Sapete come andò Woodstock ’89?

La cittadina di Kingston, nello stato di New York, fu fondata da coloni Nederlandesi nel 1652, su terre comprate agli Indiani Delaware. Un loro discendente, Johannes Handerberg, acquistò un’enorme quantità di terra nella stessa zona, grande quasi come l’Umbria moderna. Nel mare di comunità che vennero fondate nel secolo seguente, i coloni crearono Memakating, da cui una parte si spostò in seguito per istituire Lumberland. Nel complesso assetto amministrativo degli anglosassoni orangisti (perché quelle zone sono ancora in Orange County, altro collegamento con le province unite) avvennero continui riassestamenti: da Lumberland si staccò Bethel e lì c’è una località chiamata Woodstock, che il pubblico rock ben conosce.

Agosto 1999: a Woodstock non c’ero, perché non volevo avere più a che fare con il mondo della musica. Ebbi fortuna a non andarci, come i miei figli. In quel contesto da incubo che annunciava ciò che abbiamo vissuto nel primo quarto di secolo, fra il sinistro e il grottesco, spicca il caso dei Buckcherry. Il gruppo appariva come un esperimento, una trovata escogitata in qualche consesso di eccelsi direttori artistici.

Possiamo figurarceli questi squali in riunione: “Signori, abbiamo il Grunge morente, i suoi epigoni poco appariscenti per quanto stabili (Creed, Staind eccetera), il crossover ormai instabile… Si parla di reunion di gruppi storici e insofferenze del vecchio pubblico, liquidati dopo il 1993. Potrebbe essere l’obiettivo di una fonte d’entrate. Come possiamo provare a cavalcare il bisogno dei nostalgici?”

Da un lato del tavolo, una voce rispose: “E se spingessimo qualche gruppo che sembri vecchio stile? Il bisogno c’è, qualcuno ci cascherà credendo a una resurrezione miracolosa.”

“Vecchio stile”: lo Sleaze (dominante neanche 7 anni prima) di tutta la baracca Rock e Metal classici non solo era il più vicino cronologicamente, ma anche il più “Crossover” quindi multi-potenziale come vendite e il più prossimo all’onda Pop punk coeva.

Poco importava che il Funk Metal fosse più recente e adatto (o forse proprio per quello…?), lo Sleaze era un fenomeno conosciuto e gestibile. Per manipolatori culturali di quel livello, bisognava spingere su un’immagine stereotipata e musiche di poca sostanza.

E allora, chi meglio dei Buckcherry?

L’esordio, complice la presenza di Steve Jones in un gruppo di produzione eterogeneo con Terry Date al mix e Steve Jensen al master, più un’altra decina di persone, è un prodotto di quel periodo che non vale la pena recuperare nella speranza che vi siano perle semisepolte, ma come documentazione filologica ha senso tornarci sopra, eccome.

La retorica sulla genuinità del gruppo, per i tempi rapidi con cui registrarono il disco, è ridicola: foss’anche vera in una situazione finanziata da DreamWorks, quel che manca sono canzoni memorabili.

Nelle composizioni si sente più atmosfera alludente che sostanza in cui affondare le mani, mentre per gli arrangiamenti è il contrario: materia opprimente e assenza di slanci, solo allusioni; nemmeno manierismi degni di nota.

A che s’alludeva scrivendo che “dopo un decennio il Glam è tornato?”
La comica (involontaria) recensione di Paul Brannigan per Kerrang! è riassumibile in quello slogan astorico che i fatti smontano impietosamente: l’onda sleaze del 1989-92, più il ritorno di fiamma del Blues Rock che s’infilava nel Glam (Cinderella, Great White), Hard (Little Ceasar) e AOR (gli FM), cos’erano stati?

Con ancora freschi i dischi di Mr. Big, Jonny Lang e Jackyl, cos’era quel Blues vitale che non voleva morire di fronte all’atmosfera plumbea del Pacifico settentrionale, perchè era ritenuto un fattore trascurabile?

I Buckcherry fecero il loro mestiere: un gruppo d’epigoni con poche aspirazioni di riconoscibilità stilistica.

