L’uomo d’ombra di K.W. Jeter

K.W. Jeter. In effetti l’ho sempre letto con queste due iniziali appuntate e non mi sono mai domandato per cosa stessero. Kevin Wayne, mi dice Wikipedia. Scopro anche un’altra cosa: è vivo. Per uno come me, cresciuto negli anni 90 guardando e amando film dei due decenni precedenti, leggendo libri di autori dei due decenni precedenti e ascoltando musica per lo più degli anni 80, è dura tornare su certi titoli e sapere che è quasi tutta gente morta: registi, attori, musicisti, scrittori. Sono tutti andati, alcuni in modo terribile e se si trovano ancora in mezzo a noi, sembrano per lo più ridotti così male che avrei preferito non vederli.
Ma il signor Kevin Wayne Jeter è un distinto signore dall’aria inglese, anche se è nato a Los Angeles e cresciuto per lo più tra la vecchia Inghilterra e l’Oregon.
Nella mia percezione di lettore, l’ho sempre considerato un autore di fantascienza estrema (“Dr. Adder”) e di horror (“Terra di morte”). Poi ho saputo che il suo ruolo più significativo l’ha giocato nello steampunk; corrente narrativa sotterranea venuta fuori qualche anno fa.

“The Night Man”, uscito in Italia col titolo fuorviante “Uomo D’Ombra” è un’opera decisamente minore di questo autore e, se volessimo metterla in una classifica ideale dei romanzi horror anni 80 non entrerebbe probabilmente neanche nei primi trecento. Jeter la pubblicò nel 1989 ma e da noi arrivò abbastanza presto, solo due anni dopo.

Se ne scrivo qualcosa di interessante c’è.

Intanto è una storia raccontata in modo sorprendentemente cattivo e per quanto non si possa inserire nel filone splatterpunk, presenta molti degli ingredienti tipici di questo specifico stile narrativo. Probabilmente sono l’ultimo in Italia a credere ancora alle grandiose premesse di questa evoluzione estrema dell’horror, ma lasciamo andare.

Dicevo, titolo italiano fuorviante. Di sicuro “Uomo notte” non avrebbe funzionato, ma intitolandolo Uomo d’ombra si deve essere creato un bel pasticcio, penalizzando il pubblico e l’opera. Ho impiegato qualche anno a chiarirmi nella testa che non si trattava di un rilancio post-moderno del famoso Uomo ombra, un personaggio nato da una serie radiofonica degli anni ‘30 e portato sullo schermo nel 1994 da Russell Mulcahy.

La copertina scelta dai curatori della collana Interno Giallo Mondadori peggiora le cose presentando un collage abbastanza didascalico ma che ha contribuito molto all’equivoco. Un uomo vestito in stile hard-boiled, visto da dietro, che sembra sul punto di estrarre una pistola e che se non proprio l’uomo ombra col bavero rosso della radio, può far pensare a un romanzo di Hammett intitolato anch’esso “L’uomo ombra”. Il ragazzino in alto che corre, con i calzoni corti e il cappellino in testa sembra uscito da un’illustrazione de I ragazzi della via Pal.

Penso non tanto a me, che grazie a quella piccola variazione sul titolo (la d apostrofata) e il nome di K.W. Jeter in copertina ho “sgamato” che non si trattava di un normale poliziesco, ma di sicuro c’è stato un nutrito pubblico in fissa con i noir che avrà pensato a una roba di detective privati e ragazzini in fuga da qualche boss della mala, magari perché testimoni scomodi.

Immagino la delusione e la successiva mal disposizione alla lettura di chi avventurandosi nel primo capitolo si ritrovò in un’ambientazione derelitta  e “moderna”: Un vecchio drive-in dimesso alle soglie degli anni 90 e un gruppo di minorenni che si ubriacano bevendo birra e guardando film porno svedesi. A offrirgli il menù per lo sballo c’è nei paraggi Felton, un disgustoso ciccione alcolizzato, il proprietario del drive-in, che concede queste festicciole perché è un pervertito e perché loro sono i giocatori della squadra di football della scuola locale.

E infatti se c’è una cosa che colpisce il lettore italiano e lo garantisce sul sito Goodreads qualche commentatore americano, c’è questa sorta di venerazione generale da parte del paesello intero, dai poliziotti, al giudice di pace, dai padri di famiglia, agli insegnanti tutti, per “la squadra”.

La squadra è oltretutto disastrosa in campionato, ma questo non conta per gli abitanti di Midford.

Si tratta della tipica storia horror anni 80, capite bene. Un ragazzino vittima di un gruppo di bulli che, con la propria rabbia, richiama una specie di demone dalle coltri più pesanti della notte nera.

Il romanzo rinuncia però da subito alla struttura tipica della conta dei corpi (il bodycount), al punto che prima di vedere in azione il Night Man, vi toccherà arrivare quasi alla metà del libro.

Cosa succede nel mentre? Un orrore indicibile, senza una goccia di sangue versato di un suburbio completamente marcio, senza speranza d’uscirne con lo sguardo ancora vispo.

Una storia così oggi darebbe un sacco di problemi a Netflix. Le vittime sono tutte minorenni e si parla di evirazioni, sventramenti anali, non di banali accoltellamenti alla “Venerdi 13”.

Steven, il bambino, è spesso vittima della squadra perché, sua sorella, la fidanzata del capitano, lo porta alle feste del drive-in. Non ci terrebbe per niente, ma la madre, con la scusa di tenerla d’occhio, obbliga il fratellino di undici anni ad andare con lei e Mick alle feste del drive-in e in questo modo se lo toglie dalle scatole, così da potersi ubriacare di TV e super-alcolici fino a svenire sul divano di casa.

Mick, il robusto e violento fidanzato di lei odia quel moccioso. Tutti i ragazzoni della squadra, annoiati e ubriachi, si approfittano di quel piccoletto per farsi due risate con brutti scherzi.

Steven è costretto a subire sevizie da loro, sommate alle umiliazioni a scuola, nel dopo-scuola e in casa da tutta la famiglia. Inoltre, non gli viene risparmiato neanche il sesso spinto che sua sorella e Mick il toro fanno di continuo.

Il mondo intorno al bimbo è pieno di gente così brutta e odiosa che quando il Night Man entra in azione, noi lettori siamo così rosolati nell’indignazione che ci sorbiamo il primo omicidio di un minorenne, per quanto detestabile come Dennie, con una certa condiscendenza per l’uomo d’ombra.

L’unico che si salva in un posto del genere, a parte il piccolo Steven, è l’inquieto e depresso Taylor, un impiegato al riformatorio locale. L’uomo è in una fase molto complicata della propria vita e pur con una certa riluttanza, offre un aiuto al ragazzo. I due sembrano i punti estremi della medesima parabola. Taylor rivede se stesso nel ragazzino. Il Night Man in effetti, potrebbe riguardarli entrambi, ma non vi dico altro, nel caso vogliate leggerlo sul serio.
Se non avete mai letto K.W. Jeter, non vi consiglio di iniziare da Uomo d’ombra, però se amate l’horror, prima o poi una letta, secondo me, se la merita, perché c’è uno spirito crudele che è ancora scalpitante e pronto a mordere in quelle vecchie pagine ingiallite. Solo Richard Laymon arrivava a certi livelli di tetraggine e disperazione (“Il lunapark dell’orrore”).