I Manowar contro il mondo

“Il campo di battaglia, l’animus pugnandi, l’esaltazione della forza bruta e virile, sono concetti abbastanza obsoleti se non sono sfumati in una sorta di alone arcano e soprannaturale, come la dimensione del film “Excalibur”. Allora anche visioni di tregenda possono trasformarsi in poesia ed è quanto i Manowar hanno realizzato in tanti masterpieces”. Metal Shock n.4 – 1987

Credo che Beppe Riva abbia capito soprattutto questo dell’essenza dei Manowar. Gli riconosco il merito di averlo descritto così bene: l’elemento arcano, da tregenda, insito in tutto quel roccioso e un po’ ottuso culto della forza bruta.
L’attitudine di questa band, così fiera e spaccona, ha spinto molta gente a non prenderla sul serio. Ed è questa la mossa geniale di Joey De Maio, sua in tutto e per tutto. Gli ascoltatori più smaliziati si sono lasciati ingannare dalle foto e dai proclami nelle interviste, sottovalutando i Manowar in quello che sono più di tutto: dei musicisti in gamba con una visione molto precisa, completa, esaudita, di musica, immagine e concetto.

Non devo spiegarvi queste cose, lo so, eppure sento che è giusto rimarcare ancora una volta il giochino di Joey. Quante volte vi è capitato di sentire, persino tra i detrattori del gruppo, in coda a una serie di aggettivi poco lusinghieri, l’ammissione che fino a un dato disco erano fighi?

Per carità, possono non piacere anche al loro meglio, ma se si ama l’heavy metal tradizionale, se si comprende la bellezza di epopee violentissime e definitive come quelle di Conan il barbaro o Ken il guerriero, non si può minimizzare la portata dei primi album dei Manowar. Sono grandiosi, magnifici.

Il gruppo mi ha sempre fatto pensare a un palestrato chiacchierone un po’ strambo che si vanta, con chiunque incontri, di essere un grande guerriero e di non temere alcun nemico, di saper sconfiggere da solo interi eserciti. Si decanta e si sbroda sulla propria capacità combattiva e la gente se la ride delle sue panzane. Poi arriva un gruppo di cavalieri giganteschi e brutali e lui li fa a pezzi uno per uno. Per davvero.

I Manowar sono questo: musicisti con i coglioni travestiti da guerrieri del Luna Park. Potevano solo nascere in seno all’America anni 80 e sorprende come proprio gli Stati Uniti siano diventati per loro un territorio ingrato dal punto di vista commerciale.

Ecco perché l’esempio dei Manowar è così unico e raro. Difficilmente una band ha avuto la forza (e non parlo solo di quella fisica) e la determinazione per insistere su temi e melodie così “ostiche” , così “pesanti”, quasi a sfiorare lo stucchevole. Guardate cosa è successo a Ronnie James Dio, così affascinato dal mondo che si era creato con le sue liriche a base di castelli, arcobaleni, folletti e draghi, da restarne prigioniero, incapace di un’ulteriore evoluzione. (Fuzz Pascoletti – Metal Shock – Maggio 1993)

Credo in particolare che “Fighting The World”, album tra i più discussi, persino da quelli che… “i Manowar non si discutono”, lo abbiano dimostrato come non mai.

Perché dico questo?

Certo, “Fighting The World”, fin dalla copertina alla “Destroyer”, disegnata sempre da Ken Kelly, prendeva a modello il sound baraccone e anthemico dei Kiss. D’accordo che già nei dischi precedenti c’erano episodi da stadio come “Metal Daze” o “Animals”, ma è innegabile che in questo disco la vena radiofonica si sia spinta al limite.

Si tratta di un lavoro insolitamente “canterino” e in sintonia con le tendenze commerciali del pop metal di allora.

“Blow Your Speakers” è per gli arrangiamenti, un pezzo degno dei Def Leppard e appunto dei Kiss anni 80; “Carry On” a tratti richiama certe allegre tirate dei Queen più rockettari e “Fighting The World”, con i suoi virili cori di “yeah” tra una strofa e l’altra, ha tradotto la retorica anti-tutto dei Manowar nei soldoni di cioccolato per i denti da latte delle giovani masse di allora: ragazzini in fissa con i Motley Crue di “Girls, Girls, Girls” e le ballate degli Skid Row.

Funzionò? Non è questo il punto del mio articolo.

Vero, a quei pezzi molto appariscenti, come è stato rimarcato centinaia di volte dagli appassionati, facevano da contrappeso alcune delle cose più estreme che i Manowar avessero mai scritto: “Violence & Bloodshead”, “Holy War” e “Black Wind Fire And Steel”; e poi cazzo, c’era probabilmente uno dei picchi poetici più impressionanti mai toccati dal gruppo, vale a dire “Defender”.

Il vero motivo per cui vorrei riportare all’attenzione e alla memoria “Fighting The World”, è che si tratta dell’album in cui la band ha davvero dimostrato di avere i coglioni; mi riferisco alla scelta di registrarlo interamente in digitale, (il primo gruppo heavy a fare un passo simile) e produrlo pure senza l’aiuto di nessuno.