Woodstock 99 è paradigmatico di quel che è la musica oggi, uno scenario fra un incubo di Bosch e “Distruzione” di Thomas Cole, con violenze e falò minacciosi mentre ovunque le persone sguazzano nei liquami. Non è tipica di questi decenni la convivenza fra una finta intergenerazionalità decontestualizzata (che dialogo artistico poteva esserci fra Willie Nelson e gli Everlast), prezzi mostruosi per spettacoli stantii, atmosfera pregna d’apparenza e inconsistenza, liquefazione dei rapporti?

E la successiva degradazione che deflagrò in quei mostruosi casini, non è la stessa che alberga potenzialmente in molte città o contesti analoghi? Da questo punto di vista, Woodstock 99 è stato il funerale del rock del secolo scorso, così come “Battaglia per la terra” (prodotto nello stesso periodo) lo fu per il cinema di fantascienza. E a ciò, propongo questa cura.

Agosto 1989: eravamo a casa di amici a Woodstock. Curiosa quella campagna: si sente ancora il tocco dei coloni nederlandesi, del loro modo di gestire il territorio. Credo un paesaggista saprebbe spiegare i dettagli, vi basti la sensazione d’insieme di quei prati fra salite e discese, boschi e laghi che sono ovunque in quelle terre e danno una sensazione di concretezza, serenità e possibilità.

Io non c’ero stato al raduno di vent’anni prima, ma mentre Carl, uno sdangherista locale, cercava di convincermi che i World Entertainment War sarebbero stati il gruppo guida del nuovo decennio, accadde quello che gli anglosassoni chiamano “il festival dimenticato”.

Fu il miracolo d’una settimana nata dal basso con 10-20000 partecipanti autogestiti. In quelle notti ci fu un’eclissi di Luna, che esorcizzammo con la nostra piccola comunità che non voleva sciogliersi dopo 7 giorni di musica; per lo più gruppi locali e underground tranne i reduci del 1969 Savoy brown e Melanie.

Ebbene, durante quel tipo d’oscuramento, il contatto fra la Terra e pensieri negativi che si riversano nel cosmo dal nostro pianeta è molto forte, perciò l’Uomo deve contribuire a modo suo nell’affrontarli.

Fu un avvenimento: niente banchetti di ladri autorizzati ma condivisione di cucina casalinga, opere d’ingegno personale, bagni funzionanti, asili improvvisati ma non castranti, buona musica e tutto gratuito tranne il parcheggio. Conoscemmo un sacco di persone in un’atmosfera di concordia e reciproca accettazione, e la nostra esperienza fu quella di tanti.

Tornammo entusiasti alle nostre vite; io e Carl fiduciosi si trattasse d’un nuovo inizio.

Esplicito di più: analizzare le differenze in 10 anni è impietoso, basta il dettaglio definitivo del luogo. Le località sono impregnati di quelle particolari manifestazioni d’energia chiamate “spirito del luogo”. Woodstock 99 si tenne sulla mostruosa spianata di cemento d’una dismessa base aerea della USAF,

Woodstock 89 in un contesto che chiunque può definire migliore. Non si tratta di pseudonaturalismo, ma di spiritualità concreta: sotto il sole d’Agosto, che trappola mortale può essere una vecchia base militare impregnata di esistenze e fatti spiacevoli rispetto a una bella località che, anche quando piove non diventa completamente un pantano, grazie a prati e alture?

Propongo lo spirito comunitario e attivo rispetto alle attività musicali di questo secolo: il terzo album dei Buckcherry registrò due milioni di copie, ma il suo impatto sulla realtà (ed è assai meno ispirato del già mediocre esordio) è stato tanto peggiore di quello dei Ghost?

No, tant’è che entrambi sono ormai parte d’una nicchia dove il Metal è diventato come il Jazz, incapace di essere popolare e ampio. Oggi abbiamo nel Pop un fenomeno retrivo, istupidente, ai cui successi, il Rock e il Metal guardano invidiosi; come si può invidiare l’inconsistenza e la manipolazione delle persone per ridurle a massa belluina e abbrutita?

La musica popolare invece vive se ci sono slanci benevoli e accumuli, vive nel dialogo interno in cui la parte propositiva e vitalista dev’essere preponderante senza escludere quella cupa, e soprattutto dove la realtà è bilanciata con l’immagine, il commercio non supera l’arte e quindi quale vitalismo migliore di quello in cui musicisti e pubblico si autogestiscono?

Quale opposto più netto a questo spirito è ciò che è scaturito da Woodstock 99?