seguito fedele e copioso ancora prima di pianificare il primo tour della loro vita, semplicemente carambolando sul dorso dei dragoni algoritmici.
Quello che mi aspetto da loro, il giorno in cui potranno contare su un budget all’altezza, sarà un viaggio on stage di fantasy ultra-pirotecnico degno dei tempo di Holy Diver e Dream Evil. La cosa infatti che non mi piace molto, leggendo le interviste infagottate della Pinkerton, è che si ostini a citare Kiss e Sabbath come punti di riferimento, escludendo dai ringraziamenti il piccolo re degli elfi. Lui portò al successo qualcosa di molto vicino a ciò che i Castle Rat immaginano di fare per conto proprio, unendo alcuni degli elementi che componevano quella ricetta.
Per ora considero “Into The Realm” (2024) un buon inizio e “The Bestiary” (2025) un passo avanti indiscutibile nella crescita, per quanto un po’ appesantito da una scaletta con qualche flessione qui e là: senza prendermela con il mix e atteggiarmi a uno che ci capisce, dico solo che “Dragon” e “Unicorn” mi annoiano e che mi distraggo puntualmente ogni volta che arrivo a quei brani.
The Bestiary comincia alla grandissima e ci sono momenti di autentico splendore creativo, come “Wolf I”, la già citata “Crystal Cave” e “Siren”. Trovo l’attitudine “fantasy al potere” un po’ trita, ma mi piace che la Pinkerton stia edificando un mondo fiabesco oscuro e dai confini che non si possono per ora indovinare davvero. Io dico di prevederlo ma non sono davvero sicuro di ciò che avverrà, perché quella ragazza ha un vero talento e lo sta seguendo fino in fondo.
Spero non puntino al trono dei Ghost. Secondo me la regina dei topi ne ha già uno suo e da lì può raccontarci tutte le storie irrequiete e incantate che la sfera di cristallo le fa intravedere ogni notte brulicante di squittii e muggenti scricchiolii dal suo roditorio maniero.