I Manowar compirono questo passo non perché fossero affamati di primati (i più rumorosi, i più veloci, i più cattivi, i più digitalizzati) ma perché De Maio (e non Ross The Boss) aveva intuito che era quello l’abito giusto per rendere una volta per tutte la potenza fantasy dei Manowar, taroccandola tecnologicamente. Inoltre convincere un’etichetta a un passo simile, nel 1987, se non eri gli Iron Maiden, poteva risultare quasi impossibile.

La band veniva dall’ennesimo contratto saltato (la Ten Records, succursale della Virgin) e rischiava di essere scaricata una volta per tutte dal music business importante. Avevano mostrato di essere incapaci di condividere lo stage con altri gruppi, sia al tempo in cui erano sconosciuti e dovevano fare da spalla a nomi più affermati (Ted Nugent, Kiss), sia quando toccò a loro concedere spazio sul palco a nuove leve (Mercyful Fate).

Si erano dimostrati impenetrabili ai “consigli” e alle direttive aziendali delle etichette con cui avevano firmato fin lì, e non è che questa attitudine fosse alla base di un riscontro irresistibile di pubblico. Erano difficili e non proprio redditizi, ma avevano qualcosa che ancora solleticava il gozzo a qualche manager dalla vista lunga. Sì, contavano su un ottimo seguito in Europa ma non erano numeri da capogiro. Per loro, nel 1986-87, si trattò praticamente di rifare tutto da capo.

De Maio seguì una strategia tutt’altro che grossolana per rimediare un altro contratto.

Negli stessi circuiti che bazzicava la band, si stava muovendo da un po’ di tempo il produttore Eddie Kramer.

Era un professionista molto esperto, uno proveniente da collaborazioni con Hendrix, Zeppelin, Joe Cocker, Zappa e molti altri.

Negli anni 80 si stava interessando parecchio al metal, rimettendo mano ad “Under The Blade” dei Twisted Sister e progettando nuove collaborazioni che si sarebbero presto concretizzate con Anthrax, Pretty Maids e Loudness.

I Manowar lo convinsero a produrgli un demo. Kramer però non fu solo un fiore all’occhiello, come magari immaginava Joey quando gli fece la corte, una guest star a far da vistoso sponsor negli uffici delle etichette a cui avrebbero mandato la cassettina. Tra lui e il gruppo scaturì in studio una collaborazione autentica e proficua, che modificò non poco la struttura e la resa definitiva di brani come “Blow Your Speakers” o “Carry On”.

Sarebbe stato interessante vedere cosa potesse scaturirne poi su disco, da una simile unione. Tra l’altro in quel demo, che non è ancora stato pubblicato da De Maio come chicca inedita, non tutte le canzoni entrarono in “Fighting The World”. Alcune, “Number One”; “Courage” e “Brothers Of Metal” sarebbero state riesumate solo nove anni dopo, per “Louder Than Hell”.

Una volta posta la firma di Kramer sul demo, non fu difficile per la ATCO, succursale della Atlantic, provare interesse per il nuovo materiale dei Manowar; anche perché avevano in scuderia i Twisted Sister (che i Manowar avevano già pensato bene di definire donnicciole, ficcandosi in un casino da cui a stento erano venuti fuori senza il culo rotto a metà).

Una volta firmato il contratto con la ATCO, Eddie Kramer, per ragioni mai spiegate davvero, non continuò la collaborazione con il gruppo e loro, anziché sostituirlo con altri nomi grossi in circolazione, fecero tutto da soli per la realizzazione di “Fighting The World”. E solo chi ha davvero gli attributi e le competenze avrebbe potuto permettersi una mossa simile.

Oggi la band rappresenta un punto di massima resistenza e conservazione di un certo modo di concepire e pensare il metal, eppure in un momento in cui nessuno aveva il coraggio sfruttare a pieno le nuove tecnologie, loro lo fecero.

Tecnicamente questo cosa vuol dire?

Allora, invece di usare i classici nastri magnetici passarono a un registratore digitale a 32 tracce. Questo tolse dagli strumenti il soffio tipico dell’incisione in cassetta e impedì che il suono perdesse qualità nelle sovraincisioni. Ne uscì un intreccio estremamente pulito e in grado di esaltare la precisione e l’impatto esecutivo del gruppo.

Il lavoro di campionamenti riguardò soprattutto la batteria di Columbus, i cui suoni furono registrati e poi ricostruiti con il Synclavier; che è un apparecchio piuttosto complicato e molto costoso da usare.

Quel coso permise a De Maio di ricombinare ogni colpo di pelle o piatti di Scottone, creando delle textures (si dice così) davvero imponenti in cui ogni singolo “tocco piano” di Columbus fu “farcito” di tuoni e ferraglie e altri botti d’ambiente, con esiti da “dei dell’olimpo alla sagra dei fagioli di Blera”.

Oltre alla batteria la band caricò al massimo gli effetti atmosferici che si sentono in “Drums of Doom” e in “Master Of Revenge”.

Ovviamente i Manowar non avrebbero mai potuto fare tutto da soli. Al loro servizio c’erano due ragazzi molto svegli: un certo Richard Breen e un tal Vince Gutman, i quali si occuparono della programmazione digitale e della gestione di quel fottuto Synclavier.

La digitalizzazione non fu impiegata solo per incidere e sovra-incidere l’album, ma anche in fase di missaggio, con risultati ancora più precisi e sorprendenti sul risultato definitivo.

Quello che forse non è chiaro, mentre vi parlo di queste tediose procedure di lavoro all’avanguardia usate da una delle band notoriamente più retrive ed escapiste che ci siano, è che la ATCO, offrì al gruppo delle possibilità realizzative che la maggior parte degli altri gruppi di quegli anni non avrebbero mai potuto sognare.

E non è che il gruppo spendesse soldi in combinazione con l’etichetta, indebitandosi. Era la ATCO a sobbarcarsi tutto l’investimento. Mi domando cosa cacchio deve essersi inventato Joey De Maio per convincere i dirigenti dell’etichetta a puntare così forte su una band sotto ai livelli di consenso di popolarità di Iron Maiden e Judas Priest e con una fama professionalmente molto discutibile.

Probabile che lui li intortasse dicendo con tutta la convinzione di cui era capace che i Manowar erano “i re del metal” e che la loro incoronazione sarebbe stata “solo questione di tempo”.

Gli dei erano dalla loro parte e la ATCO se la bevve.

Come produzione, “Fighting The World” rivestì i Manowar di un sound degno delle loro più sfrenate immaginazioni. Oggi è difficile comprendere l’effetto che fece all’orecchio dei fan quando lo sentirono per la prima volta. Anche il basso e la chitarra ne guadagnarono in pulizia, in taglio e sferraglio, ma chi uscì vincitore assoluto da quel disco fu all’unanimità Eric Adams, divenuto da lì in poi, il vero “fenomeno” capace di far saltare per aria il servizio buono della vostra nonna, a cento metri di distanza.

Ovvio, già nei dischi precedenti si notavano le urla e le doti canore di Eric, ma è in questo contesto più tecnologico e rifinito al massimo, l’acuto e la pesantezza lirica di Adams risultarono travolgenti, permettendogli di conquistare definitivamente una posizione di rilievo nell’immaginario popolare; al punto che dalle mie parti si dice ancora: “te sparecchia il tetto peggio de Ericadamse”.

Il solo a sentirsi spaesato e condizionato da questa nuova veste digitale fu Ross The Boss, il quale a posteriori ammise di non sentirsi mai persuaso che fosse la via giusta per l’evoluzione del gruppo: quella delle tre D.

Purtroppo per lui, accaddero due cose che lo portarono, dopo anni di pari dittatura con Joey, a perdere terreno nelle postazioni di comando fino a essere licenziato ufficialmente dal bassista all’indomani di “Kings Of Metal” per “necessità famigliari e artistiche”: intanto la scelta progressista del bassista di puntare al digitale in modo sfrenato, accolta con qualche polemica ma anche grande plauso della critica.

In “Fighting The World” non mancano dei classici, ma non furono le canzoni a fare la differenza. Qui Ross The Boss, che era uno dei principali compositori, vide mettere in secondo piano il lavoro di sostanza in cui influiva di più; perché è chiaro che in “Fighting The World” iniziò quel percorso di ampiamento formale a discapito della sostanza. Se ci pensate, l’album è poco più di un EP gonfiato. I brani veri e propri sono sette, di cui uno già pubblicato in precedenza. Vale a dire “Defender”, che è anche il solo pezzo non ripassato interamente al digitale.

Il gruppo usò la tecnologia per restituire al meglio la voce di Orson <Welles e per esprimere, con una ristesura più ispirata, la grande bellezza del brano, rimasto un po’ accartocciato nella precedente versione pubblicata come singolo fuori busta.

In “Fighting The World” ciò che funziona è proprio l’impatto generale e per certi versi l’atmosfera filmica degli interludi strumentali, dove l’elemento arcano, “la tregenda” di Beppe Riva, emerge di più in mezzo ai “cozzi ferrigni”.

Ah, di sfuggita, visto che ancora qualcuno lo scrive: il vero cognome di Ross The Boss, scomparso di recente (ahinoi, ahinoi), non era Funichiello o Funicello, ma Friedman. Aveva origini italiane come tutti gli altri Manowar della formazione più celebre, ma per conto di madre e non di padre. E sua madre di cognome faceva Sancetta. Funichiello era il nome che Ross usava al tempo dei Dictators, ma era un nickname scelto come omaggio scherzoso a un’attricetta ormai dimenticata chiamata Annette Funicello, chissà per quale diavolo di motivo. Roba che avrebbe potuto spiegare solo quel pazzo di Sandy Pearlman, che al tempo era manager dei Dictators.